mercoledì 24 maggio 2017

La dissoluzione della morale cattolica




Ogni tanto trovo qualcosa di interessante che meriterebbe (merita!) la più ampia divulgazione, ma che per motivi intrinsecamente correlati all'idea esposta in oggetto, trova innumerevoli ostacoli; pochi osano allora rilanciare un pensiero che va controcorrente, che anzi è politically (S)correct; quando si parla di "lobby gay" e subito dopo di "chiesa" molti, ci pensano un momentino e poi decidono che SI va bene ma forse è meglio lasciar perdere... Invece in questo caso, cioè di questo articolo di Renzo Puccetti mi sembra proprio che valga la pena divulgarlo perché venga letto dal maggior numero possibile di persone, chissà che a qualcuno non si accenda una lampadina, e veda, riconosca che c'è, è in atto questa "dissoluzione della morale cattolica" a partire anche da una visione "moderna" della sessualità umana per arrivare allo stravolgimento stesso del cristianesimo, perché: "Le idee hanno conseguenze". Oggi, giorno in cui la Chiesa festeggia Maria Vergine Ausiliatrice, ricorriamo a Lei, chiediamoLe ora più che mai, che ci aiuti e intervenga con la Sua potente intercessione a salvare la Chiesa e... noi.

 Lobby gay e spinta per la dissoluzione della morale cattolica


Il 9 maggio sulla NBQ Lorenzo Bertocchi dava un resoconto puntuale dello sviluppo teologico avviato dall'esortazione Amoris laetitia (AL). Riportava che le encicliche Casti connubii di Pio XI e Humanae vitae del beato Paolo VI sulla contraccezione, Veritatis splendor sulla morale generale, l'esortazione Familiaris consortio sulla morale coniugale, entrambe di San Giovanni Paolo II, sono ormai apertamente sotto accusa. La colpa, dicono alcuni teologi, è di avere introdotto "dei blocchi di pensiero e di azione nella Chiesa cattolica", un "massimalismo morale", una "discontinuità" e una "forzatura nella lettura delle fonti tradizionali" a cui Amoris laetitia avrebbe posto rimedio. 

Nel 1914 l'accademico di Francia Paul Bourget scriveva il romanzo "Il demone meridiano"; vi si leggeva: «Bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce con il pensare come si è vissuto». Il professor Richard Weaver nel 1948 pubblicava il libro "Ideas have consequences" (Le idee hanno conseguenze). Spiegava il disfacimento morale della modernità come lo sviluppo obbligato dell'idea nominalistica avviata da Guglielmo di Ockham. Azione e pensiero, pastorale e dottrina, ortoprassi e ortodossia non sono separabili. 

È questo attuale per noi? Sono convinto di sì. Senza una vita casta, è facile diventare autori e prede di idee viziose e queste, a loro volta, alimenteranno altre idee, spingendo ad ulteriori comportamenti in una spirale verso il basso. Ora io non mi arrogo di dire se AL affermi ciò che per alcuni è lodabile e per altri deprecabile, ovvero che vi siano circostanze in cui è permessa la Comunione a divorziati risposati che non vivano in continenza, se cioé Francesco contraddica San Giovanni Paolo II in Familiaris consortio, tuttavia, poiché autorevoli personaggi della Chiesa giudicano reale e sostengono con favore tale cambiamento, so esaminare le conseguenze logiche e necessarie di una tale idea. 

Dallo studio della questione del controllo delle nascite, raccolto nel mio volume "I veleni della contraccezione", ho compreso che il punto di tenuta dell'intera impalcatura morale bimillenaria cattolica ruota attorno alla inscindibilità dei significati unitivo e procreativo dell'atto coniugale. Lo dovette ammettere persino il giurista cattolico John T. Noonan nel suo studio pro-pillola: sin dagli albori del cristianesimo «nessun teologo cattolico ha mai insegnato "La contraccezione è un'azione buona"». 

Le idee hanno conseguenze e l'idea di separare sesso e fertilità ha conseguenze logiche. Se si ammette la sessualità sterilizzata, perché non la fertilità asessuata della fecondazione artificiale? Se è lecita la sessualità senza le conseguenze della paternità, se il sesso è un mero piacere, a che scopo caricarlo del fardello della fedeltà coniugale e del matrimonio stesso? E come negare il rimedio abortivo in caso di fallimento contraccettivo, una volta che la sessualità "liberata" dalla prole sia acquisita come il bene in certe situazioni? E ancora, se la fecondità è una mera appendice, attaccata alla sessualità con la clip tecnologica, perché mai dovrebbe essere rilevante la complementarietà sessuale nel matrimonio? 

Nel 1972 la filosofa Elizabeth Anscombe pubblicava un saggio in difesa di Paolo VI ed Humanae vitae dal titolo "Contraccezione e castità". Riporto un passaggio di quel testo della docente di Oxford: «Se il rapporto eterosessuale contraccettivo è lecito, allora, dopo tutto, quale obiezione può esserci alla mutua masturbazione, o alla copula in vaso indebito (extravaginale, n.d.r.), la sodomia, il sesso anale, quando la normale copula è impossibile o sconsigliabile (o in ogni caso secondo i gusti)? […] Ma se queste cose sono tutte giuste, diventa perfettamente impossibile individuare qualcosa di sbagliato, ad esempio, col rapporto omosessuale». E proseguiva: «Non sto dicendo: se pensi che la contraccezione va bene, allora farai queste cose; niente affatto. L'inclinazione alla rispettabilità persiste e i vecchi pregiudizi sono duri a morire. Ma sto dicendo: non avrai ragioni solide contro queste cose. Non avrai risposta a qualcuno che afferma, così come fanno molti, che anche loro sono buoni». 

Sono passati 45 anni e quelli che la Anscombe chiamava i vecchi pregiudizi paiono essere crollati per molti pastori. Com'ella previde, se oggi si cercano estimatori ecclesiastici della "bontà" sodomitica non c'è che l'imbarazzo della scelta: «Credo che sia uno sviluppo positivo che gli stati siano liberi di aprire il matrimonio civile per gli omosessuali» (cardinale Danneels). «Nella nostra cultura personalistica l'interdizione delle relazioni omosessuali è considerata come una discriminazione inaccettabile: ci saranno uomini e donne che non hanno il diritto di vivere apertamente la loro sessualità solo perché non vivono alla stessa maniera di come vive la grande maggioranza delle persone» (vescovo Bonny). «Gay si nasce» (cardinale Kasper). «Se c’è una relazione omosessuale fedele per trent’anni, non si può dire che non è niente, che non ha valore» (cardinale Marx). 

Quando nel 1930 gli anglicani decisero di rompere l'unità del cristianesimo sulla contraccezione, ciò avvenne anche per un motivo pratico: i pastori anglicani avevano cominciato ad usare la contraccezione con le loro mogli; come potevano dunque considerare un peccato ciò che loro praticavano in privato? Posso errare, e preciso di non volermi riferire a nessuna persona particolare, volendo semplicemente riferire un'impressione generale, ma un istinto mi suggerisce che qualcosa di analogo stia avvenendo riguardo a questo cedimento dottrinale nei confronti delle relazioni omosessuali. 

Ho l'impressione che l'interdizione all'ordine sacro per le persone con tendenze omosessuali, peraltro recentemente confermata sotto l'attuale pontificato, sia stata per decenni largamente disattesa ed ora se ne vedono i frutti avvelenati. I seminaristi sono diventati preti, i preti docenti, monsignori, rettori, vescovi e alcuni di questi cardinali. La lobby gay costituisce una piaga purulenta di cui, nonostante i tentativi, non si riesce a coprire il tanfo. 

Le idee hanno conseguenze. Quando il gesuita padre James Martin afferma che obbligare tutti a servirsi dei bagni corrispondenti al loro sesso biologico costituisce «un affronto alla dignità umana», fa solo un altro passetto nella stessa direzione: se la realtà biologica dell'altro non è rilevante per il coito, perché dovrebbe importare la realtà biologica di se stessi in qualsiasi attività? 

Quando si stila l'anagrafica dei sostenitori della Comunione ai divorziati risposati si scopre che gli stessi sono anche per la contraccezione, la fecondazione artificiale, sono muti sull'aborto, sono favorevoli al riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso (oltre ad essere contrari al celibato ecclesiastico e favorevoli all'ordinazione sacerdotale delle donne), tutta roba che riguarda i genitali, l'area dove si direbbe individuino il baricentro esistenziale dell'uomo. 

