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mercoledì 18 aprile 2018

La Verità, la Chiesa, il gregge allo sbando e i lupi travestiti da agnelli



E' da un po' di tempo che non scrivevo su questo blog, trovo sempre meno tempo per farlo, ci sono cose più importanti a cui dare la precedenza, ma eccomi qui... dunque dove eravamo rimasti?  Ah si! La VERITA' che è N.S.G.C. e tutto ciò che sta accadendo nel mondo ma soprattutto nella Chiesa. Nel mondo con fake-news colossali come quelle  sul gas nervino in Siria che ha quasi scatenato la terza guerra mondiale e ciò che da tempo accade nella Chiesa; abbiamo visto e udito cose che voi umani non potreste immaginarvi : due papi viventi,  un eresiarca che dopo 500 anni viene (quasi) santificato, esortazioni e interviste papali che seminano dubbi e incertezza tanto che come ebbe a dire il compianto card. Caffarra: «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione» e l'elenco potrebbe andare avanti ancora, ma non lo farò io, a questo ci ha pensato con tanti suoi articoli Francesco Lamendola che ripropongo in questa raccolta che mi è stata gentilmente "passata" dall'amico Catholicus che ringrazio, ecco allora "qualche" articolo che  fotografa crudamente la situazione attuale della Chiesa e di noi povere pecore di questo maltrattato gregge da parte di pastori-lupi travestiti da agnelli (Gv. 10,1-18)

Il buon pastore

[1] «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. [2] Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. [3] Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. [4] E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. [5] Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». [6] Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. [7] Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. [8] Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. [9] Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. [10] Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. [11] Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. [12] Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; [13] egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. [14] Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, [15] come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. [16] E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. [17] Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18] Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».  (Gv. 10,1-18)

E qui di seguito ecco le otto raccolte di articoli di Francesco Lamendola che fanno seguito ad altre otto che avevo già pubblicato qui.









Naturalmente tutti questi articoli sono scaricabili anche dal sito originale www.accademianuovaitalia.it ma radunarli in queste raccolte facilita la lettura



giovedì 20 luglio 2017

Il “sensus fidei” di "ogni" cattolico



Papa Paolo VI con il suo amico filosofo Jacques Maritain


Oggi voglio riproporre questo bell'articolo di Aldo Maria Valli che è centrato sul "Credo di Paolo VI" ovvero la necessità anche al livello del papa, di fermarsi e puntualizzare, come fece papa Montini, quale sia la fede che si sta professando e in Chi. Il perché di questa necessità è ben spiegato nell'articolo che invito a meditare e che in qualche passo evidenzio; sottolineo anche alcuni punti che più mi interessano, tanto da dare il titolo a questo Post: il "sensus fidei" che "ogni" cattolico deve esercitare, ricordando che ogni credente, in quanto  battezzato (e quindi sacerdote, profeta e re), è "defensor fidei" e di conseguenza ha non solo il diritto, ma il dovere di chiedere a ogni pastore, e anche al papa se necessario, di rendere ragione di quanto dice e insegna; l'obbedienza al papa si esplica forse accogliendo a scatola chiusa tutto ciò che egli sostiene, evitando di esercitare il giudizio? l'obbedienza al papa dipende solamente dal fatto che Lui, come vicario di Cristo  è legato alla dottrina cattolica, alla fede che deve continuamente professare davanti alla Chiesa come esplicitamente afferma Gesù Cristo: «Et tu autem conversus, confirma fratres tuos», per cui anche il papa ha sempre bisogno di conversione, così da poter svolgere il suo compito di confermare e rafforzare i fratelli nella fede. Il papa è il Vicario di Cristo. Deve rappresentare Nostro Signore sulla terra e trasmettere integralmente il suo insegnamento  intervenendo in ultima istanza a far definitiva chiarezza e a dar risolutiva certezza circa certi dati della Rivelazione precedentemente interpretati dai teologi e circa i quali restano controversie, dubbi o discussioni o a volte si danno anche negazioni o false interpretazioni, deve inoltre vegliare alla trasmissione dei mezzi di santificazione che Gesù ci ha lasciato cioè i sacramenti, egli è custode e portatore della Verità a lui consegnata e portatore della vera carità nella verità, neppure il Papa o un Concilio può cambiare l’insegnamento di Nostro Signore.








Domenica scorsa, 16 luglio, nella mia parrocchia sono stati battezzati quattro bambini. Cerimonia bella, con l’immersione totale dei piccoli nell’acqua benedetta. Una festa, com’è giusto che sia in questi casi. Ma il momento che mi fa riflettere di più è sempre quello del rinnovo delle promesse battesimali, quando a tutti i fedeli è chiesto di ripetere le formule tanto semplici quanto incisive previste dal rito.

«Rinunciate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio?»
«Rinuncio!»
«Rinunciate alle seduzione del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?»
«Rinuncio!»
«Rinunciate a satana, origine e causa di ogni peccato?»
«Rinuncio!»
«Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra?»
«Credo!»
«Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre?»
«Credo!»
«Credete nello Spirito Santo, la Santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna?»
«Credo!»

Mentre rinnovavo le promesse assieme a tutti gli altri fedeli, pensavo alla nostra fede cattolica, cosa ne sappiamo veramente, come la viviamo, al suo stato di salute in questi nostri tempi e al ruolo che tutti i battezzati, proprio in quanto tali, hanno nella sua salvaguardia, secondo l’insegnamento della santa madre Chiesa.

Mi è tornata così alla mente un’intervista concessa qualche tempo fa da don Nicola Bux, teologo, liturgista e scrittore, autore di «Con i sacramenti non si scherza», «Come andare a messa e non perdere la fede» e molti altri libri. Nell’intervista, realizzata da  Edward Pentin per il «National Catholic Register», don Bux a un certo punto fa una proposta: 

"di fronte alla grave crisi di fede che sta caratterizzando la nostra epoca sarebbe auspicabile un intervento esplicito del papa, per affermare ciò che è cattolico e correggere quelle prese di posizione ambigue o erronee che spingono molti a interpretazioni non cattoliche. Si dovrebbe trattare quindi di una vera e propria professione di fede (ecco il motivo per cui la proposta mi è tornata alla mente durante il rinnovo delle promesse battesimali), utile per fare chiarezza e dissolvere i dubbi che in questa stagione stanno proliferando".

Ora immagino le obiezioni di coloro secondo i quali il papa non è tenuto ad alcuna precisazione perché tutto è chiaro e limpido e perché il pontefice va sempre ascoltato senza muovere osservazioni né tanto meno critiche. Obiezioni che don Bux respinge spiegando che in realtà è impossibile non accorgersi del dilagare di sconcerto e confusione e ricordando che ogni credente, in quanto  battezzato (e quindi sacerdote, profeta e re), è «defensor fidei» e di conseguenza ha non solo il diritto, ma il dovere di chiedere a ogni pastore, e anche al papa se necessario, di rendere ragione di quanto dice e insegna: «Chiunque pensi che presentare dubbi (“dubia”) al papa non sia un segno di obbedienza, non ha capito, cinquant’anni dopo il Vaticano II, la relazione fra il papa e l’intera Chiesa».

Che cosa significa, infatti, obbedienza al papa? Significa forse accogliere a scatola chiusa tutto ciò che egli sostiene, evitando di esercitare il giudizio? No di certo, risponde don Bux. L’«obbedienza al papa dipende solamente dal fatto che lui è legato alla dottrina cattolica, alla fede che deve continuamente professare davanti alla Chiesa».

Di qui dunque l’idea, lanciata da don Bux, di una professione di fede da parte del papa, sull’esempio di quella che Paolo VI fece in un’altra stagione delicata e complessa per la Chiesa, cinquant’anni fa, quando, di fronte ad alcune interpretazioni quanto meno discutibili del Concilio Vaticano II, Montini avvertì il bisogno di una puntualizzazione. 

Perché, come hanno spiegato bene Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, anche il papa ha sempre bisogno di conversione, così da poter svolgere il suo compito di confermare e rafforzare i fratelli nella fede, secondo le parole di Cristo: «Et tu autem conversus, confirma fratres tuos».

In seguito all’intervista di don Bux, pensando a quanto può fare un credente laico, in quanto  battezzato, a difesa della fede, sono andato a rivedermi la storia di quella professione di fede di mezzo secolo fa, scoprendo che in effetti, all’origine del testo che il papa propose alla Chiesa, ci fu non un consacrato, non un prete e nemmeno un vescovo o un cardinale, ma proprio un laico.

Andiamo però con ordine e partiamo da quanto papa Montini disse il 19 aprile 1967, durante un’udienza generale.

Rievocando il battesimo amministrato giorni prima a due catecumeni nel restaurato battistero di San Giovanni in Laterano il pontefice sottolineò il significato potente del dialogo che caratterizza il sacramento: 

«Tu che cosa sei venuto a chiedere alla Chiesa di Dio?». «La fede; sono venuto a chiedere la fede».

Durante il battesimo, notò il papa, la Chiesa non si preoccupa di dare una definizione concettuale della fede, ma oggi, in una realtà umana segnata dall’incertezza circa il senso della vita e dalla mancanza di riferimenti in campo morale, una definizione del genere è importante per ogni persona, perché «dal concetto che uno si fa della fede dipende poi tutta la sua vita religiosa ed anche in gran parte la sua vita morale».

Che cos’è dunque la fede?

Un primo concetto di fede, spiegò il papa, «è quello che assimila semplicemente la fede col sentimento religioso, con la credenza vaga e generica dell’esistenza di Dio e d’un qualche rapporto fra Dio e la nostra vita». In questo caso la fede si riduce a una serie nozioni e formule «che sono come un sedimento residuo d’una istruzione catechistica dimenticata e d’una osservanza religiosa decaduta, ma dotata di qualche occasionale reviviscenza. È questa purtroppo la fede di molta gente del mondo odierno, una fede d’abitudine, una fede convenzionale, una fede non capita e poco praticata, una fede incoerente col resto della vita, e perciò noiosa e pesante. Non è del tutto morta, ma non è per niente viva».

Poi, spiegò il papa, c’è la fede intesa e vissuta a un altro livello, ben più consapevole, come risposta alla Parola di Dio, come dialogo che corrisponde a un «sì» che consente a Dio di entrare in noi e di trasformarci, così che credere ci appare del tutto ragionevole, logico, e la fede «ci fa cogliere come corrispondenti alla realtà le verità che la Parola di Dio ci ha rivelate».

E qui Paolo VI aggiunse un’importante precisazione: «Queste poche e semplici considerazioni ci fanno pensare al lato soggettivo della fede; ma questo nome benedetto si riferisce anche ad un complesso di dottrine, di dogmi oggettivi». La fede, infatti,  «non è solo l’atto per cui noi crediamo; è anche la dottrina a cui noi crediamo; è ciò che abitualmente chiamiamo il “credo”, quello che noi canteremo tra poco, alla fine di questa udienza. Non diciamo di più, per ora. Portiamo con noi la famosa definizione della Lettera agli Ebrei: “La fede è la realtà di cose sperate, e convinzione di cose che non si vedono” (11, 1)».

«Non diciamo di più, per ora». Il papa quel giorno si fermò lì, ma, come le sue parole lasciano intuire, continuò a pensarci, finché il 30 giugno 1968, a conclusione dell’Anno della fede da lui indetto nel diciannovesimo centenario del martirio di Pietro e Paolo, pronunciò una vera e propria professione di fede, «in nome e a impegno di tutta la Chiesa, come “Credo del popolo di Dio”». Fu un «ritorno alle sorgenti», come spiegò, in un momento in cui «facili sperimentalismi dottrinali» incrinavano le certezza non solo dei fedeli ma anche dei sacerdoti.

«Ci sembra che a Noi incomba il dovere di adempiere il mandato, affidato da Cristo a Pietro […], di confermare nella fede i nostri fratelli». Disse così Paolo VI (all’epoca il papa parlava ancora usando il plurale maiestatis) e aggiunse: «Nel far questo Noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire – come purtroppo oggi spesso avviene – un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli».

Fu dunque pronunciata la solenne professione di fede, che ricalcò il Credo di Nicea e ribadì, tra l’altro, tre punti che in quel tempo erano sottoposti a contestazione: il dogma del peccato originale («Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa»), la missione della Chiesa al servizio della verità («la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù») e la natura della messa in quanto «Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari».

Mi sembra che il riferimento alla fede come realtà non solo soggettiva ma anche oggettiva, perché composta da norme, leggi e dogmi immutabili, abbia un significato molto importante anche per noi, oggi. 

Ma proseguiamo.

Come nacque il «Credo di Paolo VI» e chi ne fu l’estensore? Da alcune ricostruzioni storiche siamo venuti a sapere che nell’elaborazione del testo ebbe un ruolo determinante un laico, il filosofo Jacques Maritain, grande amico di Montini, che nel gennaio del 1967 scriveva al cardinale Charles Journet: 

«Un’idea mi è venuta in mente da parecchi giorni, con una tale intensità e una tale chiarezza che io non credo di poterla trascurare. Era come un tratto di luce mentre pregavo per il papa e consideravo la crisi tremenda che la Chiesa sta attraversando».

Davanti a una crisi così profonda, spiegava Maritain: 

«solo una cosa è in grado di toccare universalmente gli spiriti, e di custodire il bene, assolutamente essenziale, che è l’integrità della fede: non un atto disciplinare, né delle esortazioni, né delle direttive, ma un atto dogmatico, sul piano della fede stessa; un atto sovrano dell’autorità suprema che è quella del Vicario di Gesù Cristo».

La necessità di un atto del genere era nell’aria, tanto che anche il teologo domenicano Yves Congar già nel 1964 aveva inviato al papa un progetto di «professio fidei», del quale però non si fece nulla perché Paolo VI non ne restò convinto.

Il progetto di Maritain invece fece strada. Mandato al papa tramite il cardinale Charles Journet, convincerà Paolo VI a tal punto che Maritain, leggendo sul giornale, il 2 luglio 1968, un’ampia sintesi del «Credo» pronunciato dal pontefice vi ritroverà in sostanza il testo da lui inviato a Roma.

All’epoca il clima generale è fortemente condizionato dal celebre, o famigerato, «Catechismo olandese», presentato dal cardinale Alfrink nell’ottobre 1966. Journet, che ha fatto parte della commissione voluta dal papa per esaminare il documento, esprime un giudizio netto: i vescovi olandesi hanno elaborato uno strumento per «sostituire, all’interno della Chiesa stessa, un’ortodossia a un’altra, una “ortodossia moderna” all’ortodossia tradizionale». E quando poi il papa gli chiede una valutazione sulla situazione della Chiesa, Journet risponde con una sola parola: «Tragica».

Su punti nodali quali il peccato originale, il senso della redenzione, la natura del sacrificio della messa, la presenza corporale di Cristo nell’eucaristia, il primato di Pietro, la dottrina dei sacramenti, il «Credo di Paolo VI» suona in effetti, in gran parte, come una risposta al «Catechismo olandese». Ma qui vorrei sottolineare le parole con le quali Maritain accompagnò la sua bozza, quando la inviò all’amico Journet: 

«Sono stato contento di farlo: ansioso, allo stesso tempo, di ciò che voi ne penserete; e mortificato e confuso d’aver dovuto, per redigere queste pagine, mettere per qualche istante, con l’immaginazione, un povero diavolo come me al posto del Santo Padre! Non c’è situazione più idiota».

Insomma, se cinquant’anni fa il papa, in circostanze tanto complicate per la Chiesa cattolica, per la tenuta della fede e il rispetto della retta dottrina, fece la sua «professio fidei» fu anche, e anzi soprattutto, grazie a un credente laico che, prendendo sul serio il suo ruolo di battezzato e quindi di sacerdote, profeta e re, pur sentendosi inadeguato e confuso si lasciò guidare dallo Spirito e suggerì al pontefice le parole giuste.

Commenterà molti anni dopo l’allora teologo della Casa pontificia, il cardinale Georges Cottier: 

«Nello stendere il suo testo, Maritain aveva solo seguito quasi istintivamente il “sensus fidei”, lo stesso che si esprimeva in maniera concorde nelle richieste provenienti dal sinodo dei vescovi e che aveva ispirato Paolo VI nel proclamare l’Anno della fede. Con quella libertà che accompagna sempre le vicende della Chiesa, quando a guidare è il Signore. Al successore di Pietro non restava altro che riconoscere e autenticare quelle formule, che ripetevano semplicemente l’insegnamento ricevuto da Cristo, che attrae i cuori con la sua grazia».

Nel suo taccuino, dopo aver letto i giornali del 2 luglio 1968, Jacques Maritain, che all’epoca aveva ottantasei anni, attribuì il merito di tutto all’amatissima moglie e commentò così quanto gli era successo: 

«Sono confuso. Travagliato dal fatto di essere stato ingaggiato in un mistero che mi sorpassa così tanto. Per fortuna è Raïssa che ha tutto condotto, che ha fatto tutto, dopo l’inizio di questa straordinaria avventura».

