L’etica della situazione e le sue insidie. Il disprezzo dei poveri è prodotto della “cultura” degli eredi dell’eresia di
Lutero e Calvino.
In riferimento ad Hegel, non è cosa dissonante citare la cosiddetta “etica della situazione”, perché è possibile trovare in lui le radici di questa etica, una concezione morale in auge negli anni Cinquanta del Novecento, già condannata dal Sommo Pontefice Pio XII, le cui tracce alcuni analisti degli insegnamenti del Papa, hanno creduto di poter trovare soprattutto in certi passaggi paludati della Amoris Laetitia. In questa concezione, infatti, come nell’etica hegeliana e come dice la parola stessa, il soggetto agente ricava la linea di condotta da tenere, non da una legge morale universale, oggettiva e immutabile, ma alla luce del suo giudizio di coscienza, ricava il da farsi dalla stessa situazione concreta, nella quale egli si trova a dover agire. In poche parole: non si tratta di applicare una legge ad una data situazione, ma si tratta di ricavare la legge dalla situazione 65 che come possiamo ben capire, è cosa sostanzialmente diversa, sotto molti aspetti anche non poco pericolosa. In una giusta concezione etica, il riferimento assoluto e la regola dell’agire ― bonum honestum ― non è la situazione, ma la legge. Considerare la situazione è certo necessario, affinché l’azione sia adatta alla situazione; ma la sostanza dell’atto morale e per conseguenza la sua bontà morale, sta nell’osservanza della legge, sia pur sempre in una data situazione. Ma la situazione non detta, da sola o principalmente, ciò che si deve fare, è solo un accidente, sia pur necessario, dell’azione; è una circostanza, nella quale l’azione avviene. Indubbiamente, se l’agente non fa attenzione alla situazione, l’azione che ne consegue non è adatta, quindi è cattiva. Viceversa, una lettura attenta della situazione suggerisce l’azione da compiere. Ma questa deve sempre comunque essere l’applicazione della legge, cosa che poi alla fine non è altro che l’obbedienza alla volontà di Dio. Nell’etica della situazione, invece, la legge non è immutabile, perché nasce dalle situazioni, le quali cambiano. Pertanto, i comandamenti, non sono obbligatori, ma facoltativi, con la conseguenza che si decide di volta in volta, caso per caso, se applicarli o meno, a seconda delle situazioni. All’incirca come avviene in certe applicazioni del diritto anglosassone secondo il principio del case law66, il cui impianto socio-giuridico è notoriamente strutturato su criteri di matrice luterano-calvinista, come del resto lo è l’economia sviluppata in quei paesi, inclusi gli spietati meccanismi bancari e finanziari. Purtroppo però, anche in questo caso, l’iper dialogante e l’iper ecumenico Regnante Pontefice, mai ammetterebbe ― ma forse più semplicemente mai arriverebbe a capire per palese difetto di cultura generale ― che il liberalismo selvaggio, quello per intendersi che ha reso i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, oltre a rendere questi secondi persino colpevoli della loro stessa povertà, non nasce affatto dal mondo cattolico, dalla Roma imperiale, dalla curia, dalla gran corte pontificia, né in generale da quella romanità da lui tanto disprezzata, ma nasce invece dalle eresie di Lutero e di Calvino, i cui eredi egli è andato di recente ad abbracciare in occasione dei Cinquecento anni della pseudo riforma dell’eresiarca tedesco, dopo avere naturalmente bastonato a dovere i «cattolici tristi» ed i «preti rigidi», dandoci una ulteriore umiliazione facendosi fotografare accanto ad una Gentile Signora mascherata da arcivescova che in modo carnevalesco indossava le insegne sacerdotali accanto al Romano Pontefice67. Ma d’altronde, se gli storici che circolano attorno al Sommo Pontefice sono personaggi ideologici e di conseguenza intellettualmente disonesti come Alberto Melloni e Andrea Riccardi, difficilmente qualcuno riuscirà a spiegargli che mentre nei vecchi Stati italiani, i sovrani che fingevano di essere liberal-democratici, avevano ridotto alla fame