E non è un caso che anglicani e luterani, dopo avere dichiarato lecita la contraccezione, abbiano poi ammesso tutto il resto, compresa l'ordinazione di preti gay e la celebrazione di matrimoni omosessuali. Ci deve essere un qualche elemento teorico unificante. Lo troverete in ciò che Veritatis splendor rifiuta e condanna: etica della buona intenzione (Vs, 78), della situazione e proporzionalismo (Vs, 79) ed in ciò che difende: doveri della coscienza (Vs, 61) e male intrinseco (Vs, 80). 

Per questo difendere Veritatis splendor è decisivo. Aggirare gli assoluti morali negativi, ovvero le azioni che non si devono compiere mai per qualsiasi motivo ed in ogni circostanza, attraverso l'esaltazione del discernimento dei casi, obbliga a dovere presentare casi dove la legge non sia applicabile, cioè a quella casuistica da cui, a parole, si dice di non volere cadere. Fino ad ora tutti i tentativi hanno però rappresentato niente di più che l'irrisione della logica, quando addirittura non hanno confezionato performance tragicomiche come quella di sua eminenza il cardinale Coccopalmerio, cultura sopraffina, ardita al punto da produrre la singolare tesi giustificativa dell'adulterio a scopo antidepressivo. 

Il rendentorista Marcelo Vidal afferma che Amoris laetitia "è contro Veritatis splendor", ma se così è, allora non è più un modo pastoralmente diverso di affermare la stessa dottrina, è piuttosto un'inversione di dottrina, con buona pace dei pompieri. E se invece così non è, sorprende e sconcerta che non giunga alcuna smentita dagli interpreti di AL accreditati di autorevolezza. Ora si ode il bisbiglio su un prossimo cantiere per la rottamazione di Humanae vitae, ma fragorosa è stata la sordina messa all'ultima enciclica di Paolo VI e al martirio che gli è costata, in occasione della beatificazione di Papa Montini. 


Tuttavia la valanga non può fermarsi al solo ambito della morale e Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, uomini colti e razionali, ne sono stati consapevoli. Se si cambia l'insegnamento di Cristo sul matrimonio perché, come sostiene il capo dei gesuiti, non c'era il registratore per documentare con certezza le parole del Signore, perché non dubitare anche della resurrezione, dal momento che né Caifa, né gli apostoli avevano installato il sistema di videosorveglianza nel sepolcro? E perché difendere la transustanziazione eucaristica, se questa ostacola l'abbraccio ecumenico, in fin dei conti, mica c'era Piero Angela a controllare i fatti dell'ultima cena? I glossoprotrusi in servizio permanente effettivo possono sbraitare, agitarsi ed offendere quanto vogliono, possono pornoteologare, pornoconsultare e pornopraticare, ma alla fine le idee hanno conseguenze e tra queste vi è anche quella di svelare la mens dei loro autori.





sabato 13 maggio 2017

Omaggio a Giacinta, piccola guerriera



Oggi 13 maggio 2017  Francisco e Giacinta Marto che insieme alla cugina Lucia ebbero le famosissime apparizioni a Fatima sono stati proclamati santi da papa Francesco, che ha infatti letto la formula canonica che li iscrive nel registro dei santi; lo ha fatto nella Messa celebrata davanti al santuario che ricorda le apparizioni. I due piccoli veggenti erano stati beatificati da papa Giovanni Paolo II, qui a Fatima, il 13 maggio del Duemila. Dopo diciassette anni, ecco concludersi il percorso della santificazione nel centenario delle prime apparizioni. Di Lucia, morta nel 2010, è in corso il processo di beatificazione. Ma ora vorrei soffermarmi su Giacinta Marto, la più piccola dei tre pastorelli; lo faccio trascrivendo un articolo di Maurizio Blondet  che mi ha commosso e che denota una caratteristica dei santi: il coraggio; perché a sette anni Lei ne ha avuto tanto ed ha avuto anche amore, amore per tutte le anime per cui ha offerto la sua vita e le sue sofferenze.

Omaggio a Giacinta, piccola guerriera




(M.B. Questo articolo si intitolava "Pedagogia di lassù", lo pubblicai il 2 novembre 2013. Lo ripubblico  nel centenario di Fatima per omaggio alla piccola intrepida guerriera, al cui eroismo tanti sconosciuti hanno dovuto la salvezza dalla dannazione, senza nemmeno saperlo).

Questa è un omaggio a Giacinta, intrepida bambina. Riguardo la sua foto, quella che scattò ai tre ragazzini non so quale nobiluomo che disponeva di un  apparecchio.

I tre guardano tutti aggrottati, come facevano i contadini davanti alla macchina fotografica una volta, prima che della civiltà dell’immagine, così da sembrare scontrosi, ma perché essendo il fotografo con le spalle al sole, loro erano abbacinati – e intimiditi. Sono vestiti della festa, Francesco con un copricapo a maglia, le due ragazzine hanno la testa coperta non da un velo, ma da una specie di spessa copertina. Un’immagine da folklore.

Giacinta però spicca: è vistosamente la più piccolina di statura, avrà avuto otto anni, ha messo la mano sull’anca con un gesto di imperiosa, innata eleganza, e ci guarda dritto negli occhi, proprio noi. Lo sguardo e la bocca fermamente chiusa (tutti e tre nascondono segreti che non saranno rivelati se non decenni dopo: troppo intimi per parlarne, dirà la sopravvissuta) esprimono un sentimento preciso: determinazione. Determinazione di accettare anche questo «per i peccatori». Non fu il loro minor tormento, allora, vedersi circondati dalle folle, la curiosità degli estranei, le persone sconosciute che gli facevano domande indiscrete; sappiamo che Giacinta specialmente correva a nascondersi. Adesso, in posa, incantevole bambina, Giacinta offre anche questo sacrificio con assoluta determinazione.

Con assoluta determinazione

Una decisione che ha preso, si sa quando. «La visione dell’inferno suscitò un tale orrore in Giacinta che tutte le penitenze e mortificazioni le sembravano niente per riuscire a liberare qualche anima», ha scritto Lucia. «Spesso si sedeva e pensierosa cominciava a dire: l’Inferno, l’inferno! Quanta compassione ho delle anime che ci vanno! E la gente là dentro brucia come legna al fuoco!» E tutta tremante, s’inginocchiava con le mani giunte per recitare la preghiera che la Madonna ci aveva insegnato: O Gesù mio, perdona le nostre colpe, liberaci dal fuoco dell’inferno, e porta in cielo ….».

La Signora aveva chiesto loro: «Volete offrirvi a Dio disposti a sopportare tutte le sofferenze che egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione per i peccato con i quali è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori»:

«Sì, lo vogliamo» avevano risposto tutti e tre, ardenti. Da allora facevano a gara per inventare sacrifici nelle loro giornate fra le sassaie, a sorvegliare le pecore, trovarono una corda lasciata da un carettiere, ruvidissima e grossa da «far soffrire orribilmente», e se ne fecero tre cilici, senza sapere che cos’erano. Giacinta era piena d’iniziativa per inventare sacrifici.

«Diamo le nostre provviste a questi bambini poveri per la conversione dei peccatori».
«Quando avevamo qualche prova da sopportare, Giacinta domandava sempre: “Hai già detto a Gesù che è per amore verso di Lui?”. E unendo le sue piccole mani alzava gli occhi al cielo e diceva: o Gesù, è per amore verso di voi e per la conversione dei peccatori».

I tre bambini furono messi in prigione: si voleva strappare loro il segreto. Giacinta credette che i genitori l’avessero abbandonata «e diceva, con le lacrime che le scendevano per le guance: né i tuoi né i miei sono venuti a vederci! Non gli importa niente di noi!» Aveva sette anni. «Non piangere, offriamo tutto a Gesù», le disse il fratellino Francesco, e fece l’offerta: «O mio Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori». In carcere, «decidemmo di dire il nostro Rosario. Giacinta tirò fuori una medaglia che aveva al collo, e chiese a un carcerato che lo appendesse a un chiodo del muro e, in ginocchio, davanti alla medaglia, cominciammo a pregare. Anche i carcerati pregarono con noi, per quanto sapevano pregare, o almeno rimasero inginocchiati».

Quando cominciò ad ammalarsi, Lucia andava a trovarla e «c’era sempre un buon gruppo di bambini fuori dalla porta che mi chiedevano se potevano entrare a vederla. Lei si intratteneva con loro, insegnava loro le preghiere e a cantare, e consigliava loro di non fare peccati per non offendere il Signore a non andare all’inferno».

A questa bambina furono inviate visioni impressionanti del futuro. Un giorno a mezzogiorno, presso il pozzo, d’improvviso disse a Lucia: «Non hai visto il Santo Padre?» No. «Non so come è andata, ma ho visto il Santo Padre in una casa molto grande, in ginocchio davanti a un tavolo, piangente e con le mani sul viso; fuori della casa vi era molta gente e alcuni gli tiravano pietre, altri gli lanciavano imprecazioni e gli dicevano molte brutte parole. Dobbiamo pregare molto per lui!».

