martedì 27 giugno 2017

Chi possiede le parole, è padrone del presente e del futuro.



  Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8,32)


Questo blog ha - nel suo piccolo - una "missione" quella di smascherare la "menzogna" di "questo mondo" e far trionfare la Verità che poi è una persona: Gesù Cristo. "Questo mondo" che è da identificarsi con l'ideologia anticristiana massonica, ha via via acquistato sempre più potere, nell'economia, nella cultura, nei mass-media che governa attraverso il politically correct, per non parlare del potere diretto su politici di interi governi e istituzioni sovrannazionali ed ora si manifesta capace di penetrare sempre più profondamente anche nella gerarchia cattolica. Qual è stata tra le altre l'arma con cui ha scardinato gli equilibri precedenti? ma appunto la neo-lingua, il politicamente corretto che cambiando significato alle parole, ci ha cambiato anche le nostre idee, le nostre abitudini, le nostre opinioni, i nostri sentimenti... tutto! La neo-lingua ci ha cambiato la vita ed ora ci sta togliendo anche la libertà, si! perché  attraverso parole false, dal falso significato ci sta togliendo la Verità. Qui devo citare un famoso aforisma del cardinale Giacomo Biffi che riporto testuale dall'immagine di apertura di questo Post:


Ispirandomi, ma senza potermi paragonare a Giovanni Battista, dico:
"voce di uno che grida nel deserto". 
Io penso ed affermo: non è la libertà che ci fa veri, ma è la Verità che ci fa liberi. 
"Siamo letteralmente invasi dai travisamenti e dalle menzogne: i cattolici in larga parte non se ne avvedono, quando addirittura non rifiutano di avvedersene. 
Se io vengo percosso sulla guancia destra, la perfezione evangelica mi propone di offrire la sinistra.
Ma se si attenta alla Verità la stessa perfezione evangelica mi fa obbligo di adoperarmi a ristabilirla: perché dove si estingue il rispetto della Verità, comincia a precludersi per l'uomo ogni via di salvezza"  (Card. Giacomo Biffi)


Il titolo di questo Post è tratto da questo interessante articolo di Roberto Pecchioli che mi ha richiamato alla mente l'aforisma citato sopra che a sua volta riprende le parole come sempre pesantissime di Nostro Signore Gesù Cristo in (Gv 8,32). Sono tempi - quelli che stiamo vivendo - confusi, dove regna incontrastato il relativismo, ed ogni tanto se trovo un articolo che faccia il punto della situazione, non me lo faccio scappare, dategli un'occhiata anche voi e meditate gente... meditate.


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Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. La frase è attribuita a Bertolt Brecht, il drammaturgo tedesco campione della Germania Est, comunista ma assai attento al portafogli, reso celebre in Italia dal Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Prendiamo in parola l’autore dell’Opera da tre soldi, rilevando che la sua osservazione sembra la storia di chi, in Italia ed in Occidente, non condivide idee, luoghi comuni, superstizioni dell’ampia galassia progressista sostenuta dalle oligarchie di potere.

La cronaca è sempre più ricca di esempi sconcertanti: il tentativo di impedire la partecipazione di Marcello Veneziani ad un convegno da parte di un’associazione di psichiatri o psicologi), la denuncia dinanzi all’ordine professionale della stessa categoria di un medico accusato, udite, udite, di aver affermato che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre. Potremmo continuare con il pubblico ludibrio di chi non è convinto dell’utilità di alcune vaccinazioni obbligatorie, con tanto di sanzioni pesantissime ai genitori “renitenti”, minacciati della privazione della potestà genitoriale, e radiazione dall’Ordine professionale per i medici refrattari.  E poiché sia più evidente la manifesta inutilità degli ordini, retaggio postumo, parodia neo-borghese delle corporazioni, ci viene adesso la notizia dei sei mesi di sospensione dall’Ordine dei Giornalisti comminata a Padre Livio Fanzaga, il dominus di Radio Maria, la più ascoltata emittente cattolica.

Il prete bergamasco ha pagato per un’accusa surreale: ha infatti affermato di temere per il destino eterno dell’anima della molto onorevole e democratica signora Cirinnà, la madre della legge che ha autorizzato in Italia le cosiddette unioni civili tra persone dello stesso sesso, ovvero le simil nozze omosessuali. La stampa italiana, con il consueto coro sguaiato, superficiale e conformista disinforma i lettori asserendo che Don Livio "ha augurato la morte alla povera vittima". Falso: nella piena ortodossia della sua fede (quella della chiesa di rito romano, non argentino), il prete ha rammentato alla riccioluta onorevole – madre, tra l’altro, di figli non umani, come afferma orgogliosa sul suo sito personale - che dopo la morte (il più tardi possibile, si affettò a chiarire) affronterà il giudizio di Dio. Nulla di strano per chi crede, e neppure per gli altri, che potrebbero tutt’al più sorridere per le curiose convinzioni del fondatore di Radio Maria. Niente da fare, sei mesi di sospensione dall’Ordine, peraltro già scontati.

Sarebbe facile quanto sciocco o sterile ricordare a Padre Livio che chi di censura ferisce, di censura perisce, giacché nel 2014 un noto intellettuale cattolico, Roberto De Mattei venne sbrigativamente escluso da Radio Maria per un articolo su un’agenzia di stampa - Motus in fine velocior - in cui esprimeva perplessità sull’operato di Jorge Mario Bergoglio. Beghe interne, tutto sommato, di cui merita occuparsi per un unico motivo, quello del nostro titolo: la parte del torto così scomoda, eppure così affollata da chi non si piega al corso del politicamente corretto, e tanto pericolosa nonostante le continue attestazioni di libertà, democrazia, tolleranza della sedicente società aperta.

La libertà, nella società aperta, la tagliano a fettine con le forbici. Vediamo allora di usare nei suoi stessi confronti, rovesciandoli, gli argomenti di cui si ammanta. Karl Popper, suo gran teorico, scriveva che la società aperta deve essere ben chiusa ai suoi nemici, i violenti e gli intolleranti. Magnifico programma, a patto di definire le due categorie. Per i violenti sembra tutto facile, è ovvia la repulsione nei confronti di chi esercita coazione fisica, terrorismo e simili. Ma chi sono gli “intolleranti”? Potremmo ricordare John Locke, l’autore del libello Lettera sulla tolleranza, filosofo inglese della “gloriosa rivoluzione” protestante di fine Seicento, in cui proclama la massima apertura verso tutte le idee e fedi tranne una, la cattolica.