Aldo Maria valli

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Il testo integrale del Credo del popolo di Dio pronunciato solennemente da Paolo VI il 30 giugno 1968, nella traduzione ufficiale in lingua italiana:
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“Νοi crediamo in un solo Dio…”
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Νοi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli, e Creatore in ciascun uomo dell’anima spirituale e immortale.
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Νοi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni: nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com’egli stesso ha rivelato a Mosè; e egli è Amore, come ci insegna l’Apostolo Giovanni: cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che abitando in una luce inaccessibile è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di lui a partecipare, quaggiù nell’oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l’eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le Tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura. Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con noi, davanti agli uomini, l’Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.
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Νοi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeterne e coeguali, sovrabbondano e si consumano, nella sovraeccellenza e nella gloria proprie dell’Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre deve essere venerata l’Unità nella Trinità e la Trinità nell’Unità.
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Noi crediamo in nostro signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri; e per mezzo di lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità, ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l’unità della persona. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine.
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Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Risurrezione e la sua Ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell’intimo dell’anima, rende l’uomo capace di rispondere all’invito di Gesù: Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste.
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Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo, e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente, preservata da ogni macchia del peccato originale e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature. Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile, la Vergine Santissima, l’Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti.
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Νοi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Νοi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione, e che esso è proprio a ciascuno.
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Νοi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell’Apostolo, là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.
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Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall’acqua e dallo Spirito santo alla vita divina in Gesù Cristo.
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Νοi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l’opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria. Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza. E con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione. Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della Sua Santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo. Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo Spirito, per mezzo di quell’Israele di cui custodisce con amore le sacre Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinarlo e universale. Νοi crediamo nell’infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo.
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Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica. Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza. Riconoscendo poi, al di fuori dell’organismo della Chiesa di Cristo, l’esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all’unità cattolica, e credendo all’azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l’amore per tale unità, noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l’unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.
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Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa. Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l’influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch’essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza.
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Νοi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell’Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo Mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell’ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale. Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino, proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutri-mento e per associarci all’unità del suo Corpo Mistico. L’unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell’Ostia Santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non possono vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi. Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo, la cui figura passa; e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora, essa li spinge anche a contribuire – ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi – al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L’intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del Regno eterno.
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Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime dl tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell’aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.
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Νοi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com’è e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine.
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Noi crediamo alla comunione tra tutti i Fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù: Chiedete e riceverete. E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.
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Pronunciato davanti alla Basilica di San Pietro, il 30 giugno dell’anno 1968, sesto del Nostro Pontificato.
PAOLO PP. VI




martedì 3 gennaio 2017

Il Papa è il vicario di Cristo, solo il vicario



Nella nostra società massmediatica, assetata di notizie, vere o false, quando a parlare è il Papa, non si può dire che il fatto non faccia notizia; subito accorrono "vaticanisti" e troupe televisive da ogni angolo della terra, per prendere nota e "costruirci" poi un bel "pezzo" giornalistico che a seconda delle intenzioni di chi lo scriverà, avrà un taglio amichevole o all'opposto una vena critica più o meno pesante. Delle parole dette dal Papa ognuno poi ne farà una sintesi non sempre aderente al vero e spesso manipolando singole frasi per creare l'effetto voluto. Per avere la certezza di ciò che il Papa abbia detto, ci vengono talvolta, ma non sempre, in aiuto i filmati "in diretta", perché le trascrizioni delle sue parole, capita spesso che siano "addomesticate". E' sempre un problema quello  di riuscire a discernere quello che è stato detto da quello che è stato riportato. In questi anni di pontificato poi ci si è messo anche Lui, a confondere un po' le acque con il suo stile terra terra e la sua parlata non sempre cristallina; in molte occasioni, lo sanno tutti ormai, dopo una qualche sua frase interpretata in modi opposti, ci si è messo Lui a complicare le cose dandone una terza versione. Il pontificato di Francesco ci ha abituato a questo e finché si tratta di interviste date su un aereo ad alta quota... vabbè.... ma quando a lasciare tutti nell'incertezza di ciò che voleva dire e che non vuole chiarire... allora... dobbiamo ricordarci che...
Il papa è il Vicario di Cristo. Deve rappresentare Nostro Signore sulla terra e trasmettere integralmente il suo insegnamento  intervenendo in ultima istanza a far definitiva chiarezza e a dar risolutiva certezza circa certi dati della Rivelazione precedentemente interpretati dai teologi e circa i quali restano controversie, dubbi o discussioni o a volte si danno anche negazioni o false interpretazioni, deve inoltre vegliare alla trasmissione dei mezzi di santificazione che Gesù ci ha lasciato cioè i sacramenti, egli è custode e portatore della Verità a lui consegnata e portatore della vera carità nella verità, neppure il Papa o un Concilio può cambiare l’insegnamento di Nostro Signore. “Se anche noi stessi o un Angelo dal cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che riceveste, sia anatema”, diceva S. Paolo. C'è un certo allarme tra i cattolici per come il Papa parla, per come agisce e in definitiva quali fini abbia in mente; il Papa ama porsi come umile e misericordioso con tutto il creato ma un giorno sì e l'altro pure usa toni "poco" misericordiosi con chi nella Chiesa non si allinea al suo pensare. Da qui nasce una domanda un po' angosciata in molti: come restare "cattolici" se la "prassi" stravolge tutto? e fino a che punto seguire il Papa nel suo "rinnovamento" della Chiesa? certo il Papa ha una potestà di giurisdizione suprema, ordinaria ed immediata, sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e singoli i pastori e fedeli, ma “La potestà del papa non è illimitata: è circoscritta entro determinati limiti. I limiti possono riguardare la validità o la liceità dell’esercizio della potestà. Se il Papa varca questi limiti si allontana dalla fede cattolica. E’ dottrina comune che il Papa, come dottore privato, può deviare dalla fede cattolica, cadendo in eresia e se così fosse? l'obbedienza al Papa sarebbe comunque incondizionata? Non è vincolante o obbligatoria solo quando un Pontefice ci obbligasse a rinnegare il Cristo, la Santissima Trinità, i Sacramenti, in una parola i dogmi, le dottrine. Sì invece quando non vi è questo pericolo. Un conto poi sono la critica moderata alle scelte che un Pontefice ritiene giuste e magari sono dottrinalmente ambigue o persino sbagliate, altra cosa è l'odio che con certe critiche viene disseminato contro un Pontefice, ma ricordiamoci che al di sopra di tutto, viene l’autorità di Colui del quale il Papa è il semplice vicario sulla terra: Gesù Cristo.





L'articolo che segue è di Cristiana de Magistris  -  cooperatores-veritatis.org

Il Papa è solo il vicario

Quando, negli anni del Concilio Vaticano II e dell’immediato post-Concilio, venti rivoluzionari soffiavano sulla Chiesa di Cristo, un teologo domenicano, padre Roger-Thomas Calmel, levò il suo vessillo contro-rivoluzionario e, con la sua penna e con la sua parola, fece sentire la sua voce che invitava i fedeli alla resistenza nella fedeltà inflessibile alla Tradizione di sempre con un atteggiamento spirituale di pace e finanche di gioia nella prova. Il messaggio di padre Calmel non ha mai cessato di essere attuale. Ma torna di particolare interesse quando – ed è il nostro caso – su verità “sempre, ovunque e da tutti” affermate inizia ad aleggiare il soffio funesto del dubbio, a partire dai vertici della gerarchia cattolica. Padre Calmel, spirito profetico come pochi negli ultimi 50 anni, aveva previsto questa tragica possibilità ed aveva messo in guardia i fedeli fornendo loro le armi per rimanere fedeli alla Chiesa di sempre ed evitare in tal modo la tentazione del sedevacantismo o quella ancor più funesta della disperazione. Poiché si tratta di una crisi dell’autorità, dal momento che gli errori vengono propugnati da chi avrebbe il compito di condannarli, il punto di partenza, fondamentale ed imprescindibile, è comprendere a fondo fin dove arrivi il potere dell’Autorità, a partire dal suo vertice, il Papa. Padre Calmel precisa anzitutto che il Capo della Chiesa è uno solo, Nostro Signore Gesù Cristo, che “è sempre infallibile, sempre senza peccato, sempre santo […]. È lui il solo Capo, perché tutti gli altri, compreso il più alto, non hanno autorità se non da Lui e per Lui”. Salendo al cielo, questo Capo invisibile ha lasciato alla sua Chiesa un Capo visibile come suo Vicario, il Papa, “che solo gode della giurisdizione suprema”. “Se però il Papa è il Vicario di Gesù, […], egli è soltanto il Vicario: vicens regens, tiene il posto di Gesù Cristo, ma resta altro da Lui”. Evidentemente il Papa ha prerogative del tutto eccezionali, custodendo i mezzi della grazia, i sacramenti, e la Verità rivelata. Gode, in certi casi ben circoscritti e determinati, dell’infallibilità. Per il resto, “può mancare in molti casi”. La storia della Chiesa – a parte un manipolo di Papi santi e un numero ridotto di papi indegni – è piena di Papi mediocri e manchevoli. Ciò non deve né spaventare né sorprendere. Al contrario, è proprio nella debolezza, e talvolta anche nell’indegnità, dei papi che risalta la signoria del nostro Salvatore, il Quale rimane il solo Capo della Chiesa, sulla quale esercita il suo governo “tenendo in mano anche i Papi insufficienti e contenendo la loro insufficienza in limiti invalicabili”. Ora, avverte padre Calmel, perché questa fiducia nel Capo invisibile della Chiesa sia così profonda da superare tutte le possibili deficienze del suo Vicario in terra, occorre che la nostra vita spirituale “sia riferita a Gesù Cristo e non al Papa; che la nostra vita interiore, la quale abbraccia – non serve dirlo – anche il Papa e la gerarchia, sia fondata non sulla gerarchia e sul Papa, ma sul divino Pontefice […] dal Quale il Vicario visibile supremo dipende ancor più degli altri sacerdoti”. E ciò per una ragione a tutti evidente e quanto mai elementare: “La Chiesa – scrive quest’illustre figlio di san Domenico – non è il corpo mistico del Papa. La Chiesa, col Papa, è il corpo mistico di Cristo. Quando la vita interiore dei cristiani è sempre più orientata a Gesù Cristo, essi non cadono nella disperazione, anche quando soffrono fino all’agonia delle manchevolezze d’un papa, sia egli un Onorio I o i papi antagonisti della fine del Medio Evo; sia egli, nel caso limite, un papa che manca secondo le nuove possibilità offerte dal modernismo”. Quand’anche un papa giungesse al limite estremo di cambiare la Fede “o per accecamento o per spirito di chimera o per un’illusione mortale” (tra le tante offerte dal modernismo), ebbene “il papa che arrivasse a questo punto non toglierebbe al Signore Gesù il suo governo infallibile, che tiene in mano anche lui, papa sviato, e gli impedisce di impegnare fino alla perversione della fede l’autorità ricevuta dall’alto”. Ma anche in questi sventurati casi, la vita interiore dei cristiani non può escludere il Papa, senza con ciò cessare di essere cristiana. Un’autentica vita interiore, centrata necessariamente su Gesù Cristo, include sempre il suo Vicario e l’obbedienza a lui dovuta, ma “questa obbedienza, lungi dall’essere incondizionata, è sempre praticata alla luce della fede teologale e della legge naturale”. E qui entra in gioco lo spinoso problema dell’obbedienza al Vicario di Cristo. Spinoso, nota ancora una volta padre Calmel, solo per chi ignori o voglia ignorare gli articoli della Fede cattolica riguardanti il Sommo Pontefice. Occorre anzitutto ricordare che ogni cristiano vive “per mezzo di Gesù Cristo e per Gesù Cristo, grazie alla sua Chiesa, che è governata dal Papa, al quale obbediamo in tutto ciò che è di sua competenza. Non viviamo affatto per mezzo e per il Papa, quasi ci avesse lui acquistato la redenzione eterna; ecco perché l’obbedienza cristiana non può né sempre né in tutto identificare il papa con Gesù Cristo”. Un cristiano che voglia incondizionatamente esser gradito al Papa, in tutto e sempre “è necessariamente abbandonato al rispetto umano” e si “espone a molte superficialità e complicità”. È pur vero, riconosce il teologo domenicano, che si è spesso predicato un’obbedienza al Vicario di Cristo che ha più il lezzo del servilismo che il profumo della virtù, talvolta per far carriera, o per preparare la propria testa al cappello cardinalizio, o per dare lustro al proprio Ordine o alla propria Congregazione. Ma, notiamo bene, “né Dio né il servizio del Papa hanno bisogno della nostra menzogna: Deus non eget nostro mendacio”. Occorre sempre ricordare la subordinazione dell’obbedienza alla Verità e dell’autorità alla Tradizione. Il Papa, come tutti gli uomini di Chiesa, non può usare legittimamente della sua autorità se non per definire o chiarire verità che sono sempre state insegnate. Se si allontanasse da questo sentiero, cesserebbe il dovere della nostra obbedienza e varrebbe il monito di san Pietro: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At 5,29) [1]. Il Papa – in quanto papa – non è sempre infallibile e – come uomo – non è mai impeccabile. “Non bisogna scandalizzarsi se prove, talvolta molto crudeli, sopraggiungono alla Chiesa proprio da parte del suo capo visibile. Non bisogna scandalizzarsi se, benché soggetti al Papa, non possiamo tuttavia seguirlo ciecamente, incondizionatamente, in tutto e sempre”. Ma che fare allora se una situazione di tal genere divenisse la triste e sventurata realtà? In tal caso bisogna ancor più fortemente orientare la propria vita interiore all’unico Redentore e Signore del mondo, nutrendosi della Tradizione apostolica, con i suoi dogmi, del suo immortale Messale e del Catechismo, oltre che della preghiera e della penitenza. D’altro canto, la Rivelazione non ha mai insegnato che il Vicario di Cristo è immune dall’infliggere alla Chiesa prove di tal genere. Ed il modernismo, imperante da cinquant’anni, certamente è un terreno fertile per farle germogliare. Ma, se ciò avvenisse – come pare stia avvenendo –, benché una sorta di smarrimento e di vertigine assalga l’anima dei fedeli, bisogna ricordare che la Chiesa è la Sposa di Cristo ed è Lui che – nonostante gli umani cedimenti – la guida nella sua ineffabile e spesso a noi incomprensibile provvidenza. Padre Calmel paragona lo stato della nostra vita interiore sopraffatta da una simile prova alla preghiera del Signore Gesù nel Getsemani, quando disse agli apostoli mentre avanzava la soldataglia: Sinite usque huc (Lc 22,51). “È come se il Signore dicesse: Lo scandalo può arrivare fino a questo punto; ma lasciate e, secondo la mia raccomandazione, vegliate e pregate… Col mio consenso a bere il calice, vi ho meritato ogni grazia, mentre eravate addormentati e mi avete lasciato solo; vi ho ottenuto in particolare una grazia di forza soprannaturale, che sia a misura di tutte le prove, anche della prova che può venire alla Santa Chiesa da parte del Papa. Io vi ho reso capaci di sfuggire a questa vertigine”. L’anima cristiana che fondi la propria vita interiore sulla Tradizione perenne non ha da temere, anche in quella che padre Calmel ritiene la peggiore delle prove per la Chiesa: il tradimento del suo Vicario. Con l’ottimismo proprio delle anime sante, pur riconoscendo l’immane tragedia che attanaglia la Sposa di Cristo, egli ritiene tuttavia una grazia vivere in questi tempi di prova, nei quali la sofferenza più grande dei figli della Chiesa è esattamente quella di non poter seguire il Papa come desidererebbero. “Noi siamo figli docili del Papa, ma ci rifiutiamo di entrare in complicità con le direttive papali che inducono al peccato”. Il cardinal Caietano non esita ad affermare che “Bisogna resistere al Papa che pubblicamente distrugge la Chiesa”. Si tratta, in questi casi, di una sorta di “eclissi del Papato”. Questa prova però, nota padre Calmel, non potrà essere “né totale né troppo lunga” e – soprattutto – “noi abbiamo la grazia di santificarci” in questa eclissi nella quale la Chiesa resta la Sposa di Cristo, nonostante tutto. Com’era sua abitudine, elevava lo sguardo verso il Cielo e diceva: “Abbiamo la grazia di soffrire e di resistere senza farne una tragedia. La Vergine Santa ci difende”. Dunque, che cosa fare? I veri figli della Chiesa, quanto più desiderano rivedere la loro Madre rivestita del suo glorioso splendore, a partire dal suo Capo visibile, tanto più devono mettere la loro vita, con la grazia di Dio e conservando la Tradizione, sul solco dei Santi. “Allora il Signore Gesù finirà con l’accordare al gregge il pastore di cui esso si sarà sforzato di rendersi degno. All’insufficienza o alla defezione del Capo non aggiungiamo la nostra negligenza personale. Che la Tradizione apostolica viva almeno nel cuore dei fedeli anche se, sul momento, languisce nel cuore e nelle decisioni di chi ne è il responsabile a livello di Chiesa. Allora certamente il Signore ci userà misericordia”. Quella vera.
[1] Il 15 aprile 2010, Benedetto XVI, commentando questo passo degli Atti, nell’omelia ha detto: “San Pietro sta davanti alla suprema istituzione religiosa, alla quale normalmente si dovrebbe obbedire, ma Dio sta al di sopra di questa istituzione e Dio gli ha dato un altro “ordinamento”: deve obbedire a Dio.  L’obbedienza a Dio è la libertà, l’obbedienza a Dio gli dà la libertà di opporsi all’istituzione”.



domenica 1 gennaio 2017

Qualche domanda sul Papa e sulla Chiesa


Generalmente apro un nuovo Post inserendo una immagine che a mio insindacabile giudizio è in relazione a quanto andrò a scrivere; nel Post odierno eccezionalmente,  inserisco una fotografia; non credo di ledere la riservatezza della Persona ritratta, e tantomeno di intaccare il Suo diritto alla Privacy ( se dovessi sbagliarmi, farò uso della "dichiarazione" scritta a fondo pagina), in quanto il Signore ritratto è molto noto (almeno sul WEB) e risponde al nome di Ariel S. Levi di Gualdo, chi volesse avere sue notizie le troverà su http://isoladipatmos.com dove anch'io l'ho conosciuto. L'articolo che di seguito riporterò è una sua proprietà letteraria e lo riporto in questo Post attenendomi scrupolosamente alle sue indicazioni:

© L’Isola di Patmos – Rivista telematica di teologia ecclesiale e di aggiornamento pastorale
Articolo del 13 dicembre 2016. Autore: Ariel S. Levi di Gualdo
Si autorizza per lettura e uso privato la stampa cartacea di questo articolo che se totalmente o parzialmente riportato deve però recare indicata la data di pubblicazione, il nome della rivista telematica L’Isola di Patmos e il nome dell’Autore.