Una sera del 1917, disse alla cugina: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di gente che piange perché ha fame e non ha niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa che prega davanti al Cuore Immacolato di Maria? E tanta gente che prega con lui?»

Un giorno rimase tutta pensierosa. «Giacinta, a cosa stai pensando?». «Alla guerra che deve venire, Deve morire tanta gente! E va quasi tutta all’inferno! Devono essere distrutte tante case e morire molti sacerdoti. Vedi, io vado in cielo e tu, quando vedrai di notte la luce che quella Signora ha detto che viene prima (1) vienici anche tu». Vedeva, si ritiene, la seconda guerra mondiale, i suoi bombardamenti sulle città, i combattenti che vanno «quasi tutti all’inferno» perché quella fu la guerra delle ideologie atee di massa, milioni di uomini si massacrarono per le nuove fedi cieche e buie.

Nell’ottobre 1918 entrambi i fratellini si ammalarono. Giacinta raccontò a Lucia: «La Madonna ci è venuta a trovare, e ha detto che molto presto viene a prendere Francesco… A me ha chiesto se volevo convertire altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che sarei andata in un ospedale, e che là avrei sofferto molto. Di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato e per amore di Gesù. Ho chiesto se tu saresti venuta con me; ha detto di no ed è la cosa che mi dispiace di più. Mi ha detto che mi ci porterà mia madre e poi resterò là, da sola!».

Riguardo la sua foto. Questa bambina di otto anni, con quel visetto dolcemente corrucciato, il corpicino gracile e indifeso, che resta sola nello squallore di un letto di ospedale lontano, in una città irraggiungibile dai suoi genitori, piccola malata incurabile e perciò chissà quanto mal sopportata. Padre Pio accennò una volta: essere «malato fra gente a cui dai fastidio, ecco una buona mortificazione». Non conosceremo mai le segrete umiliazioni che subì Giacinta, le mancanze d’affetto che le furono date, sempre circondata da volti estranei e cuori freddi; mai una carezza della mamma, la più desolata solitudine.

«Giacinta tornò ancora per qualche tempo a casa dei genitori verso la fine d’agosto 1919, con una grande ferita aperta sul petto». Un ferita aperta sul petto. Subiva le tormentose cure (le inutili cure, lei lo sapeva, a cosa doveva quella piaga) «senza un lamento, senza mostrare la minima insofferenza. Ciò che le costava di più erano le visite frequenti e gli interrogatori della gente, dalla quale ora non poteva più nascondersi. Offro anche questo sacrificio per i peccatori”, diceva».

A dicembre dello stesso 1919, ricevette di nuovo la visita della Vergine. «Mi ha detto che andrò a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò né te né i miei genitori; e che dopo aver sofferto molto, morirò sola; ma che non devo aver paura, che mi viene a prendere lei là per portarmi in cielo».

E così fu. Riportato all’ospedale a Lisbona (diverso da quello in cui era stata, per due mesi, in precedenza) poi la trasferirono in un orfanotrofio di suore a Lisbona, poi in un altro ospedale ancora. Sempre sola. E con quella gran ferita aperta sul petto. In uno dei suoi ultimi giorni, qualcuno le chiese se voleva vedere la mamma. Giacinta disse: «La mia famiglia durerà poco tempo. Presto ci incontreremo in cielo…».

Negli ultimi quattro giorni, la Signora le tolse tutti i dolori. Giacinta è morta il 20 febbraio 1920, suo fratello Francesco era stato chiamato in cielo quasi un anno prima. Lei non aveva compiuto ancora i dieci anni.

Mi rendo conto che questo racconto, piccolo omaggio alla bambina più eroica di cui abbia mai sentito, sarà inteso da molti come una prova della crudeltà del Cielo. La pedagogia vigente oggi risparmia ai bambini la visione del nonno morto, perché «non abbiano traumi», men che meno una descrizione dell’inferno, perché se no hanno paura; anzi, nemmeno le vecchie fiabe devono conoscere, perché «sono angoscianti». Non si deve far paura ai bambini, così cresceranno sicuri di sé, «senza traumi» e «senza complessi»; bisogna esentarli da ogni durezza della vita, ricoprirli di abiti firmati, prepararli a capire che è importante «aver successo», risparmiarli da punizioni, e soprattutto non imporre loro alcun dovere. La frase «volete sacrificarvi per…?» è da noi vietata. «Volete offrirvi a Dio per..?», suscita addirittura cachinni ed esecrazione.

Così, anche da adulti grandi e grossi e sperimentati – parlo anzitutto di me – ci si sottrae alla domanda «Volete offrirvi a Dio?», anche quando si capisce con la mente che è la questione più importante per noi uomini, che è il nostro sì che vuole, e che non ne dobbiamo aver paura perché «chi vuol salvare la propria vita la perderà».

La pedagogia di lassù è chiaramente diversa. Giacinta, che nemmeno sapeva leggere, rispose quel «sì» di cui non siamo capaci, incondizionato e determinato. Ha subìto crudeltà? Lei stessa si offenderebbe: l’ho voluto io! Per i peccatori!

Quanto al successo nella vita a cui dobbiamo preparare i figli… ora i tre fratellini sono in quella luce che videro quando la Signora aprì le mani: «comunicandoci una luce così intensa, una specie di riflesso che usciva e ci penetrava nel petto e nel più intimo dell’anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella luce, più chiaramente di come ci vediamo nel migliore degli specchi».

Racconta Lucia che «ciò che più impressionava o assorbiva Francesco (il più contemplante e trasognato, ndr) era Dio, la Trinità in quella luce immensa che ci aveva penetrato nel più intimo dell’anima». Diceva: mi è piaciuto vedere il Signore e ancor più vederlo in quella luce in cui stavamo pure noi. Noi stavamo ardendo in quella Luce che è Dio ma non bruciavamo! Come è Dio! Non si può dirlo!».


Così, prego Giacinta. Con la tenue speranza di vederla – da una lontanissima penombra – lì in quella luce, la manina sul fianco mentre dà l’altra alla Vergine Mamma, che arde senza bruciarsi, con un gesto del braccio ringraziarla da lontano, lontanissimo: grazie Giacinta per quello che hai fatto anche per me.

Cara Giacinta, caro Francisco, pregate per tutti noi, voi santi tra i santi del paradiso.

