giovedì 20 luglio 2017

Il “sensus fidei” di "ogni" cattolico



Papa Paolo VI con il suo amico filosofo Jacques Maritain


Oggi voglio riproporre questo bell'articolo di Aldo Maria Valli che è centrato sul "Credo di Paolo VI" ovvero la necessità anche al livello del papa, di fermarsi e puntualizzare, come fece papa Montini, quale sia la fede che si sta professando e in Chi. Il perché di questa necessità è ben spiegato nell'articolo che invito a meditare e che in qualche passo evidenzio; sottolineo anche alcuni punti che più mi interessano, tanto da dare il titolo a questo Post: il "sensus fidei" che "ogni" cattolico deve esercitare, ricordando che ogni credente, in quanto  battezzato (e quindi sacerdote, profeta e re), è "defensor fidei" e di conseguenza ha non solo il diritto, ma il dovere di chiedere a ogni pastore, e anche al papa se necessario, di rendere ragione di quanto dice e insegna; l'obbedienza al papa si esplica forse accogliendo a scatola chiusa tutto ciò che egli sostiene, evitando di esercitare il giudizio? l'obbedienza al papa dipende solamente dal fatto che Lui, come vicario di Cristo  è legato alla dottrina cattolica, alla fede che deve continuamente professare davanti alla Chiesa come esplicitamente afferma Gesù Cristo: «Et tu autem conversus, confirma fratres tuos», per cui anche il papa ha sempre bisogno di conversione, così da poter svolgere il suo compito di confermare e rafforzare i fratelli nella fede. Il papa è il Vicario di Cristo. Deve rappresentare Nostro Signore sulla terra e trasmettere integralmente il suo insegnamento  intervenendo in ultima istanza a far definitiva chiarezza e a dar risolutiva certezza circa certi dati della Rivelazione precedentemente interpretati dai teologi e circa i quali restano controversie, dubbi o discussioni o a volte si danno anche negazioni o false interpretazioni, deve inoltre vegliare alla trasmissione dei mezzi di santificazione che Gesù ci ha lasciato cioè i sacramenti, egli è custode e portatore della Verità a lui consegnata e portatore della vera carità nella verità, neppure il Papa o un Concilio può cambiare l’insegnamento di Nostro Signore.








Domenica scorsa, 16 luglio, nella mia parrocchia sono stati battezzati quattro bambini. Cerimonia bella, con l’immersione totale dei piccoli nell’acqua benedetta. Una festa, com’è giusto che sia in questi casi. Ma il momento che mi fa riflettere di più è sempre quello del rinnovo delle promesse battesimali, quando a tutti i fedeli è chiesto di ripetere le formule tanto semplici quanto incisive previste dal rito.

«Rinunciate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio?»
«Rinuncio!»
«Rinunciate alle seduzione del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?»
«Rinuncio!»
«Rinunciate a satana, origine e causa di ogni peccato?»
«Rinuncio!»
«Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra?»
«Credo!»
«Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre?»
«Credo!»
«Credete nello Spirito Santo, la Santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna?»
«Credo!»

Mentre rinnovavo le promesse assieme a tutti gli altri fedeli, pensavo alla nostra fede cattolica, cosa ne sappiamo veramente, come la viviamo, al suo stato di salute in questi nostri tempi e al ruolo che tutti i battezzati, proprio in quanto tali, hanno nella sua salvaguardia, secondo l’insegnamento della santa madre Chiesa.

Mi è tornata così alla mente un’intervista concessa qualche tempo fa da don Nicola Bux, teologo, liturgista e scrittore, autore di «Con i sacramenti non si scherza», «Come andare a messa e non perdere la fede» e molti altri libri. Nell’intervista, realizzata da  Edward Pentin per il «National Catholic Register», don Bux a un certo punto fa una proposta: 

"di fronte alla grave crisi di fede che sta caratterizzando la nostra epoca sarebbe auspicabile un intervento esplicito del papa, per affermare ciò che è cattolico e correggere quelle prese di posizione ambigue o erronee che spingono molti a interpretazioni non cattoliche. Si dovrebbe trattare quindi di una vera e propria professione di fede (ecco il motivo per cui la proposta mi è tornata alla mente durante il rinnovo delle promesse battesimali), utile per fare chiarezza e dissolvere i dubbi che in questa stagione stanno proliferando".