Proponiamo quindi la lettura di questo articolo, è un articolo complesso e... articolato, abbastanza lungo  e come è nello stile di scrittura di don Ariel anche con toni che vanno da una bonaria ironia a tratti di duro sarcasmo, articolo che don Ariel ha intitolato:

Questo pontificato rischia di finire a fischi in piazza e fratture drammatiche. 
Il Sommo Pontefice si trova in serie difficoltà nel governo della Chiesa.


Fin dai primi giorni del suo pontificato il Sommo Pontefice Francesco I ha prodotto una gran quantità di interventi, di incontri e di esternazioni estemporanee, seguiti da discorsi e dichiarazioni. Ha compiuto una serie di atti, gesti e decisioni pastorali; ha pubblicato diversi documenti, alcuni anche importanti, tra cui due encicliche1. Ha mostrato grandi capacità di contatto umano realizzando un’intensa attività pastorale con immediata eco a livelli mondiali, apparentemente positiva, acquistando credito e successo soprattutto presso tutti i tradizionali nemici storici della Chiesa. Abbiamo assistito a un grande slancio missionario ed evangelizzatore del papato, teso a raggiungere le periferie dell’umanità, credente e non credente, salvo curarsi sempre meno dei cattolici. Per la prima volta, sacerdoti e religiose sono stati redarguiti pubblicamente quando l’audience tendeva a calare, risollevando subito l’applausometro, dando pane e circo al popolo non cristiano e sommo gaudio alla stampa ultra laicista e anticlericale. Sia chiaro, i richiami al clero sono dovuti e pastoralmente sacrosanti, quando a darli è un Romano Pontefice che li rivolge con la severità e la carità, con la sapienza e la durezza con la quale il Sommo Pontefice Pio XI indirizzò al clero una memorabile Enciclica sul sacerdozio cattolico2. Mancando però certi presupposti è difficile accogliere richiami rasenti l’irriverenza e lo sberleffo, come quelli rivolti più volte dal Sommo Pontefice Francesco I ai suoi Sacerdoti. E ciò non tanto per lo spirito severo, ma perché questi richiami sono giunti da un Pontefice che da una parte, critica e addita alla pubblica gogna i difetti del clero cattolico ― difetti che esistono, sono molti e molto gravi ―, lucrando per tutta risposta il plauso immediato della stampa ultra laicista e anticlericale; ma, fatto questo, ecco dall’altra parte palesarsi tutta quanta la sua incoerenza e il suo umorale spirito di squilibrio psicologico nel recarsi poi a Caserta per abbracciare gli eretici pentecostali, dei quali non vede invece i gravi difetti. Il tutto, merita ricordarlo, è avvenuto in una festosa assemblea composta per la quasi totalità da nostri ex Christi fideles che hanno apostatato la fede cattolica per seguire la perniciosa eresia pentecostale, una corrente del protestantesimo considerata eretica persino dai luterani ortodossi. Ciò equivale a dire che nei fatti concreti, i pentecostali, non sono neppure un’eresia, ma un’eresia di seconda generazione, o per meglio intendersi l’eresia di un’eresia. È credibile un Sommo Pontefice che agisce in questo modo? Ma soprattutto: è da considerarsi uomo equilibrato e coerente, uno che oggi mette alla gogna il proprio clero sulla gaudente stampa ultra laicista e anticlericale, salvo poi recarsi il giorno dopo ad abbracciare unintera platea composta perlopiù da cattolici apostati divenuti eretici pentecostali al seguito di un imbonitore che mistifica, quindi bestemmia la Santissima Persona dello Spirito Santo di Dio? Sul Vangelo sta infatti scritto che Gesù Cristo si lasciava avvicinare all’occorrenza anche da persone cosiddette “poco raccomandabili”, che Egli stesso usa all’occorrenza come figure per lanciare precisi moniti a tutti noi, per esempio: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio»3. In nessuno dei passi del Santo Vangelo sta scritto però che Gesù Cristo frequentasse mistificatori della Verità e pubblici bestemmiatori dello Spirito Santo di Dio. Da questo dobbiamo forse dedurre ― come di seguito dettaglierò ulteriormente ― che il Regnante Pontefice è forse più aperto e più misericordioso dello stesso Verbo di Dio Incarnato ?Sul Santo Vangelo sta scritto che il buon pastore è capace all’occorrenza a lasciare anche novantanove pecore nel deserto, per andare a recuperarne una smarrita4. Non risulta però che il buon pastore, rimasto con una pecora fedele dentro l’ovile, dopo averla irrisa e presa a bastonate, corra poi a far visita alle pecore fuggitive, per confermarle con la sua presenza e col suo rassicurante sorriso che hanno fatto davvero la scelta giusta, a lasciare l’ovile ed a rinnegare il pastore, andando infine a convivere col lupo impostore. E dato che questo lupo impostore, il nostro buon pastore è corso persino ad abbracciarlo, la domanda sorge del tutto spontanea: lo ha fatto forse per ringraziarlo di avergli svuotato gli ovili in giro per mezzo mondo?5. Dinanzi a questo e molti altri fatti, mi domando seriamente se il Regnante Pontefice ed io leggiamo due Vangeli diversi, premesso che in ogni caso, il Vangelo giusto, è il suo, ed in errore sono sicuramente io, che pur di recuperare una sola pecora portata via dal lupo sarei pronto a farmi sbranare dal branco di lupi al gran completo, sempre ammesso che non riesca io a impallinarli a schioppi di fucile uno appresso all’altro. E in tal caso, questo fucile, non sarebbe per niente l’arma dell’aggressore e del violento sanguinario, ma solo la legittima arma del defensor fidei e del defensor populiMentre quanto testé narrato accade sotto questo Augusto Pontificato, svariati miei coetanei in età, noti per le loro pessime condotte morali sin dai tempi del seminario, nonché per le loro palesi eterodossie e le loro imbarazzanti carenze dottrinarie, uno appresso all’altro stanno diventando vescovi, dopo essersi scoperti d’improvviso amanti dei poveri, della povertà e dei profughi; qualcuno è giunto persino a scrivere sul suo curriculum di provenire da una famiglia contadina, mentre chiunque lo conosca sa bene che i suoi familiari sono in verità degli imprenditori agricoli che in un giorno soltanto di lavoro guadagnano quello che il direttore di una banca guadagna in un mese di stipendio. In tempi recenti è divenuto vescovo persino “Lucilla”, così era soprannominato a suo tempo questo seminarista, anche indicato dai suoi compagni come “la fidanzata del seminario. Ma “Lucillaaveva avuto però la scaltrezza, appena divenuto prete, di mettersi alle costole di un vecchio cardinale come un’ape operaia che ronza attorno all’ape regina vanitosa. Detto questo dobbiamo però essere tranquilli, perché di recente qualcuno ha fatto dire al Venerabile Sommo Pontefice Benedetto XVI, che pure nè rimasto vittima sino allo spargimento del proprio sangue ― da intendersi in senso figurato, come martirio bianco ―, che la potentissima lobby gay all’interno della Chiesa in pratica non esiste, perché se proprio esisteva, «era composta» soltanto «da quattro o cinque persone» ...6  ... beh, in tal caso, se la lobby gay di potere era costituita all’interno della Chiesa solo da quattro o cinque persone, bisogna ammettere che queste quattro o cinque persone sono riuscite, in così poche, a produrre danni ed a seminare scorie radioattive per i successivi decenni, prima inquinando il Collegio Sacerdotale a partire da fine anni Sessanta del Novecento; poi a infettare il Collegio Episcopale dagli inizi degli anni Ottanta. C’è forse qualcuno disposto a credere che quattro o cinque persone soltanto, da sole, abbiano potuto produrre danni immani e seminare scorie radioattive più di quanto avrebbero potuto produrne quattro o cinque bombe atomiche lanciate nella verdeggiante quiete spirituale dei giardini vaticani, esplodendo all’ombra dei banani, delle piante di noci di cocco e delle canne da zucchero? Unitamente a questo slancio indefesso e generoso che ha assunto, prendendo come base e linea guida il dovere evangelico della misericordia e la fiducia in Dio misericordioso, il Sommo Pontefice Francesco I ha tuttavia compiuto molti gesti e interventi che si prestano a fraintendimenti, o che appaiono imprudenti, tanto da turbare e scontentare i cattolici, fatta eccezione per i modernisti, mentre ha incontrato successo presso i nemici della Chiesa: protestanti, ortodossi, massoni, islamici e comunisti, uomini di mondo e persone che hanno trascorso le proprie esistenze a denigrare la dottrina e la morale cattolica. Tutti questi soggetti, che costituiscono la claque 7 di questo pontificato, lungi dall’avvicinarsi alle verità evangeliche, seguitano a gloriarsi più che mai dei propri errori e del loro vivere non cristiano, cercando al tempo stesso di tirare in ogni modo dalla propria parte il Sommo Pontefice, sicuri di avere finalmente conquistato il vertice massimo da poter usare per la distruzione di colei che rimane sempre la loro antica nemica: la Chiesa Cattolica. Non dimentichiamo che nella più antica e consolidata “arte della guerra”, per distruggere le grandi aggregazioni, o le società storiche, è necessario colpirle corrodendole dall’interno; perché fatto questo, a quel punto si sgretoleranno. Questo è ciò che da quattro decenni sta accadendo all’interno della Chiesa infiltrata di eresie moderniste e di relativismo teologico, sino a giungere ai giorni nostri, nei quali abbiamo ormai perduto ogni meccanismo difensivo e ogni difesa immunitaria di quell’organismo ecclesiale che è il Corpo Mistico di Cristo, sino ad invertire la realtà ed a mutare il bene in male ed il male in bene. Ormai, dopo appena quattro anni di pontificato, non si contano più gli interventi o gli atti del Sommo Pontefice che hanno generato e che generano equivoci, fraintendimenti, confusione, proteste, lamentele, scandali, litigi, rimostranze, interrogativi, polemiche, opposizioni, strumentalizzazioni ...   ... a parte i lefebvriani, molte sono le reazioni irriverenti e sconvenienti da parte dei critici più disparati. Alcuni si spingono a sospettare o accusare il Sommo Pontefice di eresia. Né manca d’altra parte, in ambienti modernisti, il fenomeno dell’adulazione smaccata e della papolatria, portata avanti da coloro che, sino a pochi anni fa, contestavano pubblicamente e firmavano cartelli contro il magistero di San Giovanni Paolo II, come nel caso dei teologi tedeschi, poi imitati a ruota da quelli italiani. Se infatti andiamo a leggere le firme di quei cartelli8, scopriamo i nomi di alcuni di coloro che oggi si professano sostenitori di ogni sospiro che esce dalla bocca del Regnante Pontefice, pronti persino a invocare per lui quella infallibilità pontificia sulla quale, assieme al loro sodale Hans Küng, hanno riso pubblicamente e lanciato per anni irrisioni dalle più blasonate cattedre delle università pontificie, a partire naturalmente da quello spaccio autorizzato di eterodossie al quale è ridotta ormai da quattro decenni la Pontificia Università Gregoriana. E come ben capite, dinanzi a questo, non siamo più di fronte a semplice incoerenza, ma siamo dinanzi a delle vere e proprie patologie bipolari e dissociative da analizzare tutte quante in ambito strettamente psichiatrico. Altri dubitano che il Sommo Pontefice Francesco I sia vero Romano Pontefice, come il caro Antonio Socci, che ha scritto un pamphlet per metterne in discussione la validità canonica dell’elezione al sacro soglio. A quest’ultimo riguardo, a  doverosa difesa della figura del Regnante Pontefice, pubblicai un saggio breve al quale rimando9, redatto al teologico, canonico e pastorale scopo di confutare le tesi sostenute da questo celebre giornalista italiano, verso il quale mai ho cessato di nutrire affetto e amicizia, ma nutrendo al tempo stesso pastorale istinto di tutela verso le membra del Popolo di Dio, che non possono né devono mai essere indotte ad assumere certe tesi errate e fuorvianti come verità. Il Sommo Pontefice non può naturalmente rispondere a tutti, correggere tutti e chiarire con tutti. E questo è un enorme problema, perché le questioni irrisolte e non chiarite restano, si aggravano, fermentano e rischiano di portare a rotture davvero insanabili. È cosa sempre più evidente che il Sommo Pontefice Francesco I sia stato scelto dall’ala modernista del collegio cardinalizio, quello perlopiù costituito dai martiniani e dai rahneriani, tra i quali possiamo annoverare i Cardinali Gianfranco Ravasi, Oscar Maradiaga, Reinhard Marx, Karl Lehmann, Robert Zollitsch ...  ... è ormai palese che molte istanze del Cardinale Carlo Maria Martini, per quanto peregrine ed a volte persino non cattoliche, stiano avendo credito e legittimazione sotto questo pontificato, basti soli pensare all’ipotesi con la quale il defunto porporato invocò a suo tempo il «ripristino» del mai esistito diaconato femminile. Anche in questo caso pubblicai un breve saggio per spiegare che l’improvvido Cardinale chiedeva il «ripristino» di ciò che nella Chiesa non è mai esistito10 ...  ... come non detto: oggi è stata istituita una inutile commissione di studio per vagliare la eventuale possibilità del diaconato alle donne11, capitanata dal Segretario della Congregazione per la dottrina della fede, S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer S.J, che presso quel dicastero aveva come proprio pupillo il giovane Monsignor Krzysztof Olaf Charamsa, oggi felicemente convivente col suo fidanzato nei Paesi Baschi dopo un clamoroso coming-out 12. Per caso, il giovane prelato, faceva parte anch’esso di quelle sole quattro o cinque persone cui allude in una sua  risposta il Venerabile Sommo Pontefice Benedetto XVI ? Insomma: prendiamo atto, come già ho scritto in passato, che per la prima volta nella storia della Chiesa un Cardinale è stato eletto al sacro soglio dopo morto: Carlo Maria Martini. Questa cosiddetta “cordata” è subito partita sul piede di guerra poiché parecchio allarmata per la via purificatrice che aveva imboccato coraggiosamente il Sommo Pontefice Benedetto XVI, eletto appena otto anni prima dall’ala ortodossa del collegio cardinalizio, desiderosa di togliere quella «sporcizia», alla quale alluse il Cardinale Joseph Ratzinger nella famosa meditazione tenuta durante il Venerdì Santo del 200513.

L’opera di Benedetto XVI

Benedetto XVI, erede dell’esperienza alla Congregazione per la dottrina della fede, aveva proposto alla Chiesa alcuni orientamenti o indirizzi opportuni e adatti all’attuale situazione ecclesiale. Aveva offerto alcune tracce, che sarebbe stato bene chiarire e sviluppare. Ma indichiamo e commentiamo punto per punto queste tracce:

1 - un chiarimento del dogma cristologico, con la sua trilogia su Gesù Cristo ;
2 - la cura della dottrina come fondamento e guida della pastorale ;
3 - la cura per l’unità e la santità della Chiesa sotto la guida della liturgia ;
4 - la lotta sia al modernismo rahneriano che al lefebvrismo, ma nel contempo l’intento di far incontrare questi due avversari ;
5 - la promozione della vera interpretazione ed attuazione del Concilio Vaticano II da intendersi come progresso nella continuità, contro la falsa interpretazione fatta dai modernisti e contro la falsa accusa di modernismo fatta al Concilio da parte dei lefebvriani ;
6 - un ecumenismo e un dialogo critici e intelligenti col mondo moderno e con le altre religioni, che fosse attento ai valori ma anche ai pericoli, come per esempio il relativismo, lo storicismo, lo scientismo, il soggettivismo e la crisi della ragione; 
7 - nella liturgia il recupero del senso del sacro e dell’aspetto cultuale - sacrificale, che la riforma attuata dal Concilio Vaticano II, troppo preoccupata dell’ecumenismo, aveva abbandonato, ossia la cosiddetta riforma della riforma;
8 - l’invenzione della via giusta nelle trattative con i lefebvriani: riconoscimento della loro liturgia, ma richiesta ad essi fatta di «accettare le dottrine del Concilio, se vogliono essere in piena comunione con la Chiesa»14 ;
9 - distinzione tra un tradizionalismo legittimo e fedele al Concilio e un tradizionalismo scismatico e ribelle al Concilio, affinché fosse superato il vecchio schema dei “tradizionalisti” intesi come elementi contro il Concilio, ed i “progressisti” come elementi per il Concilio ;
10 - Riconoscimento della legittimità sia del progressismo che del tradizionalismo, purché entrambi non fuoriescano dall’alveo del Concilio e della Chiesa.