venerdì 12 maggio 2017

L'angelo del Portogallo che annuncia Fatima




Domani saranno 100 anni dalla apparizione della Beata Vergine Maria a Fatima in Portogallo, la Madonna apparve a tre pastorelli: Lucia Dos Santos, di dieci anni, Giacinta e Francisco Marto, di sette e nove anni, per sei volte, dal 13 maggio al 13 ottobre del 1917. Domani sarà anche il giorno della canonizzazione di Giacinta e Francisco come annunciato dallo stesso papa Francesco, che sarà a Fatima proprio per l'anniversario delle apparizioni, quarto papa a recarsi a Fatima. L'importanza di Fatima è legata anche ai famosi tre segreti che la Chiesa attraverso i suoi più alti esponenti asserisce essere stati svelati definitivamente, mentre studiosi vari nel mondo, ritengono la questione ancora aperta e foriera di novità; quello su cui vorrei soffermarmi oggi è, rispetto alla storia notissima delle sei apparizioni, far notare che non tutti sanno che queste apparizioni furono precedute l'anno prima da tre apparizioni dell'angelo del Portogallo che si presentò a loro come l'angelo della pace. Nella prima apparizione della primavera del 1916, mentre i tre pastorelli si trovavano al pascolo sulla collina del Cabeço, videro un giovane, che si avvicinava e, quando giunse vicino disse:  "Non temete, sono l’Angelo della Pace, pregate con me"E inginocchiatosi piegò la fronte fino a terra e recitò per tre volte questa preghiera: "Dio mio, io credo, adoro, spero e Vi amo. Io Vi domando perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, non Vi amano". Poi disse loro: "Pregate così. I cuori di Gesù e di Maria ascoltano la voce delle vostre suppliche". Poi scomparve. Nell’estate 1916, mentre si trovavano ancora sulla collina del Cabeço a pascolare il gregge e giocavano allegramente, apparve ancora l’Angelo e disse a loro: "Cosa fate? Giocate? Pregate, pregate molto! I Santi Cuori di Gesù e di Maria hanno su di voi dei progetti di misericordia. Offrite senza cessare preghiere e sacrifici all’Altissimo. In tutto ciò in cui vi è possibile offrite a Dio un sacrificio in atto di riparazione per i peccati da cui è offeso, e in atto di supplica per la conversione dei peccatori. In questo modo voi attirerete la pace sulla vostra patria. Io sono il suo Angelo Custode, l’Angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi invierà". Nell’autunno 1916 sempre sulla stessa collina, Lucia, Francesco e Giacinta stavano ripetendo molte volte la preghiera insegnata loro dall’Angelo, quando Questi comparve per la terza volta, tenendo nella mano sinistra un Calice; sopra al Calice sospesa un’ Ostia da cui cadevano alcune gocce di Sangue dentro il calice. L’Angelo lasciò il Calice e l’Ostia sospesi nell’aria e, prostrato fino a terra a fianco dei pastorelli, ripeté, imitato da loro, tre volte una nuova preghiera: "Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io Vi adoro profondamente e Vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli del mondo, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi, delle indifferenze da cui Egli medesimo è offeso. Per i meriti infiniti del suo Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria io Vi domando la conversione dei poveri peccatori". Poi prese nuovamente il Calice e l’Ostia e dette l’Ostia a Lucia e il Sangue del Calice a Francesco e a Giacinta dicendo: "Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio". Poi si prostrò di nuovo e ripeté ancora tre volte la preghiera della “Santissima Trinità” quindi scomparve. L'anno seguente, l'ormai famoso 13 maggio del 1917 era la domenica precedente l'Ascensione e Lucia, Francesco e Giacinta dopo aver assistito alla Santa Messa portarono il gregge a pascolare in un luogo detto “Cova da Iria” e quel pomeriggio consumata la merenda e recitato il S.Rosario cominciarono a giocare quando, all’improvviso, videro un lampo; pensando che fosse in arrivo un temporale cominciarono ad avviarsi col gregge verso casa; poco dopo videro un altro lampo e, dopo pochi passi, videro sopra un piccolo leccio, una Signora tutta vestita di bianco, più brillante del sole. Erano iniziate le apparizioni di Fatima che scuotono ancora la mente e il cuore di tutti i cristiani del mondo. 

In una sua omelia, padre Giorgio Maria farè, spiega bene l'accaduto:





Aggiungo anche un video di don Leonardo Maria Pompei su Fatima molto interessante.


L'angelo del Portogallo viene ormai da tutti considerato l'impersonificazione dell'Arcangelo Michele



martedì 11 aprile 2017

AAA - Cercasi Santi Sacerdoti





Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera che vi presento, anche se non era firmata, scorrendola non ho trovato nulla che facesse pensare a qualcosa di malevolo o disdicevole, tale da non pubblicarsi; inoltre le cose scritte, in qualche modo potrei anche condividerle, ed è perciò che mi sono deciso ad acconsentire alla richiesta di questo anonimo amico augurandogli di riuscire a trovare quel che cerca!


SALVE (anzi!) SIA LODATO GESÙ CRISTO!

Vorrei pubblicare un annuncio di lavoro,  in verità avevo già tentato di inserirlo tra gli annunci del  "corriere del tramonto", o su il "teorema quotidiano" (hanno grandi tirature e grande credibilità), ma un annuncio come il mio credo non sia stato gradito (anzi rifiutato per sospetto di omofobia) e quindi mi rivolgo a Voi sperando in un vostro misericordioso accompagnamento per essere integrato con discernimento a quanto andrò ad esporre:

AAA CERCASI 

Sacerdote o Parroco con annessa parrocchia + canonica.

REQUISITI RICHIESTI (per il sacerdote):

Comprovata fede in NSGC (quello degli ultimi 2013 anni)
Comprovata fede nei Vangeli (anche senza registrazioni)
Comprovato amore per le anime/pecorelle smarrite e non
Laureato in Dogmatica, Teologia, Filosofia (non troppa)
Emulo ed imitatore di Santi sacerdoti quali:
San Giovanni Maria Vianney
San Giovanni Bosco
San Giuseppe Cottolengo
Sant'Alfonso Maria de Liguori
San Luigi Maria Grignion de Montfort
San Filippo Neri ecc. ecc. ecc.

ASTENERSI: 

Perditempo, 
Massoni, 
Modernisti, 
Giullari, 
Eretici, 
Relativisti, 
Soggettivisti
Preti di strada
Teologi della liberazione
Preti con hobby sessuali vari
Presidenti di mense eucaristiche

AAA - OFFRESI:

Sagrestano a tempo pieno
Disponibilità immediata su tutto il territorio nazionale
Lavoro feriale e festivo non stop
Minime capacità ma con buona volontà di apprendimento
Disposto ad integrare il lavoro di sagrestano con quello di organista, campanaro e portiere e last but not least il tutto a titolo assolutamente volontaristico e gratuito (mi basta soltanto un tozzo di pane la sera e un giaciglio di crine nel sottoscala della canonica).

PERCHÉ?

Perché lo scopo è quello di trovare un santo sacerdote fedele alla Chiesa di: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!», per rimanere saldi nella fede e poter affrontare le eresie, le apostasie, le menzogne dottrinali che stanno avanzando e tentano di distruggere la Santa Chiesa così come ci era stata trasmessa da testimoni e martiri nei secoli amen.

APPELLO FINALE:

A tutti i sacerdoti con i requisiti richiesti (e dimostrati) che non volessero imbarcarsi un sagrestano sgangherato come me, chiedo di avere coraggio, di dimostrarsi veri pastori del gregge di Gesù e di alzare la voce per essere sentiti anche dalle pecore che si fossero perse nel deserto (Lc 15, 4-5), di accendere la lampada ma di non nasconderla sotto il moggio ma piuttosto metterla sul candelabro (Mc 4, 21-25), in questi tempi tempestosi, perchè sappiamo tutti che Gesù è sulla nave nella tempesta e che la calmerà, ma credo che voglia anche il nostro (vostro) aiuto.


Che dire? L'appello finale ci ricorda che i sacerdoti hanno una grande dignità, ma molti in questi tempi la stanno gettando alle ortiche, per pavidità, per essere alla moda, per poca o nulla fede, ma noi che siamo le pecore del gregge, dobbiamo incoraggiare e seguire solo quei sacerdoti che si dimostrano fedeli al Gesù di sempre anche a costo di subire derisioni o persecuzioni; questi argomenti mi hanno fatto tornare in mente una bella omelia di un sacerdote come quelli di cui va in cerca il nostro sagrestano, ripropongo quindi l'omelia di don Leonardo Maria Pompei:


Titolo dell'omelia: La grande dignità del sacerdozio






domenica 9 aprile 2017

Il Card. Robert Sarah e la difesa della liturgia


Il prefetto della Congregazione per il Culto divino, il guineiano cardinale Robert Sarah, di cui ho già avuto modo di parlare in un mio post precedente, è intervenuto , sia pure in modo virtuale al 18° incontro liturgico di Colonia tenutosi a Herzogenrath in Germania dal 29 marzo al 1°aprile di quest'anno 2017, inviando un messaggio scritto (a causa della impossibilità sua di partecipare fisicamente per altri impegni che non sindachiamo); il tema dell'incontro intitolato "La sorgente del futuro" ha riguardato il decimo anniversario del Motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI. La sua relazione originale in francese la si può trovare a questo link, mentre tutto il corposo testo del suo intervento tradotto in italiano lo si può trovare a questo link,  ma il suo intervento ha richiamato subito l'attenzione di molti che ne hanno fatto già almeno una sintesi di quanto affermato dal Prefetto Card. Sarah. E' un intervento importante, e di questi tempi, controcorrente e coraggioso, a favore dell'importanza del Motu proprio Summorum potificum all'interno della liturgia della Chiesa Cattolica, ma è anche un'appassionata difesa della liturgia stessa che il Card. Sarah denuncia essere stravolta quando afferma che: 

«noi non possiamo chiudere gli occhi sul disastro, la devastazione e lo scisma che i promotori moderni di una liturgia viva hanno provocato rimodellando la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Essi hanno dimenticato che l'atto liturgico è, non soltanto una preghiera, ma anche e sopratutto un mistero nel quale si realizza per noi qualche cosa che noi non possiamo comprendere pienamente, ma che noi dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell'amore, nell'obbedienza e nel silenzio adoratore. E questo è il vero senso della partecipazione attiva dei fedeli».