Ora immagino le obiezioni di coloro secondo i quali il papa non è tenuto ad alcuna precisazione perché tutto è chiaro e limpido e perché il pontefice va sempre ascoltato senza muovere osservazioni né tanto meno critiche. Obiezioni che don Bux respinge spiegando che in realtà è impossibile non accorgersi del dilagare di sconcerto e confusione e ricordando che ogni credente, in quanto  battezzato (e quindi sacerdote, profeta e re), è «defensor fidei» e di conseguenza ha non solo il diritto, ma il dovere di chiedere a ogni pastore, e anche al papa se necessario, di rendere ragione di quanto dice e insegna: «Chiunque pensi che presentare dubbi (“dubia”) al papa non sia un segno di obbedienza, non ha capito, cinquant’anni dopo il Vaticano II, la relazione fra il papa e l’intera Chiesa».

Che cosa significa, infatti, obbedienza al papa? Significa forse accogliere a scatola chiusa tutto ciò che egli sostiene, evitando di esercitare il giudizio? No di certo, risponde don Bux. L’«obbedienza al papa dipende solamente dal fatto che lui è legato alla dottrina cattolica, alla fede che deve continuamente professare davanti alla Chiesa».

Di qui dunque l’idea, lanciata da don Bux, di una professione di fede da parte del papa, sull’esempio di quella che Paolo VI fece in un’altra stagione delicata e complessa per la Chiesa, cinquant’anni fa, quando, di fronte ad alcune interpretazioni quanto meno discutibili del Concilio Vaticano II, Montini avvertì il bisogno di una puntualizzazione. 

Perché, come hanno spiegato bene Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, anche il papa ha sempre bisogno di conversione, così da poter svolgere il suo compito di confermare e rafforzare i fratelli nella fede, secondo le parole di Cristo: «Et tu autem conversus, confirma fratres tuos».

In seguito all’intervista di don Bux, pensando a quanto può fare un credente laico, in quanto  battezzato, a difesa della fede, sono andato a rivedermi la storia di quella professione di fede di mezzo secolo fa, scoprendo che in effetti, all’origine del testo che il papa propose alla Chiesa, ci fu non un consacrato, non un prete e nemmeno un vescovo o un cardinale, ma proprio un laico.

Andiamo però con ordine e partiamo da quanto papa Montini disse il 19 aprile 1967, durante un’udienza generale.

Rievocando il battesimo amministrato giorni prima a due catecumeni nel restaurato battistero di San Giovanni in Laterano il pontefice sottolineò il significato potente del dialogo che caratterizza il sacramento: 

«Tu che cosa sei venuto a chiedere alla Chiesa di Dio?». «La fede; sono venuto a chiedere la fede».

Durante il battesimo, notò il papa, la Chiesa non si preoccupa di dare una definizione concettuale della fede, ma oggi, in una realtà umana segnata dall’incertezza circa il senso della vita e dalla mancanza di riferimenti in campo morale, una definizione del genere è importante per ogni persona, perché «dal concetto che uno si fa della fede dipende poi tutta la sua vita religiosa ed anche in gran parte la sua vita morale».

Che cos’è dunque la fede?

Un primo concetto di fede, spiegò il papa, «è quello che assimila semplicemente la fede col sentimento religioso, con la credenza vaga e generica dell’esistenza di Dio e d’un qualche rapporto fra Dio e la nostra vita». In questo caso la fede si riduce a una serie nozioni e formule «che sono come un sedimento residuo d’una istruzione catechistica dimenticata e d’una osservanza religiosa decaduta, ma dotata di qualche occasionale reviviscenza. È questa purtroppo la fede di molta gente del mondo odierno, una fede d’abitudine, una fede convenzionale, una fede non capita e poco praticata, una fede incoerente col resto della vita, e perciò noiosa e pesante. Non è del tutto morta, ma non è per niente viva».

Poi, spiegò il papa, c’è la fede intesa e vissuta a un altro livello, ben più consapevole, come risposta alla Parola di Dio, come dialogo che corrisponde a un «sì» che consente a Dio di entrare in noi e di trasformarci, così che credere ci appare del tutto ragionevole, logico, e la fede «ci fa cogliere come corrispondenti alla realtà le verità che la Parola di Dio ci ha rivelate».

E qui Paolo VI aggiunse un’importante precisazione: «Queste poche e semplici considerazioni ci fanno pensare al lato soggettivo della fede; ma questo nome benedetto si riferisce anche ad un complesso di dottrine, di dogmi oggettivi». La fede, infatti,  «non è solo l’atto per cui noi crediamo; è anche la dottrina a cui noi crediamo; è ciò che abitualmente chiamiamo il “credo”, quello che noi canteremo tra poco, alla fine di questa udienza. Non diciamo di più, per ora. Portiamo con noi la famosa definizione della Lettera agli Ebrei: “La fede è la realtà di cose sperate, e convinzione di cose che non si vedono” (11, 1)».