Circa un secolo dopo, ci fu un altro venerato maestro, Voltaire, noto antisemita ed avversario intransigente della Chiesa di Roma, l’infame da schiacciare, a cui viene comunemente attribuita un’affermazione che non fece mai: non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire. Con enfasi crescente, la mano sul cuore ed una furtiva lacrima, liberali, progressisti e democratici autonominati in servizio permanente la ripetono spesso: le parole non costano granché, quando sono approvate dal Gran Consiglio del Politicamente Corretto…

Dunque, cari democratici a tassametro, pensosi, moralisti e riflessivi come possono esserlo solo gli esponenti di una civilizzazione estenuata, perché mai non difendete la libertà di parola, di pensiero e di espressione di cui siete fierissimi sostenitori? O sono liberi solo alcuni, a vostro insindacabile giudizio? Chi sono gli “intolleranti “, forse l’aggettivo è sinonimo di oppositore, dissenziente, eretico, o magari può essere attribuito a chiunque non condivida le linee guida- chiamiamole così- della società contemporanea. Un piccolissimo appunto, per ricordare che il verbo tollerare significa innanzitutto accettare, per convinzione, quieto vivere, opportunità, attitudini o idee che non ci piacciono. Pertanto, intolleranti siete voi, che negate ai non conformisti le libertà fondamentali, e amate, invocate la psicopolizia, quella che George Orwell inventò a sostegno del Grande Fratello.

Un pilastro del pensiero “liberal”, l’americano Noam Chomsky, campione di tutti i progressismi dell’universo, enunciò con grande sagacia un decalogo di comportamenti illiberali del potere, una vera strategia della manipolazione attraverso i mezzi di comunicazione. Ci piace elencarli senza commento:

1-La strategia della distrazione 
2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni. 
3- La strategia della gradualità. 
4- La strategia del differire. 
5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini.
6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.
7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. 
8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità. 
9- Rafforzare l’auto-colpevolezza.
10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono.

Il fatto è che impiegati di concetto e banditori del pensiero dominante si sono convinti, nel tempo, che le loro siano le uniche posizioni “morali”. Chi esprime pensieri difformi è quindi un empio, un soggetto malvagio da colpire con i rigori della legge e non da sconfiggere sul terreno delle idee. Le sue, infatti, sono non-idee. Il primo colpevole è proprio Popper, che ha fornito loro un perfetto arsenale concettuale multiuso. Basta affermare, di un’idea, un gruppo, una persona, che è portatrice di intolleranza o violenza, e scatta l’interdetto. Dario Antiseri, massimo interprete italiano del pensiero di Popper, lo ha scritto a tutte lettere: “la società aperta è aperta ma non spalancata. E siccome sappiamo che la libertà non si perde tutta in una volta, il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. 

“Sembrerebbero sante parole, senonché, in un altro passo, egli afferma che “i nemici (della società aperta n.d.r.) credono di avere la Verità”. La lettera maiuscola respinge evidentemente nel campo degli intolleranti tutti coloro che hanno convinzioni nette. Ma l’obiezione più semplice è la seguente: se la nuova forma della verità, sia pure travestita come libertà, è l’insussistenza della Verità, siamo dinanzi ad un forma ben più pervasiva e sofisticata di oppressione, che, ovviamente, in nome del Giusto, del Morale, dell’Aperto, vieta ogni alternativa con il marchio d’infamia, la lettera scarlatta dell’Intolleranza. Le alate parole di Locke, dello pseudo Voltaire, di Brecht, di Popper e di Chomsky sono valide solo entro il recinto del sistema, del politicamente corretto, della polifonia su una nota unica.

Il cerchio magico si chiude inesorabilmente, ed espelle chi non si conforma. Vale la pena di continuare con le citazioni dei Buoni e dei Giusti. Un pastore luterano, Martin Niemoeller, negli anni quaranta, pronunciò un sermone divenuto famoso, ripreso in varie forme dallo stesso Brecht e dalla contro-cultura radicale, ai due lati dell’Oceano Atlantico. Eccone il brano essenziale: “Prima vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente perché io non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare. “

Mutano i tempi, si invertono gli obiettivi e le scale dei valori, ma l’attitudine del potere, evidentemente, non cambia, esattamente come uguale è l’ipocrisia, il conformismo, l’omertà, la vigliaccheria dei più, soprattutto di chi conta. Un caso recente, a proposito di violenza e società aperta: il grave ferimento di un deputato repubblicano americano da parte di un uomo risultato essere un sostenitore di Bernie Sanders è stato rapidamente rimosso dalla stampa internazionale. Le vittime dei bombardamenti americani o israeliani valgono zero, esattamente come gli iraniani uccisi nell’assalto degli islamisti sunniti al parlamento di Teheran. I bimbi morti di Aleppo hanno onore di pianti, vittime attribuite al bieco Assad, quelli di Gaza ignorati. Al contrario, lacrime obbligatorie a catinelle, melassa, retorica a fiumi, moralismo a tonnellate quando i caduti sono occidentali. Neanche la morte, con buona pace di Totò e della sua “Livella”, è uguale per tutti.

Semplicemente ripugnante, un paio di mesi fa, fu il comportamento della stampa nazionale in occasione della terribile morte di tre zingarelle, carbonizzate in un incendio doloso. Tutti, ventre a terra, a gareggiare in indignazione e cordoglio, nella malcelata speranza che l’efferato delitto avesse risvolti razziali, salvo tacere all’unisono, come ad un segnale convenuto, allorché fu chiaro il movente di squallida vendetta interna da parte di gruppi rivali. Capì tutto con largo anticipo sul presente bastardo Emil Cioran. Reso ipersensibile dal suo stesso pessimismo radicale di esule deraciné, parlò di “bavaglio intriso nel miele.” Siamo, in tanti, dalla parte del torto. Nel 2000, un cantautore politico bolognese, Claudio Lolli, scrisse un brano con quel titolo, ed ebbe successo, come al tempo di Ho conosciuto anche zingari felici. Protetto dall’appartenenza politico- culturale, poté pronunciare senza divieti il termine zingaro, una delle “parole del gatto”, come si dice a Genova, impronunciabili, proibite per scorrettezza politica.