Il prefetto del Culto divino continua:  

«La liturgia deve sempre riformarsi per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per molto tempo, questa “riforma” che ha sostituito il vero “restauro” voluto dal concilio Vaticano II, è stata realizzata con uno spirito superficiale e sulla base di un solo criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio percepito come totalmente negativo e sorpassato, al fine di creare un abisso tra il prima e il dopo concilio. Ora si tratta di riprendere la Costituzione sulla santa Liturgia [Sacrosantum concilium] e di leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero obiettivo del Vaticano II non era quello di intraprendere una riforma che potesse divenire l'occasione di rottura con la Tradizione, ma al contrario, di ritrovare e di confermare la Tradizione nel suo significato più profondo»

Il Card. Sarah rimarca che dove il motu proprio è stato accolto: 

«si è potuta notare una ripercussione e una evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria [del rito], in particolare la riscoperta degli atteggiamenti di adorazione verso il Santo Sacramento (...), e anche un maggior raccoglimento caratterizzato dal silenzio sacro che deve sottolineare i momenti importanti del Santo Sacrificio della messa, per permettere ai preti e ai fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato»

D'altra parte, sempre il Card. Sarah spiega che: 

«occorre superare un certo “rubricismo” troppo formale spiegando i riti del Messale tridentino a quelli che non li conoscono ancora, o li conoscono in un modo parziale»

Il Card. Sarah come Prefetto del Culto Divino continua: 

«la crisi che scuote la chiesa da circa una cinquantina d'anni, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, è legato alla crisi della liturgia, e quindi dal mancato rispetto, la desacralizzazione e la riduzione alla dimensione orizzontale degli elementi essenziali del culto divino» 

[...] 

«C'è una grave crisi di fede, che dobbiamo riconoscere, non solo a livello dei fedeli, ma anche e sopratutto presso numerosi preti e vescovi, che ci ha messo nell'incapacità di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come atto identico, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, e che rende presente il Sacrificio della Croce in una maniera non cruenta, ovunque nella Chiesa, attraverso tutti i tempi, luoghi, popoli e nazioni. Si ha spesso la tendenza sacrilega di ridurre la Santa messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a una auto-celebrazione della comunità, o peggio ancora, a un mostruoso intrattenimento contro l'angoscia di una vita che non ha più senso, o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo svela e ci obbliga a guardare in verità la nostra interiorità» 

[...] 

«Molti ignorano che la finalità di tutte le celebrazioni è la gloria e l'adorazione di Dio, la salute e la santificazione degli uomini, poiché, nella liturgia, “Dio è perfettamente glorificato e gli uomini santificati (Sacrosantum concilium n° 7). Questo è l'insegnamento del Concilio, una maggioranza dei fedeli, preti e vescovi compresi, lo ignorano» 

[...] 

«Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI, alla radice della liturgia si trova l'adorazione, e quindi Dio. Pertanto, bisogna riconoscere che la grave e profonda crisi che, dopo il Concilio, influenza e continua a influenzare la liturgia e la stessa Chiesa, è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e la sua adorazione, ma gli uomini e la loro pretesa capacità di “fare” qualche cosa per occuparsi durante la celebrazione eucaristica. Anche oggi, un numero importante di ecclesiastici sottostimano la grave crisi che attraversa la Chiesa: relativismo nell'insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, desacralizzazione e banalizzazione della santa liturgia, visione puramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano in modo alto e forte che il concilio Vaticano II ha suscitato una vera primavera nella Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di di ecclesiastici stanno prendendo in considerazione questa “primavera” come un rifiuto, una rinuncia del patrimonio secolare, a anche come una rimessa in causa radicale del passato della Chiesa e della sua Tradizione. Si accusa l'Europa politica di abbandonare o di negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad avere abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano, è incontestabilmente la Chiesa cattolica postconciliare»

Il prefetto del Culto divino infine termina il suo articolato messaggio chiedendo:

«di applicare Summorum pontificum con grande cura; non come una misura negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce dei muri e crea dei ghetti, ma come un importante e vero contributo all'attualità e al futuro della vita liturgica della Chiesa»

Alla luce di quanto affermato dal Card. Robert Sarah a questo incontro liturgico di Colonia ed esposto in questo Post in maniera sommaria e certamente non esaustiva (per tutto il suo discorso rimando al link che ho già segnalato in precedenza), ritengo essere il Card. Sarah un uomo di grande coraggio, di acuta intelligenza e di vera fede, che ama il gregge che gli è stato affidato, pronto a testimoniare la Verità anche a costo della vita, e come diceva San Pio da Pietrelcina, «chi afferma la Verità poi deve testimoniarla»; proprio quello che sta facendo energicamente il Card. Robert Sara; non sono queste poche (o molte) parole dette in questo suo documento che mi fanno avere nei suoi confronti una stima assoluta; tutta la sua vita raccontata nel suo celebre libro "Dio o niente" (libro che consiglio caldamente) è lì di esempio per tutti quei cristiani smarriti, dubbiosi, tiepidi, e (se ancora lo fanno) in cerca di testimoni rocciosi della vera fede in Gesù Cristo. Ebbene Robert card. Sarah è uno di quegli uomini che (se possibile) andrebbe clonato per farne 10, 100, 1000 copie e anche più, la Chiesa attuale, compendio di relativismo, soggettivismo, confusione dottrinale e pastorale, da uomini come lui potrebbe trarne solo un gran bene. Se poi molti fossero portati a credere che in realtà - nella Chiesa - tutto va bene madamalamarchesa; provare per credere, dovrebbero leggersi qualche articolo, dove senza esagerazioni vengono elencati abusi liturgici, incoerenze dottrinali che rasentano l'eresia e comportamenti di consacrati che dimostrano che ormai a ciò che fanno e dicono non ci credono più; come esempio riporto un brano da: "È la Sposa di Cristo o il Circo Barnum?" di francesco Lamendola:

«[...] L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma preferiamo fermarci qui. Abbiamo incontrato ballerini, acrobati, ginnasti, baritoni e soprani, burattinai e burattini, ciclisti, spruzzatori d’acqua benedetta con le armi di plastica, barman e animatori da villaggio turistico, guitti, comici, pagliacci, papi che fanno le corna ai fedeli, monsignori che celebrano il peccato e si fanno ritrarre sugli affreschi inneggianti all’omofilia. E potevamo parlare di molti altri allegri preti modernisti e progressisti, come il tedesco Wolfgang Stowasser, che dice messa facendo entrare in un canotto, presso l’altare, sei ragazzi della sua parrocchia, i quali si mettono a pagaiare nel mare immaginario, mentre lui stesso dà il buon esempio, agitando la sua brava pagaia. La sfilata dadaista è quasi completa: mancano solo i mangiatori di spade e i mangiatori di fuoco, le donne cannone, i trapezisti (almeno per adesso; non si sa mai…) e i domatori di tigri. Tutti gli altri ci sono: ce n’è più che a sufficienza per metter su uno show da fare invidia al Circo Barnum. Infatti. Poiché questa sembra essere la ratio, se pur ve n’è una, di così ampia e variegata strategia “pastorale”: ridurre il culto cattolico a spettacolo da baraccone, evidentemente nella speranza di non restare a corto di pubblico pagante….»

Cosa dite? ho esagerato? allora sentite qua cosa dice padre Giorgio maria che ha trattato di questo argomento, appunto in tre omelie che riporto tutte da ascoltare con attenzione:


La 1° omelia del 4/4/2017: 

La disgrazia più grande é morire nel nostro peccato



La 2° omelia del 5/4/2017
La crisi grave e profonda che affligge la Chiesa e la Liturgia



La 3° omelia del 7/4/2017
Silenzio, adorazione, formazione liturgica






venerdì 24 marzo 2017

Anche Gesù Cristo è stato un "grumo"



Domani è il 25 marzo solennità della Annunciazione. Quella di domani non è la festa di Maria, ma una Solennità molto importante, perché celebra l'annuncio dell'Angelo a Maria, l'inizio dell'incarnazione, il meraviglioso incontro tra il divino e l'umano, tra il tempo e l'eternità. È il Signore che si incarna in Maria. È Dio che sceglie, come Madre del proprio Figlio, una fanciulla ebrea, a Nazaret in Galilea. Anche Gesù Cristo che ha voluto in tutto farsi uomo, è stato un "grumo", come spregiativamente vengono definiti gli embrioni umani nei primissimi momenti di vita da coloro che senza vergogna diffondono falsa scienza e vera ideologia di morte; l'articolo che riporto ci spiega la grande menzogna del nostro tempo.