«Non diciamo di più, per ora». Il papa quel giorno si fermò lì, ma, come le sue parole lasciano intuire, continuò a pensarci, finché il 30 giugno 1968, a conclusione dell’Anno della fede da lui indetto nel diciannovesimo centenario del martirio di Pietro e Paolo, pronunciò una vera e propria professione di fede, «in nome e a impegno di tutta la Chiesa, come “Credo del popolo di Dio”». Fu un «ritorno alle sorgenti», come spiegò, in un momento in cui «facili sperimentalismi dottrinali» incrinavano le certezza non solo dei fedeli ma anche dei sacerdoti.

«Ci sembra che a Noi incomba il dovere di adempiere il mandato, affidato da Cristo a Pietro […], di confermare nella fede i nostri fratelli». Disse così Paolo VI (all’epoca il papa parlava ancora usando il plurale maiestatis) e aggiunse: «Nel far questo Noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire – come purtroppo oggi spesso avviene – un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli».

Fu dunque pronunciata la solenne professione di fede, che ricalcò il Credo di Nicea e ribadì, tra l’altro, tre punti che in quel tempo erano sottoposti a contestazione: il dogma del peccato originale («Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa»), la missione della Chiesa al servizio della verità («la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù») e la natura della messa in quanto «Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari».

Mi sembra che il riferimento alla fede come realtà non solo soggettiva ma anche oggettiva, perché composta da norme, leggi e dogmi immutabili, abbia un significato molto importante anche per noi, oggi. 

Ma proseguiamo.

Come nacque il «Credo di Paolo VI» e chi ne fu l’estensore? Da alcune ricostruzioni storiche siamo venuti a sapere che nell’elaborazione del testo ebbe un ruolo determinante un laico, il filosofo Jacques Maritain, grande amico di Montini, che nel gennaio del 1967 scriveva al cardinale Charles Journet: 

«Un’idea mi è venuta in mente da parecchi giorni, con una tale intensità e una tale chiarezza che io non credo di poterla trascurare. Era come un tratto di luce mentre pregavo per il papa e consideravo la crisi tremenda che la Chiesa sta attraversando».

Davanti a una crisi così profonda, spiegava Maritain: 

«solo una cosa è in grado di toccare universalmente gli spiriti, e di custodire il bene, assolutamente essenziale, che è l’integrità della fede: non un atto disciplinare, né delle esortazioni, né delle direttive, ma un atto dogmatico, sul piano della fede stessa; un atto sovrano dell’autorità suprema che è quella del Vicario di Gesù Cristo».

La necessità di un atto del genere era nell’aria, tanto che anche il teologo domenicano Yves Congar già nel 1964 aveva inviato al papa un progetto di «professio fidei», del quale però non si fece nulla perché Paolo VI non ne restò convinto.

Il progetto di Maritain invece fece strada. Mandato al papa tramite il cardinale Charles Journet, convincerà Paolo VI a tal punto che Maritain, leggendo sul giornale, il 2 luglio 1968, un’ampia sintesi del «Credo» pronunciato dal pontefice vi ritroverà in sostanza il testo da lui inviato a Roma.

All’epoca il clima generale è fortemente condizionato dal celebre, o famigerato, «Catechismo olandese», presentato dal cardinale Alfrink nell’ottobre 1966. Journet, che ha fatto parte della commissione voluta dal papa per esaminare il documento, esprime un giudizio netto: i vescovi olandesi hanno elaborato uno strumento per «sostituire, all’interno della Chiesa stessa, un’ortodossia a un’altra, una “ortodossia moderna” all’ortodossia tradizionale». E quando poi il papa gli chiede una valutazione sulla situazione della Chiesa, Journet risponde con una sola parola: «Tragica».

Su punti nodali quali il peccato originale, il senso della redenzione, la natura del sacrificio della messa, la presenza corporale di Cristo nell’eucaristia, il primato di Pietro, la dottrina dei sacramenti, il «Credo di Paolo VI» suona in effetti, in gran parte, come una risposta al «Catechismo olandese». Ma qui vorrei sottolineare le parole con le quali Maritain accompagnò la sua bozza, quando la inviò all’amico Journet: 

«Sono stato contento di farlo: ansioso, allo stesso tempo, di ciò che voi ne penserete; e mortificato e confuso d’aver dovuto, per redigere queste pagine, mettere per qualche istante, con l’immaginazione, un povero diavolo come me al posto del Santo Padre! Non c’è situazione più idiota».