Recentemente, polemiche si sono abbattute su Giuseppe Povia per un bellissimo brano “Io non sono democratico”, che, al contrario, è un inno di libertà.” Con il cuore a sinistra ed il portafogli a destra, anch’io sono comunista” accusa il menestrello milanese, costretto ad autoprodurre i suoi ascoltatissimi album, come lo splendido Nuovo Contrordine Mondiale.  Contrario all’ordine, infatti. E chi sostiene l’ordine naturale è il più odiato nemico del sistema, specie se ha il coraggio di fare ciò che Chesterton riteneva inevitabile, sguainare la spada (delle idee, delle idee, signori psicopoliziotti) per affermare che l’erba è verde in primavera. A proposito del caso di Padre Livio, e delle intimidazioni intrise nel codice penale dei negatori LGBT dell’etica naturale, un sito molto attivo ha parlato di “gaystapo”. Parole forti, probabilmente esacerbate o eccessive, che ci limitiamo a registrare senza farle nostre per autotutela, ovvero per schietta autocensura, ma il problema c’è.

Il clima è questo, e chi difende una fede, o l’identità della propria gente, o nega valore a principi che reputa antiumani (aborto, matrimonio gay, utero in affitto, eugenetica mascherata, eutanasia, precarietà esistenziale), chi non è schierato con il Mercato misura di tutte le cose, o ancora chi ha della storia d’Italia un’idea diversa dalla verità ufficiale, anzi dalla Verità, caro professore Antiseri così aperto e liberale, è il nuovo proscritto, simile ai disperati di Von Solomon. Le armi abbondano, giacché i nuovi moralisti impugnano il codice penale stabilendo nuovi divieti in nome della libertà, della tolleranza, del progresso e, ça va sans dire, della democrazia. Inutile citare il sermone di cui sopra: esistono nuovi torti e nuove ragioni, nuovi ebrei e nuovi zingari. In altri tempi, i soprusi erano in nome di principi tramontati o sconfitti, oggi abbiamo il dubbio piacere di essere perseguiti in nome dell’Umanità e dell’Uguaglianza. Sempre paroloni svuotati di significato, pronunciati con finta solennità e trascritti rigorosamente in lettere maiuscole.

Ma il nostro è il tempo del mercante e della ragione calcolante. Come è facile e comodo, allora, trascinare gli avversari (nemici no, quelli li abbiamo noi, loro, i Buoni, hanno solo avversari!) davanti al tribunale civile, dirsi diffamati, chiedere - ed in genere ottenere - cospicui risarcimenti. Che bel modo di distruggere l’Altro, quello di rovinarlo economicamente. Il gioco è semplice: tu hai leso la mia “immagine”, cioè l’idea che io stesso diffondo della mia persona, dunque tutt’altro che la verità. Pagami, versa sul mio conto i tuoi averi; ma sono magnanimo, chiedimi pubblicamente scusa e ci accorderemo sulla somma da trasferire con bonifico.

Ricorda tanto quelle guerre vigliacche combattute con il sistema odioso delle sanzioni. Non ti bombardo, sono contro la violenza, io; però ti affamo, ti impedisco di vendere i tuoi prodotti e ti vieto di acquistare ciò che ti serve. Oh, gran bontà "delli cavalieri antiqui", scrisse l’Ariosto nel primo canto dell’Orlando, a proposito di Rinaldo e Ferraù che smisero di duellare per seguire la bella Angelica.  Tutto finito, nessun rispetto, non si fanno prigionieri tra chi deve essere abbattuto in quanto indegno di appartenere allo spazio pubblico, piccola o grande incarnazione del male assoluto. Leo Strauss la chiamò “reductio ad Hitlerum” e colpisce ormai indistintamente una vasto ventaglio di idee, personalità, visioni della vita. Sempre, beninteso, in nome della società aperta, che non è spalancata, e dalla quale vanno espulsi o silenziati i dissidenti, con applauso fragoroso ed unanime della folla convenuta, munita di tessera del tifoso.

E l’articolo 21 della nostra Costituzione di incomparabile bellezza, quello che proclama il diritto per tutti “di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”? Vale per tutti, ma, Popper insegna, non per i violenti – ed è sacrosanto - né per gli intolleranti, qualità che può essere facilmente attribuita a chiunque non piaccia al potere, o lo critichi, o si proponga di cambiarlo, sia pure con metodi pacifici.   Ultimamente, con la fattiva complicità dei nuovi superpadroni, quelli di Silicon Valley detentori delle tecnoscienze, come Mark Zuckerberg Sire di Facebook, ne hanno inventata un’altra. Notizie e commenti sgraditi dovranno essere rimossi e perseguiti da nuovi tribunali della Santa Inquisizione Globale con l’accusa di essere fake news, in english, oh, yes, notizie false. Chi possiede le parole, è padrone del presente e del futuro. Falso è ciò che lorsignori dichiarano tale, con l’approvazione delle masse riflessive e un tantino decerebrate, quelle che studiano solo ciò che “serve”, gli eterni fellah di ogni tempo sotto qualsiasi cielo di cui parlò Oswald Spengler. E intanto i codici si riempiono di nuovi virtuosi divieti, omofobia, discriminazione, xenofobia, sessismo; l’officina di Vulcano è sempre attiva, e innumerevoli pifferai come quello di Hamelin che annegò per vendetta i bambini di Hamelin, affogano la verità in nome della Verità, affilano le forbici di raffinate censure.

Roberto De Mattei, nell’articolo che provocò l’ira di padre Livio, a sua volta colpito per lesa Cirinnà, scrisse che vengono momenti in cui bisogna schierarsi. E’ così, per quanto costi caro, fino al cartellino rosso dell’espulsione dal consesso civile (civile?).  Chi si fa pecora il lupo se la mangia: costringiamolo almeno a fare fatica, il lupo globale, smascheriamolo, non lasciamogli l’esclusiva della parola e dell’azione. Non è nuovo il tempo dei lupi che si fingono vittime. Ci pensò già Fedro, oltre due millenni or sono a descrivere la favola, o la triste realtà. Trascriviamola una volta ancora, a futura memoria, affinché qualcuno si schieri, o almeno rifletta:

“Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, vanno allo stesso ruscello. Il lupo sta più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello. Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cerca una causa di litigio. “Perché dice - mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo? E l’agnello, tremando: “Come posso – dice - fare ciò che lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!” Quello, respinto dalla forza della verità: “sei mesi fa - aggiunge - hai parlato male di me!” Risponde l’agnello: Ma veramente… non ero ancora nato! Per Ercole, Tuo padre – dice - ha parlato male di me”. E così lo afferra e lo uccide dandogli una morte ingiusta. 

Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.”

Nihil sub sole novi, niente di nuovo sotto il sole. (Qoelet, o l’Ecclesiaste).


giovedì 8 giugno 2017

L'angolo della Fede - Sodoma sarà la paga degli empi travestiti da agnelli


Questa è una rubric(hett)a che periodicamente aggiungo al blog, l'ho chiamata "L'angolo della Fede" e consiste nel riportare delle brevi omelie di sacerdoti "affidabili" cioè portatori di "sana dottrina cattolica", quella che la Santa Madre Chiesa ha sempre proclamato per almeno duemila anni, SI lo so che ultimamente ci sia un po' di confusione, qualche vescovo che per esempio affermi che: “la sua preghiera di intercessione e la sua voglia di osare salvano Sodoma. La città è salva perché ci sono i giusti, anche se pochi; ma la città è salva soprattutto perché c’è Abramo, uomo di preghiera, che non fa da accusatore implacabile, non parla contro ma parla a favore. Abramo, uomo di preghiera, non denuncia i misfatti, ma annuncia la possibilità di qualcosa di nuovo. Abramo, uomo di preghiera, annuncia e invita a guardare alle possibilità positive. Abramo, uomo di preghiera, è un instancabile cercatore di segni di speranza da presentare al Signore perché li valorizzi”; o qualche generale dei gesuiti che affermi: "abbiamo creato figure simboliche, come il diavolo, per esprimere il male". Ecco perché in tempi di confusione della Fede, non è male, anzi è proprio un bene poter ascoltare qualche omelia di vera e sana dottrina cattolica. Come altre volte le omelie sono di padre Giorgio Maria Farè. A proposito di Sodoma e Gomorra... quei religiosi, diaconi, sacerdoti, presbiteri, prelati, vescovi, cardinali, ecc. che dubitando di Gesù Cristo, o che avendo perso la fede in Lui e nonostante ciò perseverino nell'ipocrisia di fingersi Pastori del gregge del Signore, sapendo invece di essere mercenari se non lupi, sappiano che (a meno di pentirsi) la figura della moglie di Lot diventata una statua di sale per essersi voltata (al male) è metafora (pallida) di quanto li aspetta.



Il 1° contributo audio si intitola: 

L'umilta è ciò che apre il cuore di Dio



Il 2° contributo audio si intitola
Dio vuole il meglio



Il 3° contributo audio si intitola
Il Papa siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo



Il 4° contributo audio si intitola
Triduo di preparazione alla festa del Volto Santo



Il 5° contributo audio si intitola
Festa del Volto Santo







mercoledì 24 maggio 2017

La dissoluzione della morale cattolica




Ogni tanto trovo qualcosa di interessante che meriterebbe (merita!) la più ampia divulgazione, ma che per motivi intrinsecamente correlati all'idea esposta in oggetto, trova innumerevoli ostacoli; pochi osano allora rilanciare un pensiero che va controcorrente, che anzi è politically (S)correct; quando si parla di "lobby gay" e subito dopo di "chiesa" molti, ci pensano un momentino e poi decidono che SI va bene ma forse è meglio lasciar perdere... Invece in questo caso, cioè di questo articolo di Renzo Puccetti mi sembra proprio che valga la pena divulgarlo perché venga letto dal maggior numero possibile di persone, chissà che a qualcuno non si accenda una lampadina, e veda, riconosca che c'è, è in atto questa "dissoluzione della morale cattolica" a partire anche da una visione "moderna" della sessualità umana per arrivare allo stravolgimento stesso del cristianesimo, perché: "Le idee hanno conseguenze". Oggi, giorno in cui la Chiesa festeggia Maria Vergine Ausiliatrice, ricorriamo a Lei, chiediamoLe ora più che mai, che ci aiuti e intervenga con la Sua potente intercessione a salvare la Chiesa e... noi.

 Lobby gay e spinta per la dissoluzione della morale cattolica


Il 9 maggio sulla NBQ Lorenzo Bertocchi dava un resoconto puntuale dello sviluppo teologico avviato dall'esortazione Amoris laetitia (AL). Riportava che le encicliche Casti connubii di Pio XI e Humanae vitae del beato Paolo VI sulla contraccezione, Veritatis splendor sulla morale generale, l'esortazione Familiaris consortio sulla morale coniugale, entrambe di San Giovanni Paolo II, sono ormai apertamente sotto accusa. La colpa, dicono alcuni teologi, è di avere introdotto "dei blocchi di pensiero e di azione nella Chiesa cattolica", un "massimalismo morale", una "discontinuità" e una "forzatura nella lettura delle fonti tradizionali" a cui Amoris laetitia avrebbe posto rimedio. 

Nel 1914 l'accademico di Francia Paul Bourget scriveva il romanzo "Il demone meridiano"; vi si leggeva: «Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce con il pensare come si è vissuto». Il professor Richard Weaver nel 1948 pubblicava il libro "Ideas have consequences" (Le idee hanno conseguenze). Spiegava il disfacimento morale della modernità come lo sviluppo obbligato dell'idea nominalistica avviata da Guglielmo di Ockham. Azione e pensiero, pastorale e dottrina, ortoprassi e ortodossia non sono separabili. 

È questo attuale per noi? Sono convinto di sì. Senza una vita casta, è facile diventare autori e prede di idee viziose e queste, a loro volta, alimenteranno altre idee, spingendo ad ulteriori comportamenti in una spirale verso il basso. Ora io non mi arrogo di dire se AL affermi ciò che per alcuni è lodabile e per altri deprecabile, ovvero che vi siano circostanze in cui è permessa la Comunione a divorziati risposati che non vivano in continenza, se cioé Francesco contraddica San Giovanni Paolo II in Familiaris consortio, tuttavia, poiché autorevoli personaggi della Chiesa giudicano reale e sostengono con favore tale cambiamento, so esaminare le conseguenze logiche e necessarie di una tale idea. 