Lo chiamano “grumo”



Una volta, quando l’uomo e la donna si univano in intimità potevano generare un bambino. Oggi non è più così, uomini e donne non ne sono più capaci. Da quarant’anni a questa parte, per bene che vada, al massimo producono un “grumo”. Questa scoperta ha, fin da subito, avuto un forte impatto sulla salute delle donne, le quali hanno iniziato a soffrire di vari problemi fisici e psichici. Per scongiurare questo serio pericolo per la loro salute, nel maggio 1978, il Parlamento italiano ha approvato la legge 194, con la quale consentiva l’eliminazione dei pericolosi agglomerati cellulari. In questo modo si uniformava a quanto era già avvenuto in altri Paesi del mondo, che avevano già legiferato in materia allo scopo di scongiurare l’epidemia. Da allora, in base ai dati in possesso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, si calcola che, nel mondo, siano stati estirpati oltre 1 miliardo di questi dannosissimi “cancri”, salvando così dalla malattia tantissime donne. Insomma, possiamo serenamente affermare, senza esagerare, che i provvedimenti emanati hanno avuto un successo formidabile! In questa sede, è nostra intenzione scoprire qualcosa di più di questo terribile grumo, andando a vedere da vicino come si origina e poi si sviluppa. A tale proposito ricorreremo alle numerose scoperte scientifiche che la biologia ha compiuto in questo campo fino ad oggi.

Fecondazione e prima settimana di sviluppo




Per scoprire come si origina il “grumo” e come avviene il suo primo sviluppo, ci affidiamo alle parole della dottoressa Cristina Fiore (www.beneinsieme.it):  “… L’incontro tra uovo e spermatozoo è un gioco di seduzione, di messaggi, di corteggiamenti, di accettazione e di rifiuto. L’ovocita si prepara, prima dell’ovulazione, con il processo di meiosi (formazione del numero esatto di cromosomi ideale per un incontro fecondante, condizione per un incontro fruttuoso) e con la sintesi di molecole di mRNA, cosiddette di ‘lunga vita’. Il RNA messaggero è colui che porta le istruzioni affinché la cellula possa sintetizzare proteine, fondamentali per la sua vita; quindi, prima ancora dell’ovulazione, la madre fornisce al citoplasma che resta al figlio le informazioni perché egli possa avviare una sintesi proteica prima ancora di avere strutturato un proprio DNA e quindi di esserne capace da solo. L’RNA messaggero offre il modello per le primissime sintesi proteiche del nuovo essere ma non può essere usato se non è attivato da un fattore, portato dallo spermatozoo, che si chiama fattore attivante paterno.  Dopo l’ovulazione l’ovocita sfoggia tutto il suo sex appeal e si circonda da una nuvola di messaggi chimici che hanno il compito di richiamare l’attenzione dello spermatozoo (chemiotassi). Anche quest’ultimo si prepara, essenzialmente attraverso due meccanismi: la capacitazione e la reazione acrosomiale.  La capacitazione è un processo in cui persone o gruppi che si trovano in una situazione di impotenza apprendono modalità di pensiero ed azione che permettano loro di agire in maniera autonoma per soddisfare i propri bisogni fondamentali e incamminarsi lungo un processo di sviluppo: chi non aveva potere lo acquisisce, o meglio scopre di possederlo; in specifico il seme maschile in un periodo di condizionamento di circa 7 ore, che avviene nell’utero o nelle tube, libera il proprio acrosoma dal rivestimento di glicoproteine e liquido seminale (sperm coat) e diventa più attivo, si pone nelle condizioni di sviluppare la sua potenza.  La reazione acrosomiale consiste nella liberazione di enzimi proteolitici contenuti in un sacchetto che ricopre in parte la testa a mo’ di cappuccio (acrosoma). È la reazione che permette l’ingresso nell’ovocita ed è indotta da proteine zonali quando lo spermatozoo ha preso contatto con la zona pellucida dell’ovocita.  In pratica l’ovocita si pone in condizioni psicofisiche ottimali (meiosi) e stima un budget per il viaggio (mRNA), poi sfoggia tutto il suo sex appeal (chemiotassi); lo spermatozoo dal canto suo, cerca le sue migliori condizioni fisiche (capacitazione) e trova la capacità di vincere le resistenze e penetrare le difese (reazione acrosomiale).

Un corteggiamento in piena regola

Quando gli spermatozoi raggiungono l’ovocita gli imprimono una rotazione in senso antiorario e lo fanno avanzare nella tuba muovendosi in modo simile ad un corpo celeste. Lo spermatozoo-principe supera la zona pellucida e entra nel citoplasma; si è realizzato il progetto a lungo preparato, quello che l’ovocita aveva atteso per tutta la vita, considerando che i gameti femminili sono presenti nell’ovaio fin dalla nascita.  È quindi la volontà congiunta dei fattori materno e paterno che permette la sintesi delle proteine (modello materno – assenso paterno) che serviranno nelle prime due settimane di sviluppo, quando il bimbo si chiama zigote/morula/blastula.  Appena lo zigote si divide in due cellule viene attivato il DNA del neoconcepito e comincia la sintesi dell’RNA messaggero; quest’ultimo viene messo da parte e verrà utilizzato per sintetizzare le proteine specifiche del bimbo a partire dal suo stadio di gastrula (terza settimana).  In ogni donna, anche quando non è ancora consapevole della gravidanza, si attiva ‘un’energia materna’, che sostiene e protegge la mamma e il suo cucciolo in modo silenzioso.  Dopo un giorno dalla fecondazione il bimbo pre-embrione chiama la sua mamma, inviandole numerosi segnali endocrini, e la mamma risponde e produce EPF (early pregnancy factor), ormone dalle proprietà immunosoppressive ma anche associato alla crescita. Alla pronta risposta materna il bimbo interagisce ancora e produce PAF (platelest activating factor) che favorisce la produzione di EPF.  Al terzo giorno il pupetto è in grado di produrre HCG (gonadotropina corionica) che stimola le ovaie della sua mamma a produrre progesterone e estrogeni; vuole la sua culla! e la vuole comoda e confortevole… il progesterone inibisce la contrattilità uterina e gli estrogeni fanno diventare la mamma ‘morbida, elastica, comoda’. Inoltre la mamma copre il suo cucciolo con i propri anticorpi rendendolo invisibile al suo sistema immunitario; lo accoglie e lo protegge.  Il piccolino percorre tutta la tuba e deve annidarsi in utero, deve radicarsi nell’endometrio altrimenti morirà; la sua mamma risponde vascolarizzando l’endometrio, ammorbidendolo e rendendolo ‘adesivo’; la piccola morula può annidarsi e non cadere. Siamo arrivati al consenso formale e amorevole della mamma all’esistenza del figlio e all’offerta di sé.  E poi? Che fa una mamma? Prepara la pappa! Gli offre il suo corpo-culla e prepara cibo buono e nutriente (aumenta il cortisolo e quindi si alza la glicemia). Il bimbetto quindi, al di là delle ambivalenze materne di inizio gravidanza, ha ricevuto cibo, accudimento, amore…”.  I progressi tecnologici sono, oggi, in grado di fornirci delle ottime immagini di questi primissimi istanti di vita. Vediamone alcune (Encarta 2006, Microsoft corporation):




Siamo al primo giorno di vita. Circa 6-10 ore dopo la fusione tra lo spermatozoo e l’ovocita, è possibile osservare la presenza, all’interno della cellula uovo fertilizzata, di due pronuclei [Nella foto (Phototake NYC/Dr. Nikas/Jason Burns) appaiono come due macchie giallastre di forma irregolare] che contengono il dna del padre e della madre.  Nelle ore successive i due pronuclei si avvicinano, trainati dal sistema di “funi” che attraversa tutta la cellula finché, giunti a stretto contatto, le membrane si rompono ed il loro contenuto si fonde. Si costituisce così, all’interno della sua prima cellula, il patrimonio genetico completo del nuovo individuo, che verrà trasmesso a tutte le cellule del corpo umano, e che rimarrà tale per tutta la vita. La fecondazione è compiuta: una nuova persona, unica e irripetibile, è stata generata.




Lo zigote, la prima cellula del nuovo individuo derivante dalla fecondazione, inizia a dividersi per mitosi. Tale processo è detto segmentazione, e non comporta un aumento dimensionale dell’uovo. Di conseguenza, a ogni divisione si formano cellule geneticamente identiche ma sempre più piccole. La divisione avviene a partire dal terzo giorno e si verifica al ritmo di due volte al giorno, secondo una precisa geometria che l’embrione conosce molto bene. Qui l’embrione è chiamato “morula” perché dall’aspetto simile a una mora [nella foto (Phototake NYC/Jason Burns/Ace) una morula al terzo giorno di sviluppo embrionale]. Mentre continua nelle sue divisioni cellulari, la morula percorre le tube di Falloppio, finché, verso il quarto giorno entra nella cavità uterina.