Benedetto XVI ha smascherato l’impostura dei modernisti, soprattutto dei rahneriani. Egli, al Concilio, collaborò con Rahner, è cosa nota e risaputa, oltre al fatto che con lo stesso pubblicò in gioventù anche un libro15. Concluso però il Concilio, si accorse che Rahner era un pericoloso cripto modernista che falsificava l’interpretazione del Concilio; e da lui prese le distanze cominciando a confutarlo, attenendosi all’interpretazione del Concilio data dal papato. E di questo “tradimento” o cosiddetto “voltafaccia”, di cui è sempre stato accusato nei potenti circoli rahneriani, il teologo Joseph Ratzinger pagherà il prezzo più elevato e terribile proprio durante il suo pontificato. E qual è l’inganno del modernismo? L’inganno velenoso non sta nella volontà di ammodernare la Chiesa. Ammodernare, nel suo giusto senso, vuol dire infatti rinnovare, migliorare, far progredire, far crescere, lasciare ciò che non va più bene. Renovabis faciem terrae. Questo ha fatto il Concilio. L’inganno del modernismo sta invece nel rinnovare nel senso sbagliato. Il modernismo potrebbe esser rappresentato con una semplice espressione: l’idolatria del moderno; perché questo di fatto sono gli eretici modernisti, degli idolatri acristici. I modernisti hanno capovolto il giusto rapporto del Vangelo col mondo moderno. Invece di considerare come valore assoluto il Vangelo, hanno considerato come valore assoluto la modernità. Ora, il relativo si giudica e si misura nel confronto con l’assoluto e in relazione e in base all’assoluto. In modo del tutto opposto, rispetto a Benedetto XVI, il Regnante Pontefice mostra grande indulgenza verso i modernisti, mentre ostenta durezza verso i conservatori, apostrofandoli a volte addirittura in termini offensivi. Non è questo il modo per favorire l’incontro e la pace fra le due parti, compito che spetta sommamente al Romano Pontefice, principio e fautore dell’unità nella Chiesa. Per fare questo occorrono però prudenza e sapienza, oltre a collaboratori fedeli e affidabili, non certo personaggi come Antonio Spadaro S.J, che lanciano tweetts con lo stile delle comari che cinguettano al lavatoio, né possono essere impiegati nella Segreteria di Stato soggetti come S.E. Mons. Angelo Becciu, che nella totale indifferenza dell’intera Santa Sede, in particolare della Congregazione per la dottrina della fede, ha rispolverato e fatto pubblico uso dell’eresia marcionista per attaccare un teologo ortodosso e un fedele servitore della Chiesa come Giovanni Cavalcoli16, che proprio in quella Segreteria fu zelante officiale nella sua qualità di accademico pontificio, prima che grazie agli amici degli amici vi giungessero personaggi come questo delizioso pigmeo teologico che ha mostrato pubblicamente di non conoscere il Catechismo della Chiesa Cattolica, ed uscendo infine illeso dal fattaccio, ma soprattutto rimanendo al suo posto per seguitare a far danni maggiori, persino dopo avere usato una eresia per confutare in modo spocchioso la corretta ortodossia cattolica altrui. Se infatti così non fosse stato e se i meriti oggettivi di S.E. Mons. Angelo Becciu non fossero proprio quelli mirati al pubblico scempio della dottrina e della inversione del bene col male e del male col bene, gli sarebbe forse stata mai concessa la Legion d’Onore di Francia17, ammesso e non concesso che da sempre, questo premio, è stato conferito perlopiù nel corso del tempo a illustri appartenenti alle Logge Massoniche ed a figure di illustri intellettuali anticattolici? Durante il conferimento di questo premio mancava all’appello solo il Cardinale Gianfranco Ravasi, per fare una lectio magistralis sui grandi valori culturali della Massoneria18.

Cambiamento di rotta: il concetto di “papa rivoluzionario” e di “rivoluzione” è incompatibile col mistero del Verbo di Dio e col papato.

Nel pontificato attuale non sembra esser rimasto nulla di tutte le illuminanti chiarificazioni, nonché sagge e utili linee pastorali del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Il Pontefice Regnante ha voluto prendere una linea tutta sua, di orientamento fortemente sociale-ecologico, gradita ai laicisti e ai nemici stessi della Chiesa, nella convinzione di dare impulso all’opera del Concilio, ma in realtà, con la sua evidente imprudenza manifesta, si è messo in difficoltà tali che al momento non riesce a venirne fuori. E da questo dramma non ne verrà fuori neppure con la grazia dello Spirito Santo, dato che le azioni di grazia vanno accolte, perché, come spesso ho scritto e spiegato, senza stancarmi mai di ripeterlo: lo Spirito Santo bussa alle nostre porte, ma non le sfonda, perché siamo noi, che attraverso la nostra libertà dobbiamo aprirgli l’ingresso. E dinanzi al Sommo Pontefice Francesco I, risuonano più che mai le parole dell’Aquinate: « gratia non tollit naturam, sed perficit »19Il Sommo Pontefice Francesco I, nonostante tutte le lodi da egli stesso rese a parole nei riguardi del suo Predecessore, pare proprio non avere raccolto nulla della sua preziosa eredità, ma ha lasciato intendere di essere ― ed ha lasciato che Eugenio Scalfari lo dicesse di lui ― un Papa «rivoluzionario», con accenti vicini al rahnerismo, al teilhardismo e alla teologia della liberazione. E la parola “rivoluzione” ― con buona pace della giornalista argentina Elisabetta Piqué20 è incompatibile col papato, perché incompatibile col Verbo di Dio fatto uomo. Checché se ne dica infatti a sproposito nel linguaggio comune, o come si soleva fare negli anni Settanta del Novecento per cercare di attirare i giovani, confondendo pericolosamente la figura di Gesù Cristo con quella del sanguinario terrorista argentino Ernesto Guevara, naturalizzato a Cuba e detto poi El Che : Gesù Cristo non è stato affatto un rivoluzionario, perché il Verbo si è fatto carne, non si è fatto “rivoluzione”. E applicare a Dio incarnato dei termini quali “rivoluzione” e “rivoluzionario”, equivale ad una capitis deminutio maxima della divinità. Inutile dire ― giacché questo il Successore di Pietro ce lo dovrebbe insegnare a tutti ― che non si può diminuire Dio per andare incontro ai piaceri ed ai capricci mondani dell’uomo. I modernisti hanno sùbito visto nel Sommo Pontefice Francesco I la figura che faceva al caso loro. Pertanto non è da escludere che siano stati loro, con le loro arti astute, a convincere il sempre più debole Benedetto XVI ad abdicare liberamente il sacro soglio, irritati per la sua impostazione progressista, ma non modernista. E appena conseguita la vittoria, questi prodi si sono fatti attorno al nuovo Successore di Pietro, o per usare una allegoria fine: come le api attorno al miele. E queste api sono tutti i capi clan della contestazione sessantottina: Leonard Boff, Hans Küng, Frei Betto, Gustavo Gutierrez ...  ... attorno al Sommo Pontefice si è raccolta una zelante e intransigente corte di potenti adulatori ed interpreti, che hanno colto la palla al balzo, come l’ateo anticlericale Eugenio Scalfari, esultante per aver trovato finalmente il Papa che gli piace, per seguire con Alberto Melloni, che lo celebra come il Papa che ha riformato «mille anni di storia della Chiesa»21; il Cardinale Walter Kasper, che loda il Pontefice della conciliazione e della pace che ha cancellato cinquecento anni di conflitti con i luterani; i rahneriani, che in combutta coi massoni, tramano nell’ombra; per seguire con la “grande italiana” Emma Bonino, che ringrazia il Sommo Pontefice per la sua azione a favore di quella donna a suo dire emancipata dalla «grande conquista sociale» dell’aborto legalizzato; il falso profeta Enzo Bianchi, che vede nell’omosessualità un dono di Dio e un mistero di fede22. Poi c’è il povero cappuccino Raniero Cantalamessa ― povero nel senso di appartenente ad un ordine mendicante ― il quale ci comunica e ci assicura invece con aria commossa e con spirito recitativo da pessimo attore, che finalmente abbiamo il Papa della Misericordia, evangelizzatore del Dio che non castiga nessuno ...   ... a sostegno del Sommo Pontefice Francesco I, abbiamo dunque un bell’esercito “schierato all’altare”, come si cantava ai tempi di Pio XII. Il problema è che attorno a questo altare, purtroppo non cantano gli angeli. La facilità con la quale il Sommo Pontefice concede interviste e il modo approssimativo di esprimersi gli hanno suscitato attorno una pletora di giornalisti teologi improvvisati, nei quali la grossolanità, salvo rare eccezioni, è pari alla loro saccenteria, per cui pontificano, sentenziano, interpretano, assolvono e condannano come il vento tira e secondo le esigenze delle loro casse. Il Regnante Pontefice sembra aver consentita la nascita di una teologia dei giornalisti, che sostituisce quella nostra, che della teologia dovremmo essere i servitori competenti, il tutto come se in un ospedale ― visto che il Sommo Pontefice ama paragonare la Chiesa a un ospedale da campo ― gli inservienti addetti alle pulizie dei reparti avessero sostituito i medici. Tutto questo ha causato un ulteriore scadimento della già scaduta dignità della teologia, con grave danno per i fedeli e per la cultura cattolica. Mentre al Regnante Pontefice stesso non mancano purtroppo delle punte di ironia infelice e inopportuna nei confronti del lavoro dei teologi, che sarebbero poi i fedeli servitori preposti al suo servizio, per altri versi assieme ai canonisti, che per quanto tacciano molti per paura di perdere il loro posto al sole ―, si guardano bene dal fare serena, amara e veritiera ammissione che con certi suoi documenti o lettere il Sommo Pontefice ha creato il caos canonico, perché quanto da lui scritto è in palese contrasto con varie norme canoniche, che è sua somma e indubbia potestà cambiare come e quando vuole, purché prima di pubblicare certi testi si premuri di cambiare certe leggi, oppure chiarendo, nel documento stesso, che quella o quell’altra norma canonica deve ritenersi abrogata, oppure così modificata ... Quale differenza sostanziale e formale corre tra il Sommo Pontefice Francesco I e il Sommo Pontefice Benedetto XVI, che dinanzi alle polemiche nate in seguito alla sua remissione della scomunica ai vescovi validamente ma illecitamente consacrati con atto scismatico dal Vescovo Marcel Lefebvre, in un suo messaggio indirizzato ai Vescovi della Chiesa Cattolica, si rammarica per avere sbagliato nello  stile comunicativo, cosa che lo spinse a compilare una lettera nella quale offrì tutti i chiarimenti e le dovute spiegazioni, persino dinanzi a non pochi vescovi che reagirono in modo scomposto e taluni anche irrispettoso verso l’Augusta Persona del Romano Pontefice23. Una differenza davvero sostanziale e formale, rispetto al Sommo Pontefice Francesco I, il quale invece è così umile, ma così umile, che pur sbagliando a volte anche in modo grossolano e imbarazzante per tutti noi, mai e poi mai ammetterebbe di avere commesso un errore di comunicazione o di valutazione. Il Sommo Pontefice Francesco I ha voluto presentarsi come continuatore dell’opera riformatrice dei suoi Sommi Predecessori nella linea del Concilio Vaticano II. Solo che invece di continuare l’opera provvidenziale e illuminata di Benedetto XVI, per mancanza di comprensione dell’attuale situazione della Chiesa, è retrocesso alla problematica degli anni Settanta, quando si verificò lo scontro tra coloro ai quali il Concilio non andava bene e volevano tornare alla Chiesa di prima, ― i “conservatori” ― e coloro che, auto-proclamatisi interpreti e profeti dello “spirito del Concilio”, si dichiaravano entusiasticamente per il progresso della Chiesa e per il dialogo con la modernità ― ossia i sedicenti “progressisti” ―Ridurre la problematica attuale a questi termini, come invece sembra voler fare il Regnante Pontefice, vuol dire non accorgersi che la situazione è cambiata, a tratti in modo anche radicale. Cosa che invece ha fatto notare il suo Sommo Predecessore mettendo anzitutto in primo piano il problema della retta interpretazione del Concilio e segnalando quindi l’esistenza di un’interpretazione giusta, che è quella data dal Magistero, contro un’ interpretazione errata, di carattere prettamente modernista. In tal modo Benedetto XVI ha dato appoggio a un progressismo legittimo, fedele al Magistero, non però a un progressismo modernista e quindi di carattere prettamente ereticale. Il Sommo Pontefice Francesco I ha esagerato i difetti pastorali del Concilio, con un eccessivo buonismo ― la “misericordia” ―, difetti che lo stesso Sommo Pontefice Benedetto XVI riconosceva, mentre il Regnante Pontefice non chiarisce i punti dottrinali discussi. Egli ostenta sicurezza ed allegria; e forse fa anche bene a ostentarle, se animato dall’intenzione di non scoraggiare. Sono però certo che forse, dentro di sé, è preoccupato; e qualora lo fosse, farebbe proprio bene a esserlo.  Non è insolito nei Pontefici dare un orientamento di fondo al loro pontificato, quasi a farne la linea direttrice, una sorta di centro attorno al quale raccogliere i loro atti. Noi tutti, il giorno della elezione del Sommo Pontefice Francesco I, eravamo già pronti a urlare «sempre sia lodato!» al cristologico e paterno saluto: «Sia lodato Gesù Cristo», da lui rivolto dalla loggia centrale della papale arcibasilica di San Pietro. Invece ci siamo dovuti sorbire un «buonasera», seguito appresso da vari «buon pranzo» e «buona cena». Cosa questa che richiamò alla mia mente una diatriba avuta a suo tempo a Roma con un sacerdote argentino che soleva iniziare la Santa Messa dicendo: «Buon giorno a tutti!». Irritato da questo suo atteggiamento, seguito da numerosi altri personalismi liturgici, lo presi infine da parte in sacrestia e gli dissi: «Sicuramente, salutare il Popolo di Dio a questa tua maniera, è cosa più sociale e moderna di quel vecchio e forse troppo romano saluto trinitario col quale per secoli si sono aperte le nostre braccia di pastori sui fedeli dicendo loro: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo, sia con tutti voi». E aggiunsi: «Vuoi forse mettere l’impatto molto più bello che sicuramente fa un “buon giorno a tutti” o “buonasera a tutti”, rispetto a questo vecchio saluto trinitario col quale si invoca la grazia del Figlio, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo sui Christi fideles ?». Il programma di un pontificato, a volte si esprime attraverso piccoli gesti iniziali, da un «buona sera» espresso al posto del saluto «Sia lodato Gesù Cristo», allo stesso stemma pontificio. Nel motto instaurare omnia in Christo del Santo Pontefice Pio X, o nel motto oboedientia et pax del Santo Pontefice Giovanni XXIII, questi due Successori di Pietro sintetizzarono il loro programma pastorale. Il Sommo Pontefice Francesco I ha scelto il tema della misericordia, per caratterizzare la grande impresa del cristianesimo e l’opera divina della remissione dei nostri peccati. Il motto sul suo stemma è miserando atque eligendo, che pare vada inteso e tradotto come scegliendo con misericordia24Tuttavia, nel caso del Regnante Pontefice, il tema della misericordia sembra diventato di un’insistenza eccessiva, a tratti oserei dire ossessiva. È infatti tipico delle nevrosi ossessive, o delle persone affette da demenza senile, il fissarsi su uno o due punti e ripetere sempre quelli, oppure di portare sempre tutti gli argomenti variamente trattati a quell’uno o due punti. Inutile dire che i tre punti più battuti sono: “misericordia”, “profughi”, “poveri”. È notizia di oggi il fatto che il Sommo Pontefice, commentando l’imminente ricorrenza del Santo Natale, ha paragonato il Bambino Gesù a un profugo: «Anche Gesù fu un profugo»25. Non volendo e non potendo sviare dal discorso di per sé già molto complesso oggetto di questa mia trattazione, mi limito solo ad accennare al fatto che Cristo Dio non è nato affatto in una famiglia di morti di fame, che Giuseppe era un mastro artigiano benestante e che quella di Maria era una famiglia ancora più benestante di quella di Giuseppe, n’è prova il fatto che il marito di sua cugina Elisabetta, Zaccaria, non solo sapeva leggere, ma persino scrivere, anche perché apparteneva alla nobile casta sacerdotale26. E qui è necessario ricordare che all’epoca, le persone in grado di leggere e scrivere, erano poche ed appartenenti alle classi sociali più elevate e quindi economicamente abbienti. L’elemento di stampo ossessivo, finisce con l’essere aggravato da una idea di misericordia che appare isolata dal contesto delle altre virtù cristiane, particolarmente dalla virtù della giustizia, sia in Dio che nelle attività umane. Il lettore può trovare una sintesi della visione cristiana del rapporto tra queste due virtù in un articolo recentemente pubblicato dal teologo domenicano Giovanni Cavalcoli 27Una presentazione della misericordia senza il confronto con le altre virtù, finisce per falsare il concetto stesso della misericordia. Una concezione assolutizzata e unilaterale della misericordia finirebbe col compromettere la distinzione tra beatitudine eterna ed eterna dannazione. Non meravigliamoci, dunque, se il Regnante Pontefice rischia di perdere il controllo della situazione, anche se forse non ne rende conto; convinto com’era che per evitare i “filtridella “potente” Segreteria di Stato, bastasse solo alloggiare nell’albergo della Domus Sanctae Marthae, dove invece, senza filtro alcuno, entrano i peggiori maggiorenti del modernismo contemporaneo col nome di un presbitero idoneoper essere promosso alla dignità episcopale, previa garanzia data che è un prete periferico-esistenziale, che parla dei poveri e che avanti alla muffe della vecchia teologia metafisica ha messo la nuova teologia dei profughi. Sotto questo pontificato si stanno moltiplicando nelle diocesi nomine di vescovi palesemente modernisti, che selezioneranno come candidati al sacerdozio altrettanti modernisti, dopo avere messo nelle case di formazione e negli studi teologici dei formatori e degli insegnanti modernisti; e appena consultati dalla Santa Sede, proporranno come loro successori altrettanti modernisti. Questa tragedia in corso, pare però non togliere sonno al Regnante Pontefice, visto che in una recente intervista ha dichiarato di dormire tranquillo: «come un legno»28. Io invece non riuscirei affatto a dormire, dinanzi a questa caduta libera inarrestabile e purtroppo irreversibile, specie considerando che domani, i successori di questi vescovi modernisti, saranno direttamente i vescovi atei. E tutto questo danno ormai inevitabile, grazie a chi avverrà? A maggior ragione il Sommo Pontefice deve fare uno sforzo supremo, con fiducia in Dio, per attuare il suo ministero petrino e per salvare il salvabile; e per fare questo è bene rinunci alle interviste, rifuggendo dalla eccessiva loquacità, dalle frequenti battute, dalle esternazioni improvvisate, dai discorsi ambigui, dalle mezze verità, dalle frasi audaci, dalle scelte avventate ... perché tutte queste cose, sono come dei massi deposti sulla barca che sta affondando. Compia dunque seriamente il suo prezioso e insostituibile servizio al Popolo santo di Dio, il quale si attende dal Successore di Pietro una guida che unisce e non divide, un giudice o arbitro imparziale e non un uomo di parte, un maestro che illumina e non confonde, che dà certezze e non suscita dubbi, colui che eleva al cielo le aquile che lo meritano, non certo i polli che tentano di spiccare il volo raso terra nei cortili dietro le sacristieQuali sono, per esempio, gli effetti della conclamata “riforma della Curia Romanache per mesi ha mandato in solluchero la stampa ultra laicista? Forse l’espulsione dall’Istituto Opere di Religione di una degna persona come Ettore Gotti-Tedeschi? Forse, la paventata riforma della Curia Romana, è costituita dall’ assunzione di un notorio eretico come Enzo Bianchi a collaboratore della Santa Sede in sua veste di consultore del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani? O quella di Alberto Melloni tra i consiglieri del Romano Pontefice, nonché come suggeritore diretto o indiretto dei vescovi da nominare, meritevoli di essere elevati alla dignità episcopale perché fedeli accoliti della Scuola di Bologna? La grande paventata “riforma della Curia Romana, è forse costituita dall’assunzione di un protestante nella redazione de L’Osservatore Romano e presso l’Accademia delle Scienze? Nessuno si è mai domandato quanti siano i cattolici assunti e impiegati presso i più alti vertici delle istituzioni protestanti? Se queste sono le riforme della Curia Romana, allora mi si consenta l’allegra battuta: evviva il Papa Re! Ma sia ben chiaro: il Papa Re Alessandro VI, che a prescindere dalla sua discutibile vita privata, era poi all’occorrenza un grande uomo di governo e un grande difensore della fede cattolica. Il vero contrasto intra-ecclesiale non è quello che da cinquant’anni vorrebbero far apparire i modernisti, ossia tra gli spregevoli, arretrati “conservatori” e gli ammirabili, avanzati “progressisti”, vale a dire: i primi, contro il Concilio, i secondi, per il Concilio. I primi, al dire dei modernisti, ammuffiti in un vecchiume farisaico; i secondi, aperti alla novità dello Spirito. I primi, fermi al Dio punitore dell’Antico Testamento, un Dio che manda all’inferno; i secondi, servi del Dio-Amore del Nuovo Testamento, che salva tutti. I primi, bloccati in una rigidità mortale, i secondi, immersi nel flusso della vita. I primi, vaganti tra astrazioni metafisiche, i secondi, attenti alle moderne, concrete esigenze della prassi e della storia. I primi, giudici implacabili, i secondi, accompagnatori accoglienti e misericordiosi. I primi, nell’ iperuranio di una immutabilità fuori della storia, i secondi, protagonisti dello Spirito che si è fatto carne e storia. I primi, privi di misericordia, i secondi, araldi della misericordia. I primi, schiavi della legge, i secondi, liberi sotto la grazia. I primi, giustizieri senza pietà, i secondi, giusti perché misericordiosi. I primi, chiusi in una Chiesa auto-referenziale, i secondi, lanciati in una Chiesa totalmente in uscita, o se meglio preferiamo ridotta ormai ai saldi di fine stagione. In realtà, il vero contrasto è tra coloro che interpretano il Concilio nel senso giusto e lo applicano ― e questi sono fedeli al magistero pontificio ―, e coloro che lo interpretano come favorevole al modernismo. Questa parte del mondo cattolico è divisa a sua volta in due fazioni, l’una opposta all’altra, l’una spregiatrice dell’ altra. La prima, in nome della “tradizione” ― e questi sono i lefebvriani ―, la seconda, nel nome della modernità e questi sono i modernisti . I lefebvriani respingono il Concilio perché lo ritengono infetto di modernismo; i modernisti fingono di accettarlo, ma in realtà lo interpretano in senso modernista e lo snaturano completamente, sino alla creazione di un loro vero e proprio concilio egomenico 29Gli uni e gli altri contrappongono continuità a progresso, Tradizione a Scrittura. Per i primi ci sono solo la continuità e la Tradizione, per i secondi ci sono solo il progresso e la Scrittura, sola Scriptura. In comune hanno il fatto che entrambi respingono il magistero pontificio. I lefebvriani, attaccando il Sommo Pontefice apertamente, sulla base di una falsa interpretazione della Tradizione, i modernisti, approfittando del progressismo del Regnante Pontefice, lo presentano ad usum delphini, ossia come modernista, sulla base di un’interpretazione protestante della Bibbia. La questione essenziale non è il contrasto tra conservatori e progressisti, ma quella tra veri e falsi cattolici, quella tra stolti e sapienti, tra giusti ed empi, ortodossi ed eretici, tra fedeli e scismatici. Perché l’antico non va confuso con l’ anticaglia e il moderno non va confuso col modernista. Entro lo spazio dell’ortodossia vi è ampia possibilità di scelta e di diversificazione, ampia dialettica di opinioni. Tradizionalismo e progressismo sono due leciti elementi preziosi: l’importante è non oltrepassare i limiti dell’ortodossia. Per questo dico che le diverse forze dovrebbero stimarsi, integrarsi e aiutarsi a vicenda, non trattarsi da nemici con aria di superiorità reciproca. Conservazione e progresso sono infatti normali fattori di consistenza e di sviluppo in qualunque società, Chiesa compresa. Perché ogni società ha due atti vitali fondamentali: conservare e difendere la propria identità funzione riservata alla tradizione , quindi svilupparsi, crescere e rinnovarsi nella continuità con se stessa ― funzione questa riservata da sempre al più sano e prezioso progressismo ―. Persino nei corpi fisici c’è una statica e una dinamica. Anche i corpi sociali non sfuggono a questa duplice legge della loro esistenza. I lefebvriani sono il partito degli “statici”, immobili come pietre. La loro casa è costruita sulla roccia30, ma le mura sono fatiscenti; confondono la stabilità con l’immobilismo. I modernisti sono i “dinamici”, in continua trasformazione, ma come nuvole senza pioggia portate via dai venti31. Essi hanno una casa modernissima, ma costruita sulla sabbia; confondono il progresso con l’evoluzionismo. Assumendo alcuni versetti dell’antico inno Veni Sancte Spiritus, bisogna chiedere allo Spirito per i lefebvriani flecte quod est rigidum 32, mentre occorre ricordare ai modernisti che lo Spirito Santo è in labore requies33La comunione affettiva tra i fedeli suppone la condivisione della medesima verità. Se il pastore non ha cura che la verità sia insegnata correttamente ed accettata da tutti, se non si cura della fermezza e chiarezza dei princìpi, se non vigila per impedire che l’errore si diffonda nel gregge, se non è zelante e coraggioso nel perseguire l’errore, anche se difeso dai potenti, se non è pronto ad appoggiare i fedeli e a difenderli quando sono calunniati dagli eretici, se tace su certe verità necessarie alla salvezza, se non è imparziale nel giudicare tra due contendenti in materia di fede, allora non si meravigli se vede sorgere e crescere attorno a sé da una parte adulatori e cortigiani, dall’altra feroci nemici e denigratori, mentre tra i fedeli polemiche e discordie a non finire. E se per tutta risposta egli minimizzasse questi conflitti come se si trattasse soltanto di normali discussioni, in tal caso, al danno, aggiungerebbe il disastro. Il vero progresso, se ci sono in gioco valori perenni, deve rispettare la loro continuità, senza rotture. Infatti, la rottura in tal caso non dà alcun progresso, ma semplicemente causa la distruzione o negazione di ciò che c’era prima e deve essere conservato. Invece, il vero progresso, comporta un soggetto che, restando identico a se stesso, passa dalla potenza all’atto. Si deve rompere con un passato di peccato. È cosa sacrilega rompere invece un sacro vincolo, col quale ci siamo legati a Dio per sempre. Essere aperti alla novità dello Spirito non può voler dire tradire gli impegni assunti o mancare alle promesse. Occorre restar fedeli a ciò che non passa e sapersi distaccare da ciò che è passato. 