intere popolazioni, nello Stato Pontificio esistevano già da secoli strutture assistenziali per anziani, bambini e ammalati; e a nessun abitante e a nessuna famiglia dello Stato Pontificio mancava ‘a pagnotta der Papa, perché i sudditi di Sua Santità non potevano morire di fame, come invece avveniva negli Stati dei sovrani illuminati e liberali, gli stessi che poi, attraverso la propaganda dei massoni, diffondevano le peggiori leggende nere sul papato... ... pertanto, se la legge non risponde alla nuova situazione, dev’essere cambiata, o comunque adattata alle “esigenze” del “caso concreto”, il quale “caso concreto” finisce poi col divenire legge. Ecco allora che se la norma dell’indissolubilità del matrimonio non risponde più alla situazione della società o dei due coniugi, il matrimonio deve poter esser sciolto. Volendo far riferimento alla questione della misericordia, l’etica hegeliana può essere tranquillamente qualificata come misericordista; e ciò perché manca la vera misericordia. Infatti, l’etica hegeliana scusa, anzi approva tutte le azioni umane commesse nel corso della storia, per il semplice fatto di essersi realizzate e di aver vinto una forza contraria, anche quelle che all’occhio umano appaiono cattive. Il più forte, chi ha successo, od il vincitore ha sempre ragione, perché per Hegel la verità non dipende da una realtà in sé, indipendente dall’agente, ma è l’effetto della azione dell’agente, principio questo dell’idealismo etico, già presente in Fichte. L’uomo, agendo, determina la verità del proprio essere. E qui possiamo appurare in quale misura la misericordia non c’entri nulla con la elaborazione di questi pensieri. Semmai trionfa la prepotenza e la violenza, proprio come sta avvenendo di questi tempi nella Chiesa verso ogni voce contraria, anche pacata. Beninteso, il tutto in nome della misericordia! Una misericordia, quella esplosa e imposta oggi all’interno della Chiesa, che ricorda in tutto e per tutto quel confuso concetto di “libertà” che nel periodo del terrore fu riassunto sotto le scale della ghigliottina dalla viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière, che prima di salire al patibolo affermò: «Libertà, quanti crimini, si commettono nel tuo nome!». Proprio come i crimini che oggi, nella Chiesa visibile, si commettono in nome di una non meglio precisata misericordia, poiché a flussi e riflussi storici ogni epoca pare avere sempre il proprio Robespierre ed i suoi fedeli accoliti; anche se mai, i vari Robespierre di turno, hanno fatta sapiente memoria del fatto che a portare infine lo stesso Robespierre sulla ghigliottina, furono proprio i suoi fedeli accoliti ... ... e come certe forme di liberalismo sono di fatto la negazione della libertà, così il misericordismo ― che della misericordia è solo una parodia ― costituisce la più palese negazione della divina misericordia. Quel misericordismo che scusa senza ragione ogni peccato, per il fatto che sarebbe solamente apparente, ma in realtà sarebbe manifestazione divina, giustificata ― la cosiddetta “giustificazione” luterana ― e giudicata positivamente da Dio, essendo Egli un Dio che “diviene” nella storia. E poiché nella storia c’è il bene e il male, ecco che Dio, per Hegel, contiene nella sua stessa essenza l’opposizione tra il bene e il male. E anche in questo caso non abbiamo la vera misericordia, perché essa chiama il peccato col suo nome e non confonde un’opportuna indulgenza o tolleranza con un’ipocrita accondiscendenza, col cedimento e col dare al male una parvenza di onestà. Come Lutero, anche Hegel non ha la percezione dell’universalità della legge naturale. Pensa infatti il misericordista in cuor suo: “Io sono perdonato da Dio, ma tu sei un infame, se contraddici me, che invece ho Dio in me”. E questo, per inciso, è l’atteggiamento deleterio che caratterizza certi nostri cattolici appartenenti alle ali più fuori controllo dei movimenti carismatici e del Cammino Neocatecumenale, quelli che beneficiano dello Spirito Santo a loro personale servizio, che per