A cinque giorni di vita, l’embrione si trova già nell’utero, dove assume l’aspetto di una sfera cava detta “blastula”. La cavità si espande progressivamente finché si conclude con la formazione della “blastocisti”, quando l’embrione ha circa 180 cellule.  Alla fine del quinto giorno, la blastocisti rompe l’involucro protettivo che aveva sinora rivestito l’embrione, affinché – verso il sesto/settimo giorno – possa impiantarsi nella parete uterina.  Dopo una settimana dal concepimento la mucosa uterina e già ispessita e riccamente vascolarizzata, grazie all’aumento della produzione di progesterone, iniziato dal concepimento. A questo punto l’embrione può aderire facilmente all’endometrio, e ricevere il nutrimento che gli è necessario, finché non si è formata la placenta.

Il “Cross talk” (Linguaggio incrociato)

Sin dai primissimi istanti di vita, quindi, si instaura – tra madre e figlio concepito – un silenzioso dialogo fatto di amorevole reciprocità. L’embrione e la mamma “si scambiano cellule, messaggi ormonali [e] fattori di crescita” (Prof. Giuseppe Noia, www.noiaprenatalis.it).  “Grazie al costante colloquio incrociato con la madre, l’embrione va a impiantarsi nella zona migliore. […] È sorprendente anche osservare l’adattarsi della donna al proprio bambino, visto che ‘il loro patrimonio genetico è diverso al 50%’. […] Innanzitutto, non c’è il rigetto dell’altro, che si verifica quando è presente in un organismo un diverso patrimonio genetico: pensiamo, ad esempio, ai trapianti d’organo. Nel caso della gravidanza, invece, l’embrione dialoga con la madre per gestire la sua collocazione. […] Si tratta della ‘tolleranza immunitaria’, spiega Noia: ‘avviene una sorta di mascheramento delle parti paterne dell’embrione che avrebbero indotto la madre a rigettarlo’”.




Un vero e proprio scambio reciproco dove non è solo il corpo della mamma a prendersi cura del bambino, ma è anche il nascituro a svolgere un benefico effetto nei confronti di lei. Sempre il prof. Noia riferisce dell’esperienza documentata, negli Stati Uniti, dalla ricercatrice Diana Bianchi, la quale ha notato come “le cellule staminali del figlio ancora in grembo avevano circondato un follicolo tiroideo della madre che aveva avuto una tendenza neoplastica, trasformandolo in cellule tiroidee”. In sostanza, le cellule staminali – passate nel corpo della madre attraverso la placenta -, sono state in grado, prima, di individuare il tumore e, poi, di circoscriverlo e curarlo differenziandosi in cellule tiroidee.  Le cellule staminali del figlio “hanno quindi la potenzialità di riparare danni ad organi della gestante, trasmettendo benefici alla sua salute”.  Ma c’è dell’altro. Si è anche scoperto che le cellule staminali fetali possono rimanere per moltissimi anni all’interno del corpo della madre, anche fino a “35 anni dopo la nascita” del figlio. Infatti – continua Noia – è possibile “rintracciare cellule fetali nel sangue periferico, nella cute e nel fegato […]. In seguito all’impianto dell’embrione, dal dodicesimo giorno in poi, globuli bianchi del figlio si ritrovano nel midollo osseo e nel circolo sanguigno della donna, così gli eritroblasti (precursori dei globuli rossi)”. Questo fenomeno potrebbe, anche, essere la spiegazione del perché le donne vivano più a lungo degli uomini.  È sempre il prof. Noia, a fornire una serie di dati relativi a ricerche effettuate sulla relazione madre-feto (www.noiaprenatalis.it/scienza-e-bioetica/33-aspetti-fisiologici-e-patologici-delle-interazioni-madre-feto.html) nei quali emergono “varie evidenze [che] dimostrano [come] nello sviluppo neuro-sensoriale del feto vi [sia] una intensa partecipazione materna e [come] i canali di comunicazione [siano] fortemente biunivoci”.  Un linguaggio incrociato, quello della madre con il feto, che non è solo di tipo “biologico-sensoriale”, ma anche “psicologico-spirituale”. Mentre nel primo caso la presenza del figlio ha un “incremento esponenziale”, nel senso che cresce con il crescere del bambino nel proprio ventre; nel secondo caso il figlio è percepito “indipendentemente dalle sue dimensioni” seguendo la legge del “tutto o nulla”: “la presenza del figlio viene avvertita come un tutt’uno di presenza, indipendentemente dalle sue dimensioni”.  È esperienza acquisita “come moltissime madri riescano a fare una corretta diagnosi di sesso del proprio bambino senza l’ausilio dell’ecografia o dell’amniocentesi”. È altresì esperienza comune come molte donne riescano a percepire di essere rimaste incinte prima che il test di gravidanza lo confermi.  Infine – come riscontra il Prof. Noia in base alla sua esperienza personale – in più di venti casi di gravidanza gemellare, le pazienti avevano riferito una “diversità percettiva” ancor prima che la gravidanza gemellare fosse confermata dall’esame ecografico o ormonale.  In ambito neonatale “sta galoppando la conoscenza del protagonismo biologico dell’embrione fin dalle prime ore della sua vita”. Infatti, appena poche ore dopo la fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo, sono attivati “ben 46 geni”. Ciò significa che l’embrione ha, da subito, “la direzione del proprio progetto di vita, la sua individualità”. È quello che ha dimostrato Helen Pearson con l’affermazione “Your destiny from day one” (Nature 2002-418:14,15), “Il tuo destino dal giorno uno”.  Ricorda Giuseppe Noia che è ormai disponibile una vasta letteratura volta ad evidenziare proprio questo “protagonismo biologico dell’embrione” (ibid). L’embrione, quindi, oltre a dialogare con la madre si pone anche come “un direttore d’orchestra non solo del suo impianto, ma anche del suo destino futuro”.

Alcune considerazioni prima di proseguire

Prima di proseguire con lo sviluppo del piccolo oltre la prima settimana di vita, dobbiamo fare tre considerazioni.  Come prima cosa, possiamo concludere che, sin dai primi sette giorni di vita, definire l’embrione come un insignificante “grumo di cellule, senza vita relazionale biologica e psicodinamica”, come fosse un parassita o un cancro della donna, è assolutamente riduttivo e consapevolmente falso. Una terminologia, questa, volutamente scorretta che depone contro una vasta letteratura scientifica verificata e ampiamente riconosciuta.  Le scoperte scientifiche che altrove servono ad evocare un’empirica onnipotenza, vengono qui consciamente ignorate o maldestramente falsificate negando ogni evidenza. C’è chi dice che non è possibile stabilire scientificamente il momento in cui il feto si possa considerare un essere umano. Qualcuno lo ritiene tale quando si presenta la prima attività cerebrale, altri parlano di capacità respiratoria. Qualcun altro, ben più ardito, fa partire il riconoscimento di persona solo con la nascita, cioè quando l’ “ammasso cellulare” sia uscito dal limbo in cui è stato relegato e abbia la capacità di vivere autonomamente al di fuori dell’utero della madre della quale, fino a quel momento, è stato solo un’appendice.  Quei geni onniscienti, con i quali gli scienziati materialisti riescono a spiegare tutto, persino – attraverso l’impiego di una buona dose di fantasia e creatività – la maggiore o minore tendenza al tradimento, o al senso religioso, qui sono omertosi e muti. Incapaci di riconoscere l’evidenza, veramente empirica, che un nuovo individuo unico e irripetibile è già presente, a livello genetico, sin dalla fusione del gamete maschile e di quello femminile.  Che l’embrione sia un figlio e non un “grumo cellulare” risulta, altresì, evidente quando la donna incorre in un aborto spontaneo, con tutto il carico di dolore psichico che ne consegue. Ci troviamo qui davanti a quel linguaggio psicologico-spirituale già visto, attraverso il quale il figlio viene percepito indipendentemente dal suo stadio di sviluppo. Nessuna donna che ha abortito spontaneamente dirà mai – come fa notare Noia –: “Ho perso un embrione di 12 millimetri”, bensì: “Ho perso il mio bambino”. Ci sono donne che ormai anziane, versano ancora lacrime al riaffiorare del ricordo di quel loro figlio abortito spontaneamente in gioventù. Studi effettuati sulla vedovanza hanno dimostrato che: “Il tempo di elaborazione e sedimentazione del lutto dopo un aborto spontaneo precoce (8-9 settimane) è temporalmente equiparabile alla elaborazione e sedimentazione del lutto di donne che hanno perso i propri mariti”.  La stessa cosa si verifica in caso di aborto volontario. Come la donna è in grado di percepire la presenza del figlio, prima di averne la conferma pratica, allo stesso modo riesce a percepirne l’assenza, anche se il figlio è stato abortito precocemente. Come dice il professore: “La perdita della presenza del figlio non è equiparabile alle dimensioni dell’embrione, poiché è indipendente dal peso in grammi e dalla lunghezza in centimetri”. Ne consegue che tutti quei tentativi, di certa classe medica, volti ad anticipare il prima possibile un eventuale aborto con lo scopo di risparmiare un maggiore dolore alle donne, sono destinati a fallire miseramente. Infatti, “il concetto di proporzionalità traumatica (piccolo embrione = piccolo trauma) è solo un fenomeno culturale proiettivo, utilizzando una proporzionalità matematica tra le dimensioni dell’embrione e l’entità del trauma psicologico, ma, nell’esperienza osservazionale e soprattutto nell’esperienza delle donne, non esiste”.  Si può interrompere, con un aborto, la percezione biologico-sensoriale, ma non si potrà eliminare quella psicologico-spirituale, che continuerà ad accompagnare la donna per tutta la vita.  Una seconda osservazione, che chiaramente si palesa, emerge quando si entra nel merito della fecondazione in vitro. È del tutto evidente come, in questo ambito, saltino completamente quell’iniziale corteggiamento e cross-talk di cui abbiamo parlato.