Perplessità suscitate dalla predicazione del Sommo Pontefice Francesco I

Ovviamente nell’insegnamento del Sommo Pontefice Francesco I troviamo sempre il Maestro della fede, che ci indica la via di Cristo e della salvezza. Egli ha una grande capacità di esprimere in poche e incisive parole a modo di spot, si potrebbe dire ―, profonde verità della fede e della morale. Egli colpisce con efficacia e sicurezza vizi, deviazioni e pericoli; a volte a tutto tondo, altre volte a “senso unico”. Quello che tuttavia ― e ciò sia detto con modestia e sacro rispetto verso la sua Augusta Persona ― lascia perplessi, insoddisfatti o contrariati in certe sue frasi che sono poi esternazioni improvvisate, più che veri insegnamenti magisteriali, è l’impressione che a volte si ha di un parlare equivoco e sfuggente, che nasconde più che manifestare, confonde anziché distinguere, contrappone anziché unire, ma soprattutto si contraddice. E questo modo di parlare genera purtroppo il fraintendimento, oppure opposte interpretazioni, con tutto ciò che alla luce del sole ne consegue. Nel suo lodevole sforzo di contattare i non-cattolici con linguaggio moderno ed a loro comprensibile, il Sommo Pontefice assume di peso il loro linguaggio, che essendo però legato a errori ed eresie, andrebbe precisato, corretto e purificato. Invece egli non fa questa delicata e necessaria operazione, chiarendo il senso nel quale sta usando certe parole, che potrebbero prestarsi all’equivoco; e così, invece di favorire un dialogo onesto, limpido e leale, sembra intorbidare l’acqua, indulgendo o permettendo la diffusione dell’errore. E detto questo sia ben chiaro che non vogliamo pensare a volontà di inganno o ad una fuga dalle proprie responsabilità pensare questo sarebbe infatti molto grave né pensare a uno spirito insidioso o sofistico alla Guglielmo d’Ockham, tanto per intenderci. Verrebbe fatto piuttosto di pensare a una difficoltà di espressione, a una imperfetta concezione del pensiero aggravata da un difettoso uso del linguaggio. Forse a volte gioca anche una scarsa conoscenza dell’italiano stesso, oltre a una scarsa conoscenza in generale. Per questo mi viene da dire che qui non siamo tanto davanti a una colpa morale, quanto piuttosto agli effetti mentali o psicologici di una sistematica e metodologica formazione filosofica e teologica, di cui l’uomo Jorge Mario Bergoglio è chiaramente carente. Si nota infatti la totale mancanza di formazione tomista e l’influsso di una certa tendenza rahneriana. Si nota altresì l’influenza dello storicismo hegeliano, come avviene anche in un Kasper, in un Küng o in un Forte, eredi di un pensare non cattolico di impianto luterano risorto e trascinato dentro la Chiesa dal modernismo. Vi è poi una manifesta antipatia per l’astrazione teoretica, quindi per la metafisica, per la negazione dell’immutabilità divina, Dio che diviene nella storia, la storia come divenire di Dio. Di conseguenza, la sostituzione del concreto all’astratto, per cui l’azione singola e concreta non è applicazione della norma universale, nello spazio della norma, ma creazione soggettiva di una norma concreta al di là di quella universale ed astratta. Questo insistente modo di esprimersi del Sommo Pontefice ha finito per creare una vera e propria letteratura su cosa egli ha veramente detto, come va interpretato, se va o non va accettato e così via. Il problema ermeneutico di cosa ha detto il Sommo Pontefice ha assunto ormai proporzioni gigantesche, suscitando infinite discussioni e contrasti, con grave danno per il prestigio del magistero pontificio e per i fedeli, che chiedono luce e certezza soprattutto dal Vicario di Cristo. Ma sappiamo anche che seminare attriti e creare divisioni, è il sistema più antico per indebolire le strutture e per imporre in modo più agevole ciò che s’intende imporre, o che intendono imporre quanti si sono nascosti alle spalle di chi pensa di manovrare, senza rendersi affatto conto di essere invece manovrato. E la conseguenza del tutto è riassunta dalla saggezza popolare nel celebre detto dei pifferai di montagna, che scesero a valle per suonare e finirono invece suonati. Un caso del genere non ha precedenti nella storia del magistero pontificio. Ne godono solo i furbetti e coloro ai quali piace pescare nel torbido. Merita infatti ricordare e chiarire che se ci sono moltissime sfumature tra il bianco e il nero, queste sfumature non ci sono invece tra il sì e il no, a meno che non vogliamo cadere nella doppiezza e nell’ipocrisia, o in un modo di parlare che è contrario al monito evangelico: «Sia invece il vostro parlare sì, ; no, no; il di più viene dal maligno»34Il fatto è che adesso, il Regnante Pontefice, si trova assalito e sommerso da un caterva anzi peggio da una tempesta di istanze e interpellanze, rimostranze, richieste di chiarimenti e contestazioni, derivanti dalle sue idee sull’ecologia e sull’evangelizzazione, dal suo rapporto con gli immigrati a quello con i modernisti, a quello con i lefebvriani, a quello con l’Islam, a quello con la massoneria, a quello con i protestanti, a quello con gli ortodossi, a quello con i comunisti, a quello con gli omosessuali, a quello con i divorziati risposati ...  ... egli non è in grado di rispondere a tutte le obiezioni, di chiarire tutti gli equivoci, di evitare tutte le strumentalizzazioni, di dare la giusta interpretazione, di confutare tutti gli errori; e ciò per il semplice fatto che ha deciso di aprire il cosiddetto vaso di Pandora, al quale si ricollega però come conseguenza il detto poc’anzi enunciato degli improvvidi pifferai di montagna. Almeno si servisse di buoni collaboratori. Il guaio è che i modernisti che a lui stanno attorno gli fanno del danno ed aumentano la confusione, ma ciò che è peggio è che talvolta finiscono col fargli dire e decidere ciò che loro vogliono che sia detto e deciso. I buoni sono invece intimiditi dalla prepotenza modernista e tacciono per non avere guai, dopo avere appurato con quale “amabile misericordia” sono trattati coloro che sollevano pacate ed anche legittime obiezioni, da sempre consentite sia dal magistero35 sia dal diritto stesso della Chiesa, che da una parte sollecita i fedeli ad obbedire ai pastori36, dall’altra riconosce agli stessi il diritto di esprimere delle riserve su ciò che riguarda il bene della Chiesa37. E proprio riguardo il bene della Chiesa, molti sono oggi gli incerti e i dubbiosi, molti i vacillanti riguardo certe scelte pastorali del Sommo Pontefice. Bisogna che il Sommo Pontefice sia più prudente nel parlare, assumendo un linguaggio più chiaro. Sarebbe bene che tra tutti i temi che fanno problema dal punto di vista dell’interpretazione, affrontasse almeno gli argomenti principali con decisione e chiarezza. E a tal riguardo sarei tentato di suggerire al Sommo Pontefice la possibile spiegazione di un importante documento, oggi molto discusso, contestato, male interpretato o disatteso, la Amoris Laetitia, di cui però parlerò sul finire. Anche certi atteggiamenti pastorali del Sommo Pontefice sono molto discutibili, per non dire sbagliati, come per esempio la sua presa di posizione nella questione degli immigrati o il suo comportamento verso i luterani. Nel primo caso ― quello concernente gli islamici ―, non dovrebbe limitarsi a parlare in modo generico, unilaterale e indiscriminato di “accoglienza”, ma dovrebbe esortare a distinguere i profughi che hanno veramente bisogno, da coloro che, come i numerosi musulmani foraggiati dall’Arabia Saudita, dal Qatar e da altri ricchi Paesi arabi, attraverso un preciso progetto penetrano subdolamente in Europa con lo scopo di distruggere il cristianesimo e di sottomettere il nostro vecchio continente alla religione islamica. E tra la inarrestabile fiumana di questi falsi “profughi”, vi sono anche nascosti i fondamentalisti islamisti, come provano i ripetuti arresti ed espulsioni fatte dai dipartimenti per la sicurezza e l’antiterrorismo di numerosi Paesi europei. O forse per caso, il Regnante Pontefice, non si è ancora accorto di vivere in un minuscolo Stato che si trova al centro della Città di Roma, ormai da un paio d’anni interamente militarizzata e presidiata dall’esercito, a partire dagli obiettivi religiosi storici più sensibili ? E da chi ci difende e ci tutela l’Esercito Italiano assieme a tutte le altre Forze di polizia poste a presidio dell’antica Urbe Quirite, forse dai profughi che giungono a braccia aperte ringraziandoci per la nostra calorosa accoglienza ? Nel secondo caso ― quello concernente i luterani ― insieme al riconoscimento di ciò che ci unisce ad essi, il Sommo Pontefice dovrebbe ricordare con carità e prudenza, ma anche con santa parresia, da vero Padre di tutti cristiani, senza rispetti umani, gli errori di Lutero, affinché i cattolici non credano che la Chiesa non li riconosce più ed i luterani li correggano e si avvicinino a Roma. Non c’è dubbio che Lutero, nel periodo iniziale della sua vita religiosa, che trascorse da cattolico, avanzò delle riforme, alcune delle quali sono state successivamente accolte dalla Chiesa, fino ad arrivare al Concilio Vaticano II. Ma egli, una volta caduto nell’eresia, invece di riformare, ha deformato la Chiesa, per cui, come dice il Concilio, «comunità non piccole si sono staccate dalla piena comunione con la Chiesa cattolica»38Anche per quanto riguarda l’ecologia, il Sommo Pontefice fa nella sua enciclica Laudato si, un discorso incompleto. Il problema del rapporto dell’uomo con la natura non si esaurisce nel dovere di non distruggerla, di rispettarne le leggi e di utilizzarne le risorse a vantaggio di tutti. Ci sono ben altre gravi questioni, che toccano l’argomento, sulle quali purtroppo egli tace o sorvola, a partire da una adeguata e approfondita trattazione del mistero del peccato originale, grazie al quale l’equilibrio perfetto della natura creata da Dio è stato sovvertito e danneggiato molto di più di quanto lo sia dai condizionatori che inquinano l’ambiente con le loro emissioni di gas. Il suo discorso ecologico suona quindi semplicistico ed utopistico, simile a quello dei filosofi positivisti e scientisti, come se tutto il problema dei nostri rapporti con la natura si esaurisse nel metter ordine in una stanza disordinata o nel far rinverdire un giardino pestato dai ragazzini maleducati. Il nostro problema del rapporto con la natura è anche e soprattutto dato dal fatto che la natura ci è a volte così ostile, che non possiamo opporre alcun rimedio ai danni che ci procura. Ed è su questo punto che il cristiano ha una sua risposta risolutiva da dare; una risposta che però, purtroppo, il Regnante Pontefice non ci ricorda, perché questo comporterebbe richiamare l’umanità alla responsabilità generata dal peccato dell’uomo, a partire appunto dal peccato originale.