Dallo studio della questione del controllo delle nascite, raccolto nel mio volume "I veleni della contraccezione", ho compreso che il punto di tenuta dell'intera impalcatura morale bimillenaria cattolica ruota attorno alla inscindibilità dei significati unitivo e procreativo dell'atto coniugale. Lo dovette ammettere persino il giurista cattolico John T. Noonan nel suo studio pro-pillola: sin dagli albori del cristianesimo «nessun teologo cattolico ha mai insegnato "La contraccezione è un'azione buona"». 

Le idee hanno conseguenze e l'idea di separare sesso e fertilità ha conseguenze logiche. Se si ammette la sessualità sterilizzata, perché non la fertilità asessuata della fecondazione artificiale? Se è lecita la sessualità senza le conseguenze della paternità, se il sesso è un mero piacere, a che scopo caricarlo del fardello della fedeltà coniugale e del matrimonio stesso? E come negare il rimedio abortivo in caso di fallimento contraccettivo, una volta che la sessualità "liberata" dalla prole sia acquisita come il bene in certe situazioni? E ancora, se la fecondità è una mera appendice, attaccata alla sessualità con la clip tecnologica, perché mai dovrebbe essere rilevante la complementarietà sessuale nel matrimonio? 

Nel 1972 la filosofa Elizabeth Anscombe pubblicava un saggio in difesa di Paolo VI ed Humanae vitae dal titolo "Contraccezione e castità". Riporto un passaggio di quel testo della docente di Oxford: «Se il rapporto eterosessuale contraccettivo è lecito, allora, dopo tutto, quale obiezione può esserci alla mutua masturbazione, o alla copula in vaso indebito (extravaginale, n.d.r.), la sodomia, il sesso anale, quando la normale copula è impossibile o sconsigliabile (o in ogni caso secondo i gusti)? […] Ma se queste cose sono tutte giuste, diventa perfettamente impossibile individuare qualcosa di sbagliato, ad esempio, col rapporto omosessuale». E proseguiva: «Non sto dicendo: se pensi che la contraccezione va bene, allora farai queste cose; niente affatto. L'inclinazione alla rispettabilità persiste e i vecchi pregiudizi sono duri a morire. Ma sto dicendo: non avrai ragioni solide contro queste cose. Non avrai risposta a qualcuno che afferma, così come fanno molti, che anche loro sono buoni». 

Sono passati 45 anni e quelli che la Anscombe chiamava i vecchi pregiudizi paiono essere crollati per molti pastori. Com'ella previde, se oggi si cercano estimatori ecclesiastici della "bontà" sodomitica non c'è che l'imbarazzo della scelta: «Credo che sia uno sviluppo positivo che gli stati siano liberi di aprire il matrimonio civile per gli omosessuali» (cardinale Danneels). «Nella nostra cultura personalistica l'interdizione delle relazioni omosessuali è considerata come una discriminazione inaccettabile: ci saranno uomini e donne che non hanno il diritto di vivere apertamente la loro sessualità solo perché non vivono alla stessa maniera di come vive la grande maggioranza delle persone» (vescovo Bonny). «Gay si nasce» (cardinale Kasper). «Se c’è una relazione omosessuale fedele per trent’anni, non si può dire che non è niente, che non ha valore» (cardinale Marx). 

Quando nel 1930 gli anglicani decisero di rompere l'unità del cristianesimo sulla contraccezione, ciò avvenne anche per un motivo pratico: i pastori anglicani avevano cominciato ad usare la contraccezione con le loro mogli; come potevano dunque considerare un peccato ciò che loro praticavano in privato? Posso errare, e preciso di non volermi riferire a nessuna persona particolare, volendo semplicemente riferire un'impressione generale, ma un istinto mi suggerisce che qualcosa di analogo stia avvenendo riguardo a questo cedimento dottrinale nei confronti delle relazioni omosessuali. 

Ho l'impressione che l'interdizione all'ordine sacro per le persone con tendenze omosessuali, peraltro recentemente confermata sotto l'attuale pontificato, sia stata per decenni largamente disattesa ed ora se ne vedono i frutti avvelenati. I seminaristi sono diventati preti, i preti docenti, monsignori, rettori, vescovi e alcuni di questi cardinali. La lobby gay costituisce una piaga purulenta di cui, nonostante i tentativi, non si riesce a coprire il tanfo. 

Le idee hanno conseguenze. Quando il gesuita padre James Martin afferma che obbligare tutti a servirsi dei bagni corrispondenti al loro sesso biologico costituisce «un affronto alla dignità umana», fa solo un altro passetto nella stessa direzione: se la realtà biologica dell'altro non è rilevante per il coito, perché dovrebbe importare la realtà biologica di se stessi in qualsiasi attività? 

Quando si stila l'anagrafica dei sostenitori della Comunione ai divorziati risposati si scopre che gli stessi sono anche per la contraccezione, la fecondazione artificiale, sono muti sull'aborto, sono favorevoli al riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso (oltre ad essere contrari al celibato ecclesiastico e favorevoli all'ordinazione sacerdotale delle donne), tutta roba che riguarda i genitali, l'area dove si direbbe individuino il baricentro esistenziale dell'uomo. 

E non è un caso che anglicani e luterani, dopo avere dichiarato lecita la contraccezione, abbiano poi ammesso tutto il resto, compresa l'ordinazione di preti gay e la celebrazione di matrimoni omosessuali. Ci deve essere un qualche elemento teorico unificante. Lo troverete in ciò che Veritatis splendor rifiuta e condanna: etica della buona intenzione (Vs, 78), della situazione e proporzionalismo (Vs, 79) ed in ciò che difende: doveri della coscienza (Vs, 61) e male intrinseco (Vs, 80). 

Per questo difendere Veritatis splendor è decisivo. Aggirare gli assoluti morali negativi, ovvero le azioni che non si devono compiere mai per qualsiasi motivo ed in ogni circostanza, attraverso l'esaltazione del discernimento dei casi, obbliga a dovere presentare casi dove la legge non sia applicabile, cioè a quella casuistica da cui, a parole, si dice di non volere cadere. Fino ad ora tutti i tentativi hanno però rappresentato niente di più che l'irrisione della logica, quando addirittura non hanno confezionato performance tragicomiche come quella di sua eminenza il cardinale Coccopalmerio, cultura sopraffina, ardita al punto da produrre la singolare tesi giustificativa dell'adulterio a scopo antidepressivo. 

Il rendentorista Marcelo Vidal afferma che Amoris laetitia "è contro Veritatis splendor", ma se così è, allora non è più un modo pastoralmente diverso di affermare la stessa dottrina, è piuttosto un'inversione di dottrina, con buona pace dei pompieri. E se invece così non è, sorprende e sconcerta che non giunga alcuna smentita dagli interpreti di AL accreditati di autorevolezza. Ora si ode il bisbiglio su un prossimo cantiere per la rottamazione di Humanae vitae, ma fragorosa è stata la sordina messa all'ultima enciclica di Paolo VI e al martirio che gli è costata, in occasione della beatificazione di Papa Montini. 


Tuttavia la valanga non può fermarsi al solo ambito della morale e Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, uomini colti e razionali, ne sono stati consapevoli. Se si cambia l'insegnamento di Cristo sul matrimonio perché, come sostiene il capo dei gesuiti, non c'era il registratore per documentare con certezza le parole del Signore, perché non dubitare anche della resurrezione, dal momento che né Caifa, né gli apostoli avevano installato il sistema di videosorveglianza nel sepolcro? E perché difendere la transustanziazione eucaristica, se questa ostacola l'abbraccio ecumenico, in fin dei conti, mica c'era Piero Angela a controllare i fatti dell'ultima cena? I glossoprotrusi in servizio permanente effettivo possono sbraitare, agitarsi ed offendere quanto vogliono, possono pornoteologare, pornoconsultare e pornopraticare, ma alla fine le idee hanno conseguenze e tra queste vi è anche quella di svelare la mens dei loro autori.





sabato 13 maggio 2017

Omaggio a Giacinta, piccola guerriera



Oggi 13 maggio 2017  Francisco e Giacinta Marto che insieme alla cugina Lucia ebbero le famosissime apparizioni a Fatima sono stati proclamati santi da papa Francesco, che ha infatti letto la formula canonica che li iscrive nel registro dei santi; lo ha fatto nella Messa celebrata davanti al santuario che ricorda le apparizioni. I due piccoli veggenti erano stati beatificati da papa Giovanni Paolo II, qui a Fatima, il 13 maggio del Duemila. Dopo diciassette anni, ecco concludersi il percorso della santificazione nel centenario delle prime apparizioni. Di Lucia, morta nel 2010, è in corso il processo di beatificazione. Ma ora vorrei soffermarmi su Giacinta Marto, la più piccola dei tre pastorelli; lo faccio trascrivendo un articolo di Maurizio Blondet  che mi ha commosso e che denota una caratteristica dei santi: il coraggio; perché a sette anni Lei ne ha avuto tanto ed ha avuto anche amore, amore per tutte le anime per cui ha offerto la sua vita e le sue sofferenze.

Omaggio a Giacinta, piccola guerriera




(M.B. Questo articolo si intitolava "Pedagogia di lassù", lo pubblicai il 2 novembre 2013. Lo ripubblico  nel centenario di Fatima per omaggio alla piccola intrepida guerriera, al cui eroismo tanti sconosciuti hanno dovuto la salvezza dalla dannazione, senza nemmeno saperlo).

Questa è un omaggio a Giacinta, intrepida bambina. Riguardo la sua foto, quella che scattò ai tre ragazzini non so quale nobiluomo che disponeva di un  apparecchio.

I tre guardano tutti aggrottati, come facevano i contadini davanti alla macchina fotografica una volta, prima che della civiltà dell’immagine, così da sembrare scontrosi, ma perché essendo il fotografo con le spalle al sole, loro erano abbacinati – e intimiditi. Sono vestiti della festa, Francesco con un copricapo a maglia, le due ragazzine hanno la testa coperta non da un velo, ma da una specie di spessa copertina. Un’immagine da folklore.

Giacinta però spicca: è vistosamente la più piccolina di statura, avrà avuto otto anni, ha messo la mano sull’anca con un gesto di imperiosa, innata eleganza, e ci guarda dritto negli occhi, proprio noi. Lo sguardo e la bocca fermamente chiusa (tutti e tre nascondono segreti che non saranno rivelati se non decenni dopo: troppo intimi per parlarne, dirà la sopravvissuta) esprimono un sentimento preciso: determinazione. Determinazione di accettare anche questo «per i peccatori». Non fu il loro minor tormento, allora, vedersi circondati dalle folle, la curiosità degli estranei, le persone sconosciute che gli facevano domande indiscrete; sappiamo che Giacinta specialmente correva a nascondersi. Adesso, in posa, incantevole bambina, Giacinta offre anche questo sacrificio con assoluta determinazione.

Con assoluta determinazione

Una decisione che ha preso, si sa quando. «La visione dell’inferno suscitò un tale orrore in Giacinta che tutte le penitenze e mortificazioni le sembravano niente per riuscire a liberare qualche anima», ha scritto Lucia. «Spesso si sedeva e pensierosa cominciava a dire: l’Inferno, l’inferno! Quanta compassione ho delle anime che ci vanno! E la gente là dentro brucia come legna al fuoco!» E tutta tremante, s’inginocchiava con le mani giunte per recitare la preghiera che la Madonna ci aveva insegnato: O Gesù mio, perdona le nostre colpe, liberaci dal fuoco dell’inferno, e porta in cielo ….».

La Signora aveva chiesto loro: «Volete offrirvi a Dio disposti a sopportare tutte le sofferenze che egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione per i peccato con i quali è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori»:

«Sì, lo vogliamo» avevano risposto tutti e tre, ardenti. Da allora facevano a gara per inventare sacrifici nelle loro giornate fra le sassaie, a sorvegliare le pecore, trovarono una corda lasciata da un carettiere, ruvidissima e grossa da «far soffrire orribilmente», e se ne fecero tre cilici, senza sapere che cos’erano. Giacinta era piena d’iniziativa per inventare sacrifici.

«Diamo le nostre provviste a questi bambini poveri per la conversione dei peccatori».
«Quando avevamo qualche prova da sopportare, Giacinta domandava sempre: “Hai già detto a Gesù che è per amore verso di Lui?”. E unendo le sue piccole mani alzava gli occhi al cielo e diceva: o Gesù, è per amore verso di voi e per la conversione dei peccatori».