Con la Fiv, infatti, la fecondazione avviene al di fuori del corpo femminile. Qui un ovulo maturo viene prelevato aspirandolo dalle tube di Falloppio, oppure direttamente dall’ovaio, mediante una piccola incisione addominale. In questo secondo caso, non essendo le cellule uovo ancora completamente mature, verranno stimolate alla crescita in provetta, mediante iniezioni di ormoni.  Quando gli ovuli sono pronti, vengono immersi in uno speciale liquido ricco di nutrienti, dopodiché viene unito, per circa 18 ore, dello sperma lavato e incubato. Il preparato così ottenuto viene posto in un apposito mezzo di coltura ed esaminato dopo circa 40 ore. Se gli ovuli sono stati fecondati, si formano gli embrioni che, allo stadio di 2-4 cellule, vengono trasferiti nell’utero della madre. Per aumentare le probabilità di gravidanza, si preferisce trasferire in utero più embrioni, ciò può, tuttavia, esporre la donna al rischio di gravidanza multipla. Ecco che allora interviene la legge, consentendo di congelare gli embrioni in esubero.  Dopo oltre trent’anni di fivet centinaia di migliaia di embrioni sono ancora lì, immersi nell’azoto liquido. Centinaia di migliaia di vite abbandonate o dimenticate da quei genitori che, nel frattempo, hanno fatto nascere i loro fratelli. Molti altri sono morti, visto che la percentuale di gravidanza per ogni ciclo di Pma si aggira intorno al 25%. Altri sono stati distrutti. Altri ancora usati per le sperimentazioni, anche le più aberranti, come la produzione di embrioni chimera, quelli, cioè, che contengono sia materiale genetico umano che animale. Se consideriamo poi che i gameti femminile o maschile possono provenire anche da donatori esterni alla coppia, quella fase di corteggiamento – così ben descritta dalla dottoressa Fiore -, assume molto più i tratti di un appuntamento al buio o di un matrimonio forzato e combinato.  Quel dialogo incrociato che inizia con la fecondazione, continua durante il viaggio nella tuba fino all’impianto nell’endometrio è, qui, totalmente assente. Tant’è vero che, dopo il trasferimento in utero degli embrioni prodotti in laboratorio, alla donna devono essere praticate iniezioni quotidiane di progesterone. Quell’ormone che il cross-talk avrebbe stimolato naturalmente.  Il fatto stesso che la percentuale di successo della Fiv non vada oltre il 25%, può essere un segnale di quanto sia importante, in questi primissimi giorni di vita, quel dialogo silenzioso tra la madre e il bambino concepito, al fine di ottenere un ottimo impianto nell’endometrio e il buon proseguimento della gravidanza.  Ci rimane da considerare ora il terzo argomento. Vedere cioè quel che succede quando una donna assume la pillola del giorno dopo.



La pillola del giorno dopo è un preparato a base di ormoni che va preso entro e non oltre 72 ore dopo un rapporto sessuale, che possa aver dato origine a una gravidanza indesiderata. La sua azione è di tipo “antinidatorio”, ovvero è in grado di alterare la parete uterina, impedendo che l’eventuale ovulo fecondato si impianti.  Come abbiamo visto, l’impianto del feto nell’endometrio avviene verso il settimo giorno dalla fecondazione, ovvero quando si trova allo stadio di blastocisti. In questo periodo la comunicazione non verbale madre-feto, intercorsa a partire dal concepimento, ha contribuito a preparare opportunamente l’endometrio, ispessendolo e vascolarizzandolo, al fine di favorire l’impianto.  Ebbene, quella bomba ormonale che è la pillola del giorno dopo, può interferire sia direttamente nella formazione propria dell’embrione, sia sulla parete dell’utero rendendola inadatta alla fissazione del feto che, conseguentemente, andrà perso come si fosse trattato di un precocissimo aborto spontaneo.  Scendendo a livello tecnico, è sempre il prof. Noia – nell’articolo già citato – a mostrarne le modalità. I dati confermano “come sia importante la relazionalità dei primi otto giorni ai fini di produrre il ‘cervello placentare’ in cui coesistono le produzioni di neuroromoni, neuro peptidi, neuro steroidi e neurotrasmettitori”. Da questo punto di vista risulta “molto difficile non ipotizzare che dei fattori ambientali nella fase endotubarica di tipo farmacologico-ormonale (vedi pillola del giorno dopo) non possano influenzare la preparazione dell’impianto e quindi nei fatti intercettarlo e provocare l’aborto precoce”.  Giuseppe Noia cita anche altre fonti: “L’azione del levonorgestrel sulle integrine comporta modificazioni biochimiche dell’endometrio che ostacolano l’impianto” (JD Wang e coll, Proceeding of the International conference on reproductive health, 1998). “I cambiamenti dell’espressione citochinica nella tuba di Fallopio influenzano lo sviluppo embrionale attraverso una alterazione del milieu peri-impianto” (HZ Li e coll, Molecular Human Reproduction 2004, 10; 7, 489; A Christow e coll, Molecular Human Reproduction 2002, 8; 4, 333-340). “Non possiamo concludere che la pillola per la contraccezione d’emergenza non impedisca mai la gravidanza dopo la fecondazione” (Trussel J e coll, Contracenption 2006, 72 (2), 87-89).  Questo è maggiormente vero, quando si prende in esame la pillola EllaONe, quella che ha efficacia “antinidatoria” fino a “cinque giorni dopo” un rapporto sessuale fecondante. Il principio farmacologico di questa pillola è l’Ulipristal acetato, che è lo stesso del gruppo farmaceutico della pillola abortiva Ru486. “Un antiprogestinico sintetico di seconda generazione, che tecnicamente svolge un’azione selettiva e antagonista per i recettori del progesterone e impedisce l’annidamento dell’embrione svolgendo quindi un’azione abortiva” (Prof.sa Maria Luisa Di Pietro).  È trascorsa appena una settimana, da quando l’ovulo e lo spermatozoo si sono fusi insieme dando origine a un nuovo essere umano e, per una moltitudine di questi piccoli d’uomo, la vita si è già interrotta. Piccolissimi orfani di genitori viventi si trovano in un limbo congelato fuori dal tempo. Moltissimi altri sono periti durante i cicli di fecondazione in provetta, sia in quanto soprannumerari, sia perché selezionati, ovvero scartati a favore di altri considerati migliori. Tanti altri sono stati trasformati in cavie per la sperimentazione, comprese le più snaturate e di nessuna utilità, come la creazione dei mostruosi “embrioni chimera”. Infine, moltissimi altri, sono stati abortiti precocemente, a seguito dell’azione antinidatoria dei “contraccettivi di emergenza”. Una quantità indefinita, difficile da quantificare poiché l’assunzione di tali pillole avviene propriamente in un contesto di incertezza.  Ebbene, proprio perché sfuggevoli a qualsiasi computo matematico, tutte queste perdite non sono state conteggiate tra quel miliardo e più di “grumi soppressi”, di cui dicevamo all’inizio. Una possibile stima approssimativa la possiamo, tuttavia, trovare nel libro di Antonio Socci “Il genocidio censurato, Aborto: un miliardo di vittime innocenti” (Piemme, I ed. 2006, pp. 21-23).  Riguardo agli embrioni perduti con la Fiv – si legge nel libro -: “Si calcola che solo per far nascere 20 bambini occorra ‘produrre’ circa 1.800 embrioni di cui