loro parla e che in loro di rigore si manifesta. Un esempio classico: se a un carismatico del Rinnovamento nello Spirito Santo, dopo essere “svenuto” sotto il cosiddetto riposo dello Spirito, dopo essersi ripreso e rialzato per annunciare seduta stante un paio di eresie cristologiche, uno fa notare che la Terza Persona della Santissima Trinità non ispira né suggerisce cose contrarie alla dottrina della fede, ecco che per tutta risposta, il delegato personale dello Spirito Santo, prima ti darà dell’arrogante o del superbo, poi ti bollerà come persona «ostile e chiusa allo Spirito che parla in me». E detta proprio sinceramente: ... ma possibile, che da alcuni decenni a questa parte nessuna autorità ecclesiastica, a partire dalla Congregazione per la dottrina della fede, si sia resa conto di quanto all’interno di certi movimenti carismatici cattolici siano presenti alcune delle peggiori derive ereticali pentecostali, oltre ad un concetto tanto errato quanto inquietante di pneumologia ? Nell’etica hegeliana che oggi ricompare nel buonismo, non si scampa: o si è oppressi dal peccato ― ovvero “servi” ―, ma perdonati; oppure si è oppressori, farisei e maledetti ― ovvero “padroni” ―; e detto questo capiamo anche come mai, Hegel, è precursore e ispiratore di Karl Marx. O per dirla ancora con Lutero: o si è “giustificati” o si è “giustizieri”. E lo sfondo teologico di questa etica è il Dio misericordioso luterano che mi perdona, ma che è contro i miei nemici, soprattutto i papisti. Il misericordismo, sotto una maschera di dolcezza e di benevolenza, nasconde la violenza e la crudeltà; è come la libertà e l’era dei lumi di Robespierre all’ombra della ghigliottina e dei giustiziati senza processo. Il misericordista fa comunella con chi accetta il misericordismo, ma aggredisce furiosamente chi in nome della vera misericordia e della giustizia rifiuta il misericordismo; e di questo, noi Padri dell’Isola di Patmos, ne abbiamo fatta spesa con la assurda polemica nella quale è stato coinvolto il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli dopo un suo programma a Radio Maria68, per avere osato parlare del dottrinale e teologico ovvio: «Dio castiga e usa misericordia»69. Il misericordismo hegeliano, oggi di gran moda, è quindi l’apoteosi dell’ ipocrisia e della falsa misericordia di chi pretende misericordia per sé e la nega a tutti quanti gli altri, ma soprattutto a coloro che osano non pensare in modo “libero”, “collegiale” e “democratico” come lui. Inoltre, nell’etica della situazione, vi è antipatia per l’astratto, ed essa bada solo al concreto. Essa ha in parte ragione, perché effettivamente l’azione è nel concreto. Sennonché, dato però che l’agire umano è regolato dalla ragion pratica, che conosce come universale ed astrattamente quella legge naturale, che indirizza l’agire ai fini della natura umana creata da Dio, per questo motivo la legge morale, sia umana che divina, viene concepita dalla ragione e dalla fede in modo astratto ed universale. Da qui la necessità che mediante la virtù della prudenza e della carità, il soggetto agente sappia discernere nei singoli casi il come ed il modo in cui applicare quella data legge piuttosto che un’altra, magari superiore e più importante, il tutto sull’esempio di Cristo che in nome della misericordia, a volte soprassedeva alla legge del Shabbath, precisando all’occorrenza che «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato»70. Il vizio “dell’etica della situazione” sta invece nel fatto che essa, partendo dalla considerazione che la legge è astratta, mentre invece l’azione è concreta, supponendo un falso concetto dell’astrazione come s’essa allontanasse dal reale, anziché contenerlo, finisce col credere che per agire bene e per non restare fuori della realtà, bisogna aggiungere all’astratto della legge il concreto dell’azione, o modificare l’astratto a seconda delle esigenze della situazione. Ma in realtà si finisce così per disprezzare la legge e coonestare la trasgressione delle legge, ossia il peccato.