I tre bambini furono messi in prigione: si voleva strappare loro il segreto. Giacinta credette che i genitori l’avessero abbandonata «e diceva, con le lacrime che le scendevano per le guance: né i tuoi né i miei sono venuti a vederci! Non gli importa niente di noi!» Aveva sette anni. «Non piangere, offriamo tutto a Gesù», le disse il fratellino Francesco, e fece l’offerta: «O mio Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori». In carcere, «decidemmo di dire il nostro Rosario. Giacinta tirò fuori una medaglia che aveva al collo, e chiese a un carcerato che lo appendesse a un chiodo del muro e, in ginocchio, davanti alla medaglia, cominciammo a pregare. Anche i carcerati pregarono con noi, per quanto sapevano pregare, o almeno rimasero inginocchiati».

Quando cominciò ad ammalarsi, Lucia andava a trovarla e «c’era sempre un buon gruppo di bambini fuori dalla porta che mi chiedevano se potevano entrare a vederla. Lei si intratteneva con loro, insegnava loro le preghiere e a cantare, e consigliava loro di non fare peccati per non offendere il Signore a non andare all’inferno».

A questa bambina furono inviate visioni impressionanti del futuro. Un giorno a mezzogiorno, presso il pozzo, d’improvviso disse a Lucia: «Non hai visto il Santo Padre?» No. «Non so come è andata, ma ho visto il Santo Padre in una casa molto grande, in ginocchio davanti a un tavolo, piangente e con le mani sul viso; fuori della casa vi era molta gente e alcuni gli tiravano pietre, altri gli lanciavano imprecazioni e gli dicevano molte brutte parole. Dobbiamo pregare molto per lui!».

Una sera del 1917, disse alla cugina: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di gente che piange perché ha fame e non ha niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa che prega davanti al Cuore Immacolato di Maria? E tanta gente che prega con lui?»

Un giorno rimase tutta pensierosa. «Giacinta, a cosa stai pensando?». «Alla guerra che deve venire, Deve morire tanta gente! E va quasi tutta all’inferno! Devono essere distrutte tante case e morire molti sacerdoti. Vedi, io vado in cielo e tu, quando vedrai di notte la luce che quella Signora ha detto che viene prima (1) vienici anche tu». Vedeva, si ritiene, la seconda guerra mondiale, i suoi bombardamenti sulle città, i combattenti che vanno «quasi tutti all’inferno» perché quella fu la guerra delle ideologie atee di massa, milioni di uomini si massacrarono per le nuove fedi cieche e buie.

Nell’ottobre 1918 entrambi i fratellini si ammalarono. Giacinta raccontò a Lucia: «La Madonna ci è venuta a trovare, e ha detto che molto presto viene a prendere Francesco… A me ha chiesto se volevo convertire altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che sarei andata in un ospedale, e che là avrei sofferto molto. Di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato e per amore di Gesù. Ho chiesto se tu saresti venuta con me; ha detto di no ed è la cosa che mi dispiace di più. Mi ha detto che mi ci porterà mia madre e poi resterò là, da sola!».

Riguardo la sua foto. Questa bambina di otto anni, con quel visetto dolcemente corrucciato, il corpicino gracile e indifeso, che resta sola nello squallore di un letto di ospedale lontano, in una città irraggiungibile dai suoi genitori, piccola malata incurabile e perciò chissà quanto mal sopportata. Padre Pio accennò una volta: essere «malato fra gente a cui dai fastidio, ecco una buona mortificazione». Non conosceremo mai le segrete umiliazioni che subì Giacinta, le mancanze d’affetto che le furono date, sempre circondata da volti estranei e cuori freddi; mai una carezza della mamma, la più desolata solitudine.

«Giacinta tornò ancora per qualche tempo a casa dei genitori verso la fine d’agosto 1919, con una grande ferita aperta sul petto». Un ferita aperta sul petto. Subiva le tormentose cure (le inutili cure, lei lo sapeva, a cosa doveva quella piaga) «senza un lamento, senza mostrare la minima insofferenza. Ciò che le costava di più erano le visite frequenti e gli interrogatori della gente, dalla quale ora non poteva più nascondersi. Offro anche questo sacrificio per i peccatori”, diceva».

A dicembre dello stesso 1919, ricevette di nuovo la visita della Vergine. «Mi ha detto che andrò a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò né te né i miei genitori; e che dopo aver sofferto molto, morirò sola; ma che non devo aver paura, che mi viene a prendere lei là per portarmi in cielo».

E così fu. Riportato all’ospedale a Lisbona (diverso da quello in cui era stata, per due mesi, in precedenza) poi la trasferirono in un orfanotrofio di suore a Lisbona, poi in un altro ospedale ancora. Sempre sola. E con quella gran ferita aperta sul petto. In uno dei suoi ultimi giorni, qualcuno le chiese se voleva vedere la mamma. Giacinta disse: «La mia famiglia durerà poco tempo. Presto ci incontreremo in cielo…».

Negli ultimi quattro giorni, la Signora le tolse tutti i dolori. Giacinta è morta il 20 febbraio 1920, suo fratello Francesco era stato chiamato in cielo quasi un anno prima. Lei non aveva compiuto ancora i dieci anni.

Mi rendo conto che questo racconto, piccolo omaggio alla bambina più eroica di cui abbia mai sentito, sarà inteso da molti come una prova della crudeltà del Cielo. La pedagogia vigente oggi risparmia ai bambini la visione del nonno morto, perché «non abbiano traumi», men che meno una descrizione dell’inferno, perché se no hanno paura; anzi, nemmeno le vecchie fiabe devono conoscere, perché «sono angoscianti». Non si deve far paura ai bambini, così cresceranno sicuri di sé, «senza traumi» e «senza complessi»; bisogna esentarli da ogni durezza della vita, ricoprirli di abiti firmati, prepararli a capire che è importante «aver successo», risparmiarli da punizioni, e soprattutto non imporre loro alcun dovere. La frase «volete sacrificarvi per…?» è da noi vietata. «Volete offrirvi a Dio per..?», suscita addirittura cachinni ed esecrazione.

Così, anche da adulti grandi e grossi e sperimentati – parlo anzitutto di me – ci si sottrae alla domanda «Volete offrirvi a Dio?», anche quando si capisce con la mente che è la questione più importante per noi uomini, che è il nostro sì che vuole, e che non ne dobbiamo aver paura perché «chi vuol salvare la propria vita la perderà».

La pedagogia di lassù è chiaramente diversa. Giacinta, che nemmeno sapeva leggere, rispose quel «sì» di cui non siamo capaci, incondizionato e determinato. Ha subìto crudeltà? Lei stessa si offenderebbe: l’ho voluto io! Per i peccatori!

Quanto al successo nella vita a cui dobbiamo preparare i figli… ora i tre fratellini sono in quella luce che videro quando la Signora aprì le mani: «comunicandoci una luce così intensa, una specie di riflesso che usciva e ci penetrava nel petto e nel più intimo dell’anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella luce, più chiaramente di come ci vediamo nel migliore degli specchi».

Racconta Lucia che «ciò che più impressionava o assorbiva Francesco (il più contemplante e trasognato, ndr) era Dio, la Trinità in quella luce immensa che ci aveva penetrato nel più intimo dell’anima». Diceva: mi è piaciuto vedere il Signore e ancor più vederlo in quella luce in cui stavamo pure noi. Noi stavamo ardendo in quella Luce che è Dio ma non bruciavamo! Come è Dio! Non si può dirlo!».


Così, prego Giacinta. Con la tenue speranza di vederla – da una lontanissima penombra – lì in quella luce, la manina sul fianco mentre dà l’altra alla Vergine Mamma, che arde senza bruciarsi, con un gesto del braccio ringraziarla da lontano, lontanissimo: grazie Giacinta per quello che hai fatto anche per me.

Cara Giacinta, caro Francisco, pregate per tutti noi, voi santi tra i santi del paradiso.

venerdì 12 maggio 2017

L'angelo del Portogallo che annuncia Fatima




Domani saranno 100 anni dalla apparizione della Beata Vergine Maria a Fatima in Portogallo, la Madonna apparve a tre pastorelli: Lucia Dos Santos, di dieci anni, Giacinta e Francisco Marto, di sette e nove anni, per sei volte, dal 13 maggio al 13 ottobre del 1917. Domani sarà anche il giorno della canonizzazione di Giacinta e Francisco come annunciato dallo stesso papa Francesco, che sarà a Fatima proprio per l'anniversario delle apparizioni, quarto papa a recarsi a Fatima. L'importanza di Fatima è legata anche ai famosi tre segreti che la Chiesa attraverso i suoi più alti esponenti asserisce essere stati svelati definitivamente, mentre studiosi vari nel mondo, ritengono la questione ancora aperta e foriera di novità; quello su cui vorrei soffermarmi oggi è, rispetto alla storia notissima delle sei apparizioni, far notare che non tutti sanno che queste apparizioni furono precedute l'anno prima da tre apparizioni dell'angelo del Portogallo che si presentò a loro come l'angelo della pace. Nella prima apparizione della primavera del 1916, mentre i tre pastorelli si trovavano al pascolo sulla collina del Cabeço, videro un giovane, che si avvicinava e, quando giunse vicino disse:  "Non temete, sono l’Angelo della Pace, pregate con me"E inginocchiatosi piegò la fronte fino a terra e recitò per tre volte questa preghiera: "Dio mio, io credo, adoro, spero e Vi amo. Io Vi domando perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, non Vi amano". Poi disse loro: "Pregate così. I cuori di Gesù e di Maria ascoltano la voce delle vostre suppliche". Poi scomparve. Nell’estate 1916, mentre si trovavano ancora sulla collina del Cabeço a pascolare il gregge e giocavano allegramente, apparve ancora l’Angelo e disse a loro: "Cosa fate? Giocate? Pregate, pregate molto! I Santi Cuori di Gesù e di Maria hanno su di voi dei progetti di misericordia. Offrite senza cessare preghiere e sacrifici all’Altissimo. In tutto ciò in cui vi è possibile offrite a Dio un sacrificio in atto di riparazione per i peccati da cui è offeso, e in atto di supplica per la conversione dei peccatori. In questo modo voi attirerete la pace sulla vostra patria. Io sono il suo Angelo Custode, l’Angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi invierà". Nell’autunno 1916 sempre sulla stessa collina, Lucia, Francesco e Giacinta stavano ripetendo molte volte la preghiera insegnata loro dall’Angelo, quando Questi comparve per la terza volta, tenendo nella mano sinistra un Calice; sopra al Calice sospesa un’ Ostia da cui cadevano alcune gocce di Sangue dentro il calice. L’Angelo lasciò il Calice e l’Ostia sospesi nell’aria e, prostrato fino a terra a fianco dei pastorelli, ripeté, imitato da loro, tre volte una nuova preghiera: "Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io Vi adoro profondamente e Vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli del mondo, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi, delle indifferenze da cui Egli medesimo è offeso. Per i meriti infiniti del suo Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria io Vi domando la conversione dei poveri peccatori". Poi prese nuovamente il Calice e l’Ostia e dette l’Ostia a Lucia e il Sangue del Calice a Francesco e a Giacinta dicendo: "Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio". Poi si prostrò di nuovo e ripeté ancora tre volte la preghiera della “Santissima Trinità” quindi scomparve. L'anno seguente, l'ormai famoso 13 maggio del 1917 era la domenica precedente l'Ascensione e Lucia, Francesco e Giacinta dopo aver assistito alla Santa Messa portarono il gregge a pascolare in un luogo detto “Cova da Iria” e quel pomeriggio consumata la merenda e recitato il S.Rosario cominciarono a giocare quando, all’improvviso, videro un lampo; pensando che fosse in arrivo un temporale cominciarono ad avviarsi col gregge verso casa; poco dopo videro un altro lampo e, dopo pochi passi, videro sopra un piccolo leccio, una Signora tutta vestita di bianco, più brillante del sole. Erano iniziate le apparizioni di Fatima che scuotono ancora la mente e il cuore di tutti i cristiani del mondo. 

In una sua omelia, padre Giorgio Maria farè, spiega bene l'accaduto:





Aggiungo anche un video di don Leonardo Maria Pompei su Fatima molto interessante.


L'angelo del Portogallo viene ormai da tutti considerato l'impersonificazione dell'Arcangelo Michele