Insomma, se cinquant’anni fa il papa, in circostanze tanto complicate per la Chiesa cattolica, per la tenuta della fede e il rispetto della retta dottrina, fece la sua «professio fidei» fu anche, e anzi soprattutto, grazie a un credente laico che, prendendo sul serio il suo ruolo di battezzato e quindi di sacerdote, profeta e re, pur sentendosi inadeguato e confuso si lasciò guidare dallo Spirito e suggerì al pontefice le parole giuste.

Commenterà molti anni dopo l’allora teologo della Casa pontificia, il cardinale Georges Cottier: 

«Nello stendere il suo testo, Maritain aveva solo seguito quasi istintivamente il “sensus fidei”, lo stesso che si esprimeva in maniera concorde nelle richieste provenienti dal sinodo dei vescovi e che aveva ispirato Paolo VI nel proclamare l’Anno della fede. Con quella libertà che accompagna sempre le vicende della Chiesa, quando a guidare è il Signore. Al successore di Pietro non restava altro che riconoscere e autenticare quelle formule, che ripetevano semplicemente l’insegnamento ricevuto da Cristo, che attrae i cuori con la sua grazia».

Nel suo taccuino, dopo aver letto i giornali del 2 luglio 1968, Jacques Maritain, che all’epoca aveva ottantasei anni, attribuì il merito di tutto all’amatissima moglie e commentò così quanto gli era successo: 

«Sono confuso. Travagliato dal fatto di essere stato ingaggiato in un mistero che mi sorpassa così tanto. Per fortuna è Raïssa che ha tutto condotto, che ha fatto tutto, dopo l’inizio di questa straordinaria avventura».

Aldo Maria valli

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Il testo integrale del Credo del popolo di Dio pronunciato solennemente da Paolo VI il 30 giugno 1968, nella traduzione ufficiale in lingua italiana:
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“Νοi crediamo in un solo Dio…”
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Νοi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli, e Creatore in ciascun uomo dell’anima spirituale e immortale.
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Νοi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni: nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com’egli stesso ha rivelato a Mosè; e egli è Amore, come ci insegna l’Apostolo Giovanni: cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che abitando in una luce inaccessibile è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di lui a partecipare, quaggiù nell’oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l’eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le Tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura. Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con noi, davanti agli uomini, l’Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.
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Νοi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeterne e coeguali, sovrabbondano e si consumano, nella sovraeccellenza e nella gloria proprie dell’Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre deve essere venerata l’Unità nella Trinità e la Trinità nell’Unità.
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Noi crediamo in nostro signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri; e per mezzo di lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità, ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l’unità della persona. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine.
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Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Risurrezione e la sua Ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell’intimo dell’anima, rende l’uomo capace di rispondere all’invito di Gesù: Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste.
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Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo, e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente, preservata da ogni macchia del peccato originale e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature. Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile, la Vergine Santissima, l’Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti.
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Νοi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Νοi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione, e che esso è proprio a ciascuno.
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Νοi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell’Apostolo, là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.
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Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall’acqua e dallo Spirito santo alla vita divina in Gesù Cristo.
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Νοi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l’opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria. Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza. E con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione. Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della Sua Santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo. Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo Spirito, per mezzo di quell’Israele di cui custodisce con amore le sacre Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinarlo e universale. Νοi crediamo nell’infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo.
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Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica. Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza. Riconoscendo poi, al di fuori dell’organismo della Chiesa di Cristo, l’esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all’unità cattolica, e credendo all’azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l’amore per tale unità, noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l’unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.
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Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa. Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l’influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch’essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza.
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Νοi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell’Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo Mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell’ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale. Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino, proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutri-mento e per associarci all’unità del suo Corpo Mistico. L’unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell’Ostia Santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non possono vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi. Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo, la cui figura passa; e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora, essa li spinge anche a contribuire – ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi – al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L’intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del Regno eterno.
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Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime dl tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell’aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.
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Νοi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com’è e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine.
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Noi crediamo alla comunione tra tutti i Fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù: Chiedete e riceverete. E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.
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Pronunciato davanti alla Basilica di San Pietro, il 30 giugno dell’anno 1968, sesto del Nostro Pontificato.
PAOLO PP. VI