Un principio teoretico di fondo da recuperare: la conciliazione fra stabilità e progresso nel sapere.

Una perplessità che nasce dal seguire la predicazione del Sommo Pontefice è l’ impressione che egli parta da una gnoseologia storicista, come è evidente in Pierre Teilhard de Chardin, Karl Rahner, Edward Schillebeeckx, Walter Kasper, Bruno Forte e Vito Mancuso; una gnoseologia storicista non abbastanza attenta alle verità universali ed immutabili della ragione e della fede. Il Sommo Pontefice insiste eccessivamente, con impostazione tipicamente progressista, sull’apertura al nuovo, sulla mobilità della vita, sul saper cambiare e progredire, sulla elasticità del pensiero, sulla duttilità dell’azione, sulla necessità di non aggrapparsi a schemi vecchi e rigidi. Poco o nulla insiste invece su quell’altro aspetto fondamentale della vita, che è l’attenzione alla tradizione viva, la perseveranza nel bene, la fedeltà alle promesse fatte, la conservazione dei valori che non mutano o il recupero di verità perdute o dimenticate. Insomma, tutta la tematica dell’orientamento tradizionalista, che il Sommo Pontefice tratta invece con aperto disprezzo. Osserviamo allora che nel conoscere l’elemento della continuità dev’essere congiunto con quello dello svolgimento. La rottura si giustifica solo con l’ abbandono dell’errore o del vizio. Nella vita intellettuale c’è un elemento di certezza e un elemento di incertezza; un aspetto di stabilità e un aspetto di mutabilità; c’è la chiarezza e c’è l’oscurità; c’è il sicuro e c’è l’opinabile; ci sono cose che passano e cose che non passano; verità eterne e verità temporali; verità storiche e verità metafisiche; c’è il nuovo e c’è l’antico; c’è la sorpresa e c’è il risaputo; c’è il dato scontato e c’è quello problematico; c’è la legge naturale e c’è la legge positiva; c’è la norma e c’è l’eccezione; c’è il preciso e c’è l’impreciso; ci sono valori sui quali si può discutere, ma ci sono valori sui quali non si può in alcun modo negoziare, perché eretti non su leggi positive ma su leggi divine eterne e immutabili. Occorre quindi tener conto di entrambe queste serie di aspetti che sembrano a volte sfuggire allo spirito di “simpatia” e di “antipatia”, o del “mi piace” e “non mi piace” dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, che durante i suoi anni di pontificato ha mostrato un certo spirito umorale. E, come sappiamo, l’umoralità dovrebbe essere la peggiore nemica di qualsiasi uomo di governo e di ogni buon pastore in cura d’animeL’uomo chiamato al governo pastorale ed il pastore in cura d’anime non può mai confondere la stabilità e la fedeltà con la rigidezza, col legalismo e con il conservatorismo. Non può confondere il progresso con lo storicismo, con l’ evoluzionismo e con il relativismo; perché il concetto di “immutabilità” non va preso come se fosse una parolaccia minacciosa, perché non è per niente sinonimo di astrattezza geometrica, tutt’altro: nella vita, immutabilità, vuol dire mantenimento o conservazione fedele della propria identità. Vuol dire incorruttibilità o immortalità.



La stabilità del sapere si fonda sulla stabilità dell’essere.

Bisognerebbe che il Sommo Pontefice, senza abbandonare la sua propensione per il progressismo del tutto legittima, finché non degenera nel modernismo tornasse a rivalutare, sull’esempio dei suoi Sommi Predecessori, in particolare di Benedetto XVI, il valore e la dignità della ragione come facoltà umana di cogliere il vero assoluto nei suoi fondamenti metafisici e teologici, alla scuola di San Tommaso d’Aquino, come prescrive proprio quel Concilio del quale egli vuol farsi tanto promotore. Come infatti fu spiegato magistralmente nell’esortazione Dominus Jesus dell’anno 2000:



Non rare volte si propone di evitare in teologia termini come «unicità», «universalità», «assolutezza», il cui uso darebbe l'impressione di enfasi eccessiva circa il significato e il valore dell'evento salvifico di Gesù Cristo nei confronti delle altre religioni. In realtà, questo linguaggio esprime semplicemente la fedeltà al dato rivelato, dal momento che costituisce uno sviluppo delle fonti stesse della fede. Fin dall'inizio, infatti, la comunità dei credenti ha riconosciuto a Gesù una valenza salvifica tale, che Lui solo, quale Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso e risorto, per missione ricevuta dal Padre e nella potenza dello Spirito Santo, ha lo scopo di donare la rivelazione [cf. Mt 11,27] e la vita divina [cf. Gv 1,12; 5,25-26; 17,2] all'umanità intera e a ciascun uomo39.

Ebbene, dinanzi a certe espressioni del Regnante Pontefice, ma soprattutto dinanzi a certe sue forme di accondiscendente “prostrazione” dinanzi a tutto ciò che non è cattolico e neppure cristiano, dagli slanci imprudenti e inopportuni verso il complesso e pericoloso problema islamico, sino agli eretici pentecostali che stanno sempre più svuotando le Chiese cattoliche dell’America Latina ― in modo particolare quelle dell’Argentina e del Brasile ― credo sia a dir poco legittimo domandarsi: la profondità e la saggezza dottrinale e teologica delle parole impresse in questa Esortazione, che fine hanno fatto, a distanza di appena sedici anni dalla loro pubblicazione? Da cinquant’anni troppo si parla, spesso a sproposito e con affannata retorica, di rinnovamento, di divenire, di mutamento, di concretezza, di storicità e via dicendo. Ci si è dimenticati di quell’altra metà della vita dello spirito, che consiste nel culto del Sacro, dell’Eterno assoluto, del perenne, dell’inviolabile, dell’immutabile e dell’universale. Fermandoci al sapere morale, dobbiamo dire che questo sapere è giunto il momento di ricostruirlo sul suo saldo presupposto. Occorre riprendere gli insegnamenti biblici e la sana filosofia, fides et ratio. Diciamo dunque che Dio, in Se stesso immutabile, crea il diveniente, il tempo e la storia, perché è «l’amor che muove il sole e le altre stelle», come dice Dante nel XXXIII° Canto del Paradiso; muove l’agire di tutti gli agenti, compreso l’uomo, ma crea anche tutto ciò che nel creato è stabile e immutabile nell’essere e nell’agire. Dunque crea anche la legge morale nella sua immutabilitàIl Dio che «non muta», come dice Santa Teresa d’Avila, è il Dio fedele, che sta ai patti e mantiene le promesse. È il Dio del quale ci si può fidare e che non ci riserva cattive sorprese. È il Dio che dà fiducia e sicurezza. È chiaro che l’agire divino nella storia e nei singoli non può non essere rappresentato se non sul modello dell’agire umano, come cambiamento, mutamento, movimento e divenire, o come successione di atti e di interventi, i magnalia Dei. Ma tutto ciò non si riferisce all’essere divino come tale, ma bensì alla creatura, in quanto termine dell’agire divino. Dio, Atto puro di essere, non compie nessun passaggio dalla potenza all’atto. Essere semplicissimo, non è composto di parti, sì che possa perdere qualcosa. Quindi anche in questo senso non può mutare. Non può patire, non può soffrire; e chi oggi parla della «sofferenza di Dio», rischia di fare, nella migliore delle ipotesi, della inopportuna e improvvida “poesiaalla David Maria Turoldo, ma non certo teologia. Infatti, chi ha sofferto nella propria natura umana perfetta, è stato il Verbo Incarnato, il Divino Figlio, ma non certo il Padre «Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili». Dio Padre, essere perfettissimo, non può ricevere, non può migliorare, non può progredire. Identità e unità assoluta, è coerente, non si contraddice, non oscilla, non si smentisce, non può mutare, non può divenire altro, non può soffrire, è sempre identico a se stesso. In Dio non c’è nessuna dialettica, nessun movimento. Però Dio non è monotono, Dio non è un déjà vu. Ma solo perché non ha bisogno di presentare aspetti nuovi, in quanto è infinito ed è Tutto 40. È «tutto in tutti»41 non in senso panteistico, ma in quanto la Causa divina è presente ed agisce in tutte le creature. Ricordiamo a tal proposito alcuni passi della Scrittura dove emergono soprattutto i valori della saldezza, della solidità, della stabilità, della robustezza, della resistenza, della permanenza e quindi, in campo morale, della fedeltà, della perseveranza, della costanza. «Il Signore è una roccia eterna»42. «Tu, o Dio, resti lo stesso»43; «Saldo è il tuo trono fin dal principio»44; «Hai fondato la terra ed essa è salda»45; «Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre»46. «Chi confida nel Signore è stabile per sempre»47. «I miei piedi ha stabilito sulla roccia»48. «Dio è mia roccia: non potrò vacillare»49. «Non siamo più sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore»50. «Il giusto resterà saldo per sempre»51. «Siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio»52È vero che si deve progredire, che occorre essere aperti e disponibili al futuro, avere il senso del divenire storico, dell’incertezza, provvisorietà e precarietà delle decisioni umane, della labilità e della mutabilità di certi valori; è vero che non si deve far resistenza al nuovo e a ciò che è sanamente moderno, né si deve restare attaccati ad usi ed idee superati. Ma ciò non giustifica l’etica storicista e relativista di un Hegel o di un Kasper, la quale, col pretesto del concreto, del nuovo, della storia, della coscienza, del discernimento, della inculturazione, dell’aggiornamento e dell’adattamento, mena il cane per l’aia, costruisce la casa sulla sabbia, realizza l’apologia dell’infedeltà, crea dei pavidi, degli opportunisti, delle canne sbattute dal vento, lancia il modello dei perfetti voltagabbana o dei camaleonti, si inchina ai poteri di questo mondo, lecca i piedi dei potenti, mostrandosi di conseguenza servile con i potenti prepotenti e forte e feroce con i deboli e gli oppressi dall’ingiustizia.



L’errore dottrinale è causa della colpa morale: è dalla crisi del dogma che nasce la crisi dottrinale e quindi la crisi morale.

In un mio recente articolo teologico al quale rimando, ho spiegato che la crisi morale nasce dalla crisi del dogma che ha generato una crisi dottrinale, di cui la crisi morale è una triste e logica conseguenza53. Lungi da noi il sospetto che il Sommo Pontefice sia infetto dall’etica di Lutero o di Hegel ― sospetto che sarebbe gravemente calunnioso nei confronti del suo magistero morale di Successore di Pietro ― dobbiamo dire, tuttavia, con tutta franchezza e sommo rispetto per il Sommo Dottore della Fede, che certe sue espressioni infelici, certe affermazioni non precisate e certe mezze verità fanno pensare purtroppo proprio a questi autori. Per questo il Sommo Pontefice dovrebbe ascoltare con paterna benevolenza e dare adeguata risposta a coloro che, soprattutto se teologi, vescovi o Cardinali di Santa Romana Chiesa, gli indirizzano o rivolgono a lui suppliche collettive, domandando spiegazioni o chiarimenti, purché non gli si mostrino indocili, refrattari o irriverenti. Quello che però nella condotta del Sommo Pontefice aumenta le preoccupazioni nei cattolici fedeli al Magistero della Chiesa, è il fatto che egli sembra condividere o comunque tollerare gli errori rahneriani e modernisti di origine luterana ed hegeliana, presenti in certi suoi collaboratori, come per esempio il Cardinale Walter Kasper e l’Arcivescovo Bruno Forte54Queste preoccupazioni nascono in particolare dalla considerazione del modo col quale il Sommo Pontefice parla proprio del suo grande tema preferito, la misericordia. Da certe sue espressioni, infatti, egli sembrerebbe cedere all’etica della situazione, la quale, come ho detto, è di origine luterana mediata da Hegel. Infatti, come vedremo meglio più avanti, questa concezione esagera il ruolo della concretezza, del divenire e della soggettività nell’agire morale, perché non comprende il valore oggettivo, irrinunciabile, insopprimibile, “non negoziabile” ed assoluto della legge morale naturale, oggetto della ragion pratica, voluta da Dio, come regola uni- versale ed indispensabile dell’agire morale; quello che Kant chiamava, seppure in clima razionalistico, «imperativo categorico». La fedeltà a qualunque costo a questo obbligo sacro è il vanto della coscienza netta per dirla ancora una volta con Dante che non cede al male, e ciò che fa il massimo onore della dignità umana, fino a giungere al martirio, distinguendo gli abbietti dagli eroi e le persone spregevoli dai santi; distingue coloro che sono fossilizzati nell’immediato del tutto e subito da coloro che sono invece proiettati, al di là della storia, dall’essere storico presente contingente, caduco, diveniente e temporale all'Essere eterno, immortale ed immutabile.



L’etica luterana e le infelici espressioni del Sommo Pontefice su Lutero «riformatore animato da buone intenzioni» e sulla sua eresia indicata come «riforma».

Noi sappiamo come Lutero, col suo disprezzo per la ragione, non riuscì ad accettare una legge morale naturale. Da qui la sua relativizzazione degli stessi dieci comandamenti mosaici i quali ― come osserva San Tommaso d’Aquino55 non fanno che contenere i precetti della ragione naturale. Dunque, per fondare l’etica, a Lutero non restava che la “volontà” di un Dio dispotico, concepito alla maniera di Guglielmo da Ockham, che scandalizza la ragione, comandandole ciò che per lei è male e proibendole ciò che per lei è bene. Un Dio che nel suo giudizio impenetrabile, anzi scandaloso per l’umana ragione, assolve colpevoli e condanna gli innocenti. Non c’è allora da stupirsi che Lutero abbia scambiato i precetti morali e i Sacramenti della Sacra Tradizione per un coacervo farisaico, superstizioso e paganeggiante di usi e vanterie umani smentito dal Vangelo. Lutero non ha capito, per esempio, che il detto del Signore «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato»56 si riferisce alla legge positiva, non alla legge naturale. Obbedendo alla legge, l’uomo rende un servizio a se stesso. Ma alla legge positiva si può soprassedere in nome della legge naturale o divina. Invece non si può mai disobbedire alla legge naturale, ossia ai divini comandamenti. Riguardo il rapporto legge-grazia, la concezione luterana della legge fraintende l’espressione del Beato Apostolo Paolo «non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia»57, quindi fraintende quella di Sant’Agostino «liberi sotto la grazia», sino a relativizzare la legge in nome della grazia e della libertà. Non quindi obbedienza o sottomissione alla legge, ma libertà dalla legge. Ora, è da notare che il libero arbitrio suppone l’obbedienza o la disobbedienza alla legge, la scelta tra il bene e il male. Invece, per Lutero, l’arbitrio è «schiavo della legge». La libertà sotto la grazia sarebbe, secondo lui, libertà da questa alternativa. Ecco perché nella sua visione, il giusto, benché peccatore, compie sempre il bene. Il peccato è sempre perdonato perché la grazia non viene mai meno in chi ha «fede». E da tutto questo si capisce quale pessima formazione filosofica, dottrinale e teologica ebbe a suo tempo Lutero, più o meno la stessa di coloro che oggi cadono dall’albero come pere mature sopra la terra dei suoi stessi errori, sino al punto di magnificare questo venefico eresiarca come un «riformatore», le cui intenzioni «non erano sbagliate», sino a conferire al suo scisma rango di «riforma». Sia chiaro: il dottore privato Jorge Mario Bergoglio è libero di definire Lutero come «riformatore» animato da intenzioni che «non erano sbagliate», quindi di definire la sua corrente come «riforma»58, io però resto libero ― beneficiando di una libertà che come già detto pagine addietro mi è riconosciuta in tal senso dalla dottrina, dal magistero e dal diritto stesso della Chiesa59 ― di seguitare a considerare Lutero un eresiarca e la sua frattura uno scisma che ha straziato l’unità della Chiesa e diffuso l’errore in giro per tutto il mondo a partire dal Nord dell’Europa. Per quanto poi riguarda le intenzioni che «non erano sbagliate», il Regnante Pontefice e la corte dei miracoli che a lui s’é insediata attorno attraverso i vari Kasper, Forte, Spadaro, Melloni, Riccardi e via dicendo a seguire, dovrebbero tutti quanti sapere, in prudenza e sapienza, che di buone intenzioni sono da sempre lastricate tutte le principali vie che portano diritti verso l’Inferno. Non andrebbe infatti dimenticato che in questo nostro mondo si abortisce per buone intenzioni, si pratica l’eutanasia per buone intenzioni, si permette alle coppie omosessuali di acquistare bambini da uteri in affitto per buone intenzioni, si annacquano tutte le pagine del Santo Vangelo nel quale il Verbo di Dio stesso in sua Persona Umana parla senza mezzi termini di giudizio, condanna, castigo, inferno, dannazione eterna ... perché siamo arrivati al punto ― ovviamente sempre per buone intenzioni ―, di correggere persino Cristo Dio, perché oggi abbiamo sulla terra qualcuno che è più buono e soprattutto più misericordioso di Lui. Purtroppo, in nome delle «buone intenzioni», di recente ci siamo dovuti sorbire questa ennesima affermazione che ha creato molto imbarazzo e profondo dolore in numerosi teologi e storici della Chiesa:



Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo, se leggiamo la storia del Pastor, per esempio un tedesco luterano che poi si è convertito quando ha visto la realtà di quel tempo, e si è fatto cattolico vediamo che la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione nella Chiesa, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente, e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo [...]60


Premesso che il Regnante Pontefice, il meglio delle sue risposte, tende a darle in aereo ad alta quota, dove l’ossigeno al cervello abbonda o dove talvolta forse scarseggia, lungo sarebbe il discorso legato a Lutero, pertanto limitiamoci a dire in breve che un eresiarca che crea un insanabile scisma producendo con esso una drammatica rottura della comunione della Chiesa, non può essere chiamato «riformatore», né tale può essere definito neppure dopo avere assunta una massiccia dose di potenti sostanze psicotrope. Sappiamo infatti bene che Lutero non si è limitato a protestare contro la innegabile corruzione morale e politica che vigeva all’interno della struttura ecclesiastica, perché egli si è posto al di sopra dell’autorità della Chiesa, che per quanto composta da uomini peccatori, detiene una auctoritas ad essa conferita da Cristo Dio in Persona. In questa mia trattazione, per esempio, io ho più volte sollevato dubbi e perplessità sullo stile pastorale del Regnante Pontefice, sul suo modo di esprimersi inopportuno e soprattutto sulle sue ripetute manifestazioni improntate sulla mancanza di prudenza; mai però ho posto, né mai porrei in minima discussione la sua autorità e la sua figura apostolica, il suo essere legittimo Successore di Pietro e Vicario di Cristo in terra. Lutero, indicato dal Regnante Pontefice come «riformatore», ha posto invece in discussione proprio questo: l’autorità del Successore del Principe degli Apostoli e il suo ruolo di Vicario di Cristo, quindi la natura stessa della Chiesa edificata sulla roccia di Pietro che da Cristo Dio ha ricevuto una precisa funzione vicaria61. Per quanto poi riguarda l’ intelligenza di Lutero, uomo rozzo e gretto, privo di prudenza e di sapienza, irascibile e violento, basterebbe leggere certi suoi scritti, ma soprattutto visionare la grossolana traduzione da lui fatta della Sacra Bibbia; tradotta non dall’originale ebraico ma dal greco. In questa traduzione egli dimostra di conoscere così male quella lingua antica, a tal punto da prendere degli abbagli che in alcuni passi tradotti suonano davvero comici. Detto questo mi sento di affermare in fede cattolica, in scienza teologica e in coscienza storica, che l’affermazione fatta dal Sommo Pontefice Francesco I riguardo l’eresiarca Lutero, nasce dall’autentico concentrato di tutte le sue più preoccupanti carenze dottrinarie, oltre a manifestare tutte le sue inquietanti carenze di conoscenza storica. Ripeto: in discussione non è l’infallibilità del legittimo Successore di Pietro in materia di dottrina e di fede, legata a un dogma della Chiesa ulteriormente dettagliato anche dal recente magistero62; un dogma sul quale mai io discuterei, ed in specie nella mia veste di teologo dogmatico. In discussione è solo la desolante fallibilità dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, che parlando a ruota libera ad alta quota, vuoi per eccesso vuoi per carenza di ossigeno, definisce Lutero come soggetto animato da «intenzioni non sbagliate», come un «riformatore», infine come persona «intelligente», manifestando come ho appena detto delle preoccupanti carenze teologiche, storiche e di cultura generale, perché alla rigorosa prova dei fatti, Lutero è stato in verità tutt’altra cosa: è stato uno dei peggiori eresiarchi dell’intera storia della Chiesa. A tal proposito rimando ad alcuni dei diversi articoli scritti per la nostra raccolta di Theologica da Giovanni Cavalcoli e da me63.


L’etica hegeliana.


A uno sguardo non attento o superficiale, l’etica hegeliana64 potrebbe apparire in radicale opposizione a quella di Lutero; mentre infatti Lutero disprezza la ragione umana, dal canto suo Hegel, accentuando il razionalismo kantiano, ne fa invece l’Assoluto. Ma, ad uno sguardo attento e profondo, ci accorgiamo però che non è così e che Hegel è effettivamente il continuatore di Lutero. Innanzitutto, bisogna tener presente che Hegel afferma esplicitamente il suo intento di dare alla sua opera un fondamento filosofico alla sua fede luterana. Come dunque Hegel è il continuatore di Lutero? Con un formidabile gioco dialettico, in fondo molto semplice, mediante delle acrobazie nelle quali Hegel è un maestro insuperabile. Del resto, la furbizia dialettica non c’è forse già in Lutero, quando dice che Dio appare nelle sembianze del diavolo? Oppure quando Lutero vanta la propria furbizia affermando che egli sa cavarsela in ogni situazione ecco l’etica della situazione , tanto che l’eresiarca amava affermare che nessuno era in grado di metterlo nel sacco ... ... ebbene, che cosa fa Hegel? Il trucco sta nel sostituire la “fede” luterana con la “ragione” hegeliana. La fede, per Lutero, non è forse la Parola di Dio? Non è forse rivelazione divina? Ora appunto per Hegel la ragione è di per sé divina, e lo è anche la ragione umana. Per Hegel la ragione è rivelazione divina. Ecco allora che egli, a questo punto, può chiamare “ragione” quello che Lutero chiama “fede”. E dunque il gioco è fatto. Bisogna peraltro notare che Hegel spinge fino in fondo, fino a giungere al panteismo, una tendenza immanentistica, che esiste già nella concezione luterana egocentrica della coscienza. Ma Lutero non può essere qualificato come panteista. La sua è un’ impostazione interiorista ed illuminista di tipo agostiniano, ma Lutero, fedele qui al realismo biblico, resta sostanzialmente realista.


L’etica della situazione e le sue insidie. Il disprezzo dei poveri è prodotto della “cultura” degli eredi dell’eresia di Lutero e Calvino.


In riferimento ad Hegel, non è cosa dissonante citare la cosiddetta “etica della situazione”, perché è possibile trovare in lui le radici di questa etica, una concezione morale in auge negli anni Cinquanta del Novecento, già condannata dal Sommo Pontefice Pio XII, le cui tracce alcuni analisti degli insegnamenti del Papa, hanno creduto di poter trovare soprattutto in certi passaggi paludati della Amoris Laetitia. In questa concezione, infatti, come nell’etica hegeliana e come dice la parola stessa, il soggetto agente ricava la linea di condotta da tenere, non da una legge morale universale, oggettiva e immutabile, ma alla luce del suo giudizio di coscienza, ricava il da farsi dalla stessa situazione concreta, nella quale egli si trova a dover agire. In poche parole: non si tratta di applicare una legge ad una data situazione, ma si tratta di ricavare la legge dalla situazione 65 che come possiamo ben capire, è cosa sostanzialmente diversa, sotto molti aspetti anche non poco pericolosa. In una giusta concezione etica, il riferimento assoluto e la regola dell’agire bonum honestum non è la situazione, ma la legge. Considerare la situazione è certo necessario, affinché l’azione sia adatta alla situazione; ma la sostanza dell’atto morale e per conseguenza la sua bontà morale, sta nell’osservanza della legge, sia pur sempre in una data situazione. Ma la situazione non detta, da sola o principalmente, ciò che si deve fare, è solo un accidente, sia pur necessario, dell’azione; è una circostanza, nella quale l’azione avviene. Indubbiamente, se l’agente non fa attenzione alla situazione, l’azione che ne consegue non è adatta, quindi è cattiva. Viceversa, una lettura attenta della situazione suggerisce l’azione da compiere. Ma questa deve sempre comunque essere l’applicazione della legge, cosa che poi alla fine non è altro che l’obbedienza alla volontà di Dio. Nell’etica della situazione, invece, la legge non è immutabile, perché nasce dalle situazioni, le quali cambiano. Pertanto, i comandamenti, non sono obbligatori, ma facoltativi, con la conseguenza che si decide di volta in volta, caso per caso, se applicarli o meno, a seconda delle situazioni. All’incirca come avviene in certe applicazioni del diritto anglosassone secondo il principio del case law66, il cui impianto socio-giuridico è notoriamente strutturato su criteri di matrice luterano-calvinista, come del resto lo è l’economia sviluppata in quei paesi, inclusi gli spietati meccanismi bancari e finanziari. Purtroppo però, anche in questo caso, l’iper dialogante e l’iper ecumenico Regnante Pontefice, mai ammetterebbe ma forse più semplicemente mai arriverebbe a capire per palese difetto di cultura generale che il liberalismo selvaggio, quello per intendersi che ha reso i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, oltre a rendere questi secondi persino colpevoli della loro stessa povertà, non nasce affatto dal mondo cattolico, dalla Roma imperiale, dalla curia, dalla gran corte pontificia, né in generale da quella romanità da lui tanto disprezzata, ma nasce invece dalle eresie di Lutero e di Calvino, i cui eredi egli è andato di recente ad abbracciare in occasione dei Cinquecento anni della pseudo riforma dell’eresiarca tedesco, dopo avere naturalmente bastonato a dovere i «cattolici tristi» ed i «preti rigidi», dandoci una ulteriore umiliazione facendosi fotografare accanto ad una Gentile Signora mascherata da arcivescova che in modo carnevalesco indossava le insegne sacerdotali accanto al Romano Pontefice67. Ma d’altronde, se gli storici che circolano attorno al Sommo Pontefice sono personaggi ideologici e di conseguenza intellettualmente disonesti come Alberto Melloni e Andrea Riccardi, difficilmente qualcuno riuscirà a spiegargli che mentre nei vecchi Stati italiani, i sovrani che fingevano di essere liberal-democratici, avevano ridotto alla fame intere popolazioni, nello Stato Pontificio esistevano già da secoli strutture assistenziali per anziani, bambini e ammalati; e a nessun abitante e a nessuna famiglia dello Stato Pontificio mancava ‘a pagnotta der Papa, perché i sudditi di Sua Santità non potevano morire di fame, come invece avveniva negli Stati dei sovrani illuminati e liberali, gli stessi che poi, attraverso la propaganda dei massoni, diffondevano le peggiori leggende nere sul papato...  ... pertanto, se la legge non risponde alla nuova situazione, dev’essere cambiata, o comunque adattata alle “esigenze” del “caso concreto”, il quale “caso concreto” finisce poi col divenire legge. Ecco allora che se la norma dell’indissolubilità del matrimonio non risponde più alla situazione della società o dei due coniugi, il matrimonio deve poter esser sciolto. Volendo far riferimento alla questione della misericordia, l’etica hegeliana può essere tranquillamente qualificata come misericordista; e ciò perché manca la vera misericordia. Infatti, l’etica hegeliana scusa, anzi approva tutte le azioni umane commesse nel corso della storia, per il semplice fatto di essersi realizzate e di aver vinto una forza contraria, anche quelle che all’occhio umano appaiono cattive. Il più forte, chi ha successo, od il vincitore ha sempre ragione, perché per Hegel la verità non dipende da una realtà in sé, indipendente dall’agente, ma è l’effetto della azione dell’agente, principio questo dell’idealismo etico, già presente in Fichte. L’uomo, agendo, determina la verità del proprio essere. E qui possiamo appurare in quale misura la misericordia non c’entri nulla con la elaborazione di questi pensieri. Semmai trionfa la prepotenza e la violenza, proprio come sta avvenendo di questi tempi nella Chiesa verso ogni voce contraria, anche pacata. Beninteso, il tutto in nome della misericordia! Una misericordia, quella esplosa e imposta oggi all’interno della Chiesa, che ricorda in tutto e per tutto quel confuso concetto di “libertà” che nel periodo del terrore fu riassunto sotto le scale della ghigliottina dalla viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière, che prima di salire al patibolo affermò: «Libertà, quanti crimini, si commettono nel tuo nome!». Proprio come i crimini che oggi, nella Chiesa visibile, si commettono in nome di una non meglio precisata misericordia, poiché a flussi e riflussi storici ogni epoca pare avere sempre il proprio Robespierre ed i suoi fedeli accoliti; anche se mai, i vari Robespierre di turno, hanno fatta sapiente memoria del fatto che a portare infine lo stesso Robespierre sulla ghigliottina, furono proprio i suoi fedeli accoliti ...  ... e come certe forme di liberalismo sono di fatto la negazione della libertà, così il misericordismo che della misericordia è solo una parodia costituisce la più palese negazione della divina misericordia. Quel misericordismo che scusa senza ragione ogni peccato, per il fatto che sarebbe solamente apparente, ma in realtà sarebbe manifestazione divina, giustificata la cosiddetta “giustificazione” luterana e giudicata positivamente da Dio, essendo Egli un Dio che “diviene” nella storia. E poiché nella storia c’è il bene e il male, ecco che Dio, per Hegel, contiene nella sua stessa essenza l’opposizione tra il bene e il male. E anche in questo caso non abbiamo la vera misericordia, perché essa chiama il peccato col suo nome e non confonde un’opportuna indulgenza o tolleranza con un’ipocrita accondiscendenza, col cedimento e col dare al male una parvenza di onestà. Come Lutero, anche Hegel non ha la percezione dell’universalità della legge naturale. Pensa infatti il misericordista in cuor suo: “Io sono perdonato da Dio, ma tu sei un infame, se contraddici me, che invece ho Dio in me”. E questo, per inciso, è l’atteggiamento deleterio che caratterizza certi nostri cattolici appartenenti alle ali più fuori controllo dei movimenti carismatici e del Cammino Neocatecumenale, quelli che beneficiano dello Spirito Santo a loro personale servizio, che per loro parla e che in loro di rigore si manifesta. Un esempio classico: se a un carismatico del Rinnovamento nello Spirito Santo, dopo essere “svenuto” sotto il cosiddetto riposo dello Spirito, dopo essersi ripreso e rialzato per annunciare seduta stante un paio di eresie cristologiche, uno fa notare che la Terza Persona della Santissima Trinità non ispira né suggerisce cose contrarie alla dottrina della fede, ecco che per tutta risposta, il delegato personale dello Spirito Santo, prima ti darà dell’arrogante o del superbo, poi ti bollerà come persona «ostile e chiusa allo Spirito che parla in me». E detta proprio sinceramente: ... ma possibile, che da alcuni decenni a questa parte nessuna autorità ecclesiastica, a partire dalla Congregazione per la dottrina della fede, si sia resa conto di quanto all’interno di certi movimenti carismatici cattolici siano presenti alcune delle peggiori derive ereticali pentecostali, oltre ad un concetto tanto errato quanto inquietante di pneumologia ? Nell’etica hegeliana che oggi ricompare nel buonismo, non si scampa: o si è oppressi dal peccato ovvero “servi” , ma perdonati; oppure si è oppressori, farisei e maledetti ovvero “padroni” ; e detto questo capiamo anche come mai, Hegel, è precursore e ispiratore di Karl Marx. O per dirla ancora con Lutero: o si è “giustificati” o si è “giustizieri”. E lo sfondo teologico di questa etica è il Dio misericordioso luterano che mi perdona, ma che è contro i miei nemici, soprattutto i papisti. Il misericordismo, sotto una maschera di dolcezza e di benevolenza, nasconde la violenza e la crudeltà; è come la libertà e l’era dei lumi di Robespierre all’ombra della ghigliottina e dei giustiziati senza processo. Il misericordista fa comunella con chi accetta il misericordismo, ma aggredisce furiosamente chi in nome della vera misericordia e della giustizia rifiuta il misericordismo; e di questo, noi Padri dell’Isola di Patmos, ne abbiamo fatta spesa con la assurda polemica nella quale è stato coinvolto il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli dopo un suo programma a Radio Maria68, per avere osato parlare del dottrinale e teologico ovvio: «Dio castiga e usa misericordia»69. Il misericordismo hegeliano, oggi di gran moda, è quindi l’apoteosi dell’ ipocrisia e della falsa misericordia di chi pretende misericordia per sé e la nega a tutti quanti gli altri, ma soprattutto a coloro che osano non pensare in modo “libero”, “collegiale” e “democratico” come lui. Inoltre, nell’etica della situazione, vi è antipatia per l’astratto, ed essa bada solo al concreto. Essa ha in parte ragione, perché effettivamente l’azione è nel concreto. Sennonché, dato però che l’agire umano è regolato dalla ragion pratica, che conosce come universale ed astrattamente quella legge naturale, che indirizza l’agire ai fini della natura umana creata da Dio, per questo motivo la legge morale, sia umana che divina, viene concepita dalla ragione e dalla fede in modo astratto ed universale. Da qui la necessità che mediante la virtù della prudenza e della carità, il soggetto agente sappia discernere nei singoli casi il come ed il modo in cui applicare quella data legge piuttosto che un’altra, magari superiore e più importante, il tutto sull’esempio di Cristo che in nome della misericordia, a volte soprassedeva alla legge del Shabbath, precisando all’occorrenza che «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato»70. Il vizio “dell’etica della situazione” sta invece nel fatto che essa, partendo dalla considerazione che la legge è astratta, mentre invece l’azione è concreta, supponendo un falso concetto dell’astrazione come s’essa allontanasse dal reale, anziché contenerlo, finisce col credere che per agire bene e per non restare fuori della realtà, bisogna aggiungere all’astratto della legge il concreto dell’azione, o modificare l’astratto a seconda delle esigenze della situazione. Ma in realtà si finisce così per disprezzare la legge e coonestare la trasgressione delle legge, ossia il peccato.

Il Sommo Pontefice dovrebbe rispondere ai quattro Cardinali che attraverso i loro dubia hanno rivolto un quesito secondo la più antica tradizione apostolica.


Comprendo che il Romano Pontefice possa essere rimasto infastidito per l’indirizzo dei quattro Padri Cardinali che gli hanno rivolta supplica a voler rispondere con un “si” o con un “no” a delle precise domande riguardanti alcuni passi non chiari della esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia 71. Questi Padri Cardinali hanno forse dubitato laddove non avrebbero dovuto, ossia sulle convinzioni del Sommo Pontefice circa l’indissolubilità del matrimonio, il valore sacramentale dell’Eucaristia e della penitenza, l’oggettività, l’universalità e l’ immutabilità della legge morale naturale, l’esistenza dell’atto umano intrinsecamente cattivo, i limiti della coscienza morale soggettiva?72. Certo, la dichiarazione stile vergine vilipesa resa dal decano dei Tribunale della Rota Romana Pio Vito Pinto73, in tempi meno tragici dei nostri attuali, ma soprattutto trasposta in una operetta leggera stile La vedova allegra, avrebbe potuto far sorridere, specie dovegli invoca:

«Quale Chiesa difendono questi cardinali? Il Papa è fedele alla dottrina di Cristo. Quello che hanno fatto è uno scandalo molto grave che potrebbe addirittura portare il Santo Padre a ritirar loro il cappello cardinalizio come già è accaduto in qualche altro momento della Chiesa».

Peccato che questo illustre giurista, che accorre a lisciare il pelo all’asino laddove l’ha legato il padrone, non si chieda invece quale Chiesa difenda e promuova il Cardinale Gianfranco Ravasi che “allegorizza” la risurrezione di Cristo o che indirizza pubbliche lettere d’amore ai «Cari Fratelli Massoni» dalle colonne de Il Sole 24 Ore. Perché se Pio Vito Pinto voleva darci riprova dello squilibrio senza precedenti storici che stiamo vivendo, ma soprattutto del modo impudente nel quale oggi si invertono bene e male, in effetti c’è riuscito. Perché la sua logica giuridica a quanto pare è la seguente: per dei dubia sotto forma di quesiti espressi da dei Cardinali, la Chiesa corpo mistico di Cristo divenuta oggi più misericordiosa del suo stesso Capo che è Cristo ―, invoca il ritiro della dignità cardinalizia, ma del tutto incurante che in svariati membri del Collegio Cardinalizio sono presenti, a partire dal modernismo madre di ogni eresia, tutte quelle che oggi potremmo definire come “le vecchie eresie di ritorno”, che da sotto le ceneri sono saltate di nuovo fuori tutte quante. L’ultima in ordine di serie ― come dicevo all’inizio di questa trattazione ― è uscita proprio dalla Segreteria di Stato di Sua Santità ed è tornata ad avere gli onori delle cronache per bocca di S.E. Mons. Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato, che per accusare e redarguire il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli ha sciorinato in gloria l’eresia marcionistaDinanzi a questo e molto altro ancora, lo zelante Pio Vito Pinto, ha forse invocato il ritiro di cariche e dignità ecclesiastiche, qual giusta e prudenziale punizione verso Vescovi e Cardinali che enunciano vere e proprie eresie? Evidentemente, il Decano della Rota Romana, ha applicato all’interno della Chiesa il principio giuridico della carta costituzionale de La fattoria degli animali di George Orwell:

«Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri».



A questo, è stato oggi ridotto il Codice di Diritto Canonico, ad una Fattoria degli animali di George Orwell ? Ovviamente, il Decano della Rota Romana, potrebbe obiettare dicendo che lui solleva una questione puramente canonica sui Dubia espressi da quattro Cardinali, mentre io cito tra queste righe il Cardinale Gianfranco Ravasi ― uno tra i tanti e forse neppure tra i peggiori ―, che fanno solenni scivoloni in materia di dottrina e di fede, quindi l’elemento di paragone da me espresso non è pertinente perché materia teologica e non canonica, riguardante come tale la Congregazione per la dottrina della fede. Una potenziale questione alla quale però risponderei: primo, quale è la fonte del Diritto Canonico? È la Costituzione dell’assemblea rivoluzionaria di Francia, oppure è il Vangelo? Secondo, i dubbi sollevati dal Beato Apostolo Paolo ad Antiochia, come li avrebbe giudicati, canonicamente, l’insigne giurista, visto che l’ Apostolo stesso scrive: «mi opposi a lui [Pietro] a viso aperto»74? Perché la quaestio di fondo è che né il Beato Paolo né i quattro Cardinali pongono minimamente in alcuna discussione l’autorità di Pietro, sapendo da chi tale autorità gli perviene e quindi da chi gli è stata conferita. Pertanto, questa Lettera ai Galati, dovrebbe essere considerata una fonte a dir poco privilegiata del Diritto Canonico, sicuramente molto più della giurisprudenza giacobina oggi tanto in voga in nome della misericordia. Tuttavia, penso sarebbe bene che il Sommo Pontefice desse risposta a questi suoi quattro Cardinali, non certo per rassicurarli della sua fedeltà alla sana dottrina, della quale egli, per mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo è supremo maestro, ma per offrire alcuni chiarimenti, che appaiono utili, se non necessari. In fondo, non si capisce come mai un Sommo Pontefice che viene celebrato come più buono e misericordioso di Gesù stesso e che è a tal punto umile da lavare e baciare i piedi alla Missa in Coena Domini a musulmani, a prostitute non propriamente pentite e transessuali fieri75, non sia così umile da rispondere a quattro suoi Cardinali. Ecco, per indurlo a rispondere, potremmo adottare la stessa tecnica che adottano i vari Alberto Melloni e Andrea Riccardi per far nominare Vescovi dei modernisti a tutto tondo ... «è un prete dei poveri per i poveri» ! In questo caso si potrebbe ricorrere a un altro stratagemma, diverso ma simile, ossia far presente al Sommo Pontefice che anche i cardinali, come alcune prostitute alle quali ha lavato e baciato i piedi alla Missa in Coena Domini ― dove si festeggia la istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio e non la conversione di Maria Maddalena76 durante il servizio si vestono anch’esse di rosso sgargiante per essere più visibili e individuabili sotto i lampioni delle strade. Questo punto di comunanza tra prostitute e cardinali potrebbe risvegliare nel Sommo Pontefice tutta quella umiltà che lo porterebbe non solo a rispondere ai quattro Cardinali, ma persino a lavargli e baciargli i piedi alla prossima Missa in Coena Domini, per la quale volendo potrebbe racimolare più prostitute nell’attuale Collegio Cardinalizio, di quante invece non ne possa trovare nel carcere femminile romano di Rebibbia. Il problema è che a certe prostitute si può dire: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato»77, mentre a certi cardinali-prostitute, questo passo del Santo Vangelo non può essere applicato, purtroppo! Perché non hanno amato e soprattutto non sono più consapevoli del peccato, per distruggere il senso del quale hanno usato una falsa misericordia. Ecco perché a certi soggetti il Verbo di Dio non potrebbe esprimere la frase finale di questo passo evangelico: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!»78, perché ciò che manca in certi soggetti, è proprio la fede, quella attraverso la quale si ottengono la grazia della misericordia e del perdono. Anzitutto, il Sommo Pontefice, potrebbe ricordare ai quattro Padri Cardinali che la norma dell’esclusione dei divorziati risposati dai Sacramenti, benché fondata sulla legge divina, è di per sé una norma canonica riguardante la disciplina dei Sacramenti dipendente dal potere giurisdizionale del Sommo Pontefice, il cosiddetto “potere delle chiavi”. Questo fa sì che mentre la legge divina è assolutamente immutabile, anche da parte del Successore di Pietro e qui vale la sacramentalità del matrimonio, dell’Eucaristia e della penitenza , la legge ecclesiastica può essere invece mutata o anche abrogata dal Sommo Pontefice a sua discrezione, ove lo giudicasse utile od opportuno per il bene della Chiesa e dei fedeli; sempre che sussista veramente il bene, sia per l’una sia per gli altriOccorre distinguere altresì lo stato irregolare dallo stato di peccato. Il primo è uno stato di vita cristiana, che è in contrasto con gravi doveri morali, come per esempio quello della fedeltà coniugale, con grave pericolo per la sua anima. Lo stato di peccato, invece, è una condotta stabile volontariamente peccaminosa, per la quale il soggetto si ostina, senza pentirsi, ad aderire alla colpa, che può essere anche mortale. Ora, mentre lo stato irregolare, non sempre, per motivi oggettivi e ragionevoli, indipendenti dalla volontà del soggetto, può essere interrotto dal soggetto stesso, lo stato di peccato, dipendendo dalla volontà, può essere interrotto in qualsiasi momento da un atto di pentimento e di richiesta di perdono a Dio, il Quale, nella sua misericordia, non manca di accordarlo. Questo vuol dire che, se il soggetto caduto nel peccato mortale è perdonato da Dio, Questi, cancellando la sua colpa, restituisce al soggetto lo stato di grazia. In questo senso la Amoris Laetitia afferma che i divorziati risposati possono essere in grazia, benché permangano giuridicamente in uno stato irregolare. E detto questo nessuno nega, né mai nessuno ha negato la estrema delicatezza del tema e della materia, come abbiamo ripetutamente espresso e spiegato Giovanni Cavalcoli ed io, a partire dal 2015, su diversi nostri articoli tutt’oggi reperibili nell’archivio dell’Isola di PatmosBisogna poi notare che la Amoris Laetitia non abroga, ma conferma le disposizioni date da San Giovanni Paolo II al n. 84 della Familiaris consortio, quelle dell’Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis di Benedetto XVI e dell’Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 sull’argomento. Nella sua «infelice lettera scritta a un gruppo di Vescovi argentini»79 il Sommo Pontefice, facendo riferimento alla nota 351 della Amoris Laetitia, non muta la norma, ma accenna alla sua facoltà di farlo in futuro, per «alcuni casi», se lo riterrà conveniente. Per questo sbagliano coloro che hanno interpretato la nota 351 come se fosse un mutamento di legge, ma il loro eventuale errore, nasce comunque da una espressione infelice e soprattutto ambigua del Sommo Pontefice, cosa questa che non dobbiamo dimenticare, non per gratuito spirito critico, ma per semplice ossequio alla verità dei fatti. In caso contrario, se il Sommo Pontefice stesso non avesse seminato questi dubbi con certe sue parole ambigue, nessuno avrebbe cominciato a temere che si stava tentando di mutare la norma attraverso la prassi pastorale, in una Chiesa nella quale, da mezzo secolo a questa parte, numerose norme mai mutate né tanto meno abrogate, sono bellamente disattese per “prassi pastorale”, o semplicemente per “nuovi costumi”. E da questo si giunge al vero e proprio paradosso: oggi, chi ricorda che la norma esiste sempre e che va’ applicata, rischia di sentirsi dare, dal Sommo Pontefice stesso, del rigido e dell’ottuso. In base a questi presupposti il Sommo Pontefice, un domani, potrebbe concedere la Comunione ai divorziati risposati in casi speciali, senza che ciò possa costituire un attentato o una offesa ai Sacramenti, ma sarebbe un modo diverso di amministrarli, più consono alla divina misericordia. Se egli avesse dette queste cose confermando al tempo stesso la dottrina della Chiesa in materia e quindi liberando il campo da ogni possibile ambiguità, avrebbe anzitutto apportato una chiarezza decisiva su di un punto legato alla disciplina dei Sacramenti, sul quale stanno regnando molta incertezza e confusione, sino al punto che quattro Vescovi, nella loro veste di Cardinali e di stretti collaboratori del Romano Pontefice, hanno a lui rivolto un quesito sotto forma di dubia80Come ricordavo avanti, a suo tempo il Beato Apostolo Paolo ebbe una discussione di non poco conto col Beato Apostolo Pietro ad Antiochia. La discussione era legata a questioni strettamente attinenti alla dottrina della fede. Ebbene, qualche modernista odierno scopertosi d’improvviso più papista del papa, ha affermato con spirito sfottente che costoro ― i quattro Cardinali ― non sono però Paolo. Ecco, io ritengo, in modo tanto sincero quanto addolorato, che proprio in questo spirito sfottente manifestato da coloro che gridano “libertà!” sotto il palco della ghigliottina, risiede il velenoso errore teologico, perché quei quattro Cardinali, sono invece Paolo, come per Sacramento di grazia lo è ogni Vescovo del mondo. Se invece noi applicassimo la stessa logica di questo irridente teologo modernista che urla “libertà!” sotto il palco della ghigliottina, si potrebbe replicare: Bene. Se loro non sono Paolo, altrettanto si potrebbe dire nella stessa misura e con identica logica che Francesco I non è Pietro. Mentre invece per tutti noi, Francesco I, per quanto gravato di difetti e limitatezze a volte persino imbarazzanti, rimane per mistero di fede e di grazia la attuale pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa visibile, il clavigero, colui ai quale è stato dato ― una volta ravveduto ― il mandato di confermare i fratelli nella fede81. E qui si noti che la frase del Signore Gesù, che è complessa e articolata, non si limita solo a enunciare «conferma i fratelli nella fede», perché c’è una prima frase, costituita dal monito «una volta ravveduto», ed un drammatico proseguimento: l’annuncio dello stesso tradimento di Pietro:


Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi»82.

Confesso ai nostri Lettori che due anni fa, parlando in privato col mio direttore spirituale, espressi un timore che non si è attenuato, ma purtroppo è accresciuto; ed il timore è che questo pontificato corra il serio rischio di finire a fischi in piazza, perché il Popolo di Dio, che compone il corpo mistico di Cristo, non è dotato di quella intima e spesso radicale vigliaccheria di cui sono invece dotati cardinali, vescovi e preti, spesso camaleonti e leccapiedi, attaccati alle loro poltrone ed ai loro privilegi acquisiti più di quanto lo siano di per sé i peggiori elementi che hanno calcato le scene politiche della nostra Italia del dopoguerra. Questo mio timore nasce dalle chiese sempre più vuote, dai confessionali deserti, dalla confusione sempre più diffusa, dal numero sempre più crescente di fedeli che confessano di provare autentico disagio, dinanzi ai modi di agire del Sommo Pontefice, al suo modo di esprimersi, alle sue interviste inopportune, ma soprattutto al suo sorridere ed al suo aprirsi a tutto ciò che non è cattolico ... Il Sommo Pontefice, come nello stile dei caudillos latinoamericani, rischia di parlare di un Popolo che non esiste e di una teologia del popolo molto più onirica di quanto invece non lo sia mai stata la bistrattata e iperuranicateologica metafisica, con il suo linguaggio chiaro e preciso. O vogliamo forse negare ciò che è accaduto all’interno della Chiesa, quando alla precisione del linguaggio metafisico si è sostituito un linguaggio preso a prestito dal romanticismo tedesco decadente?83 Speriamo perciò che la grazia e la misericordia di Dio possa salvare il Romano Pontefice dal conoscere e dall’incontrare un giorno il popolo vero, il popolo reale, quello che fece fuggire per il “passetto84 diversi suoi predecessori a Castel Sant’Angelo, o che prima ancora ne gettò diversi già morti nelle acque del Tevere. Perché quando il Popolo si arrabbia, con la propria rabbia non sempre manifesta l’ira propria, sovente manifesta invece la santa ira di Dio. E dinanzi a un popolo la cui rabbia è accesa dalla santa ira di Dio, non sarà facile né possibile ammansirlo dicendogli, con suadente aria da telenovela zuccherosa: «Non abbiate paura della tenerezza», credete, ve lo dico io «che sono un po’ furbo»85Per esempio, qualcuno si è mai chiesto che cosa accadrà, quando il popolo dei popoli, tal è definito per antichità quello romano, comincerà a percepire che dietro certi gesti e parole del suo Romano Pontefice che per i romani rimane tutt’oggi il loro Re ― si nasconde in verità un profondo, gretto e provinciale disprezzo per Roma e per quella romanità che non vuol dire affatto opulenti sfarzi di corte, ma vuol dire invece universalità cattolica? Perché giungere al sacro soglio senza essersi prima liberati da tutte le peggiori prevenzioni anti-romane ereditate dal peggior pregiudizio latinoamericano degli anni Settanta del Novecento, gonfiato a suon di ideologia e di soldi profusi nella incubatrice dell’America Latina dai peggiori romanofobi tedeschi, è cosa davvero molto grave. E questo gioco, purtroppo, noi cattolici italici d’antichissimo pelo, lo abbiamo capito; e dopo averlo capito abbiamo cominciato a soffrirne nel corso di questo pontificato nato all’insegna della misericordia a suon di sfottò e di bastonate. Ma d’ altronde, le bastonate date in nome di una non meglio precisata misericordia, ricordano in tutto e per tutto i manganelli dei vecchi comunisti, che erano manganelli rigorosamente buoni, non facevano male, tutt’altro! Erano solo i manganelli dei fascisti ad essere cattivi e criminali, i manganelli dei comunisti erano invece più tonificanti, rilassanti e salutari dei massaggi tailandesi. Nell’anno del Giubileo del 2000, il “passetto” è stato restaurato e messo di nuovo in funzione; e dietro prenotazione è possibile visitarlo e percorrerlo. Chissà se un giorno non sarà nuovamente usato per il motivo per il quale fu costruito?

Dall’Isola di Patmos, 13 dicembre 2016
Santa Lucia Vergine e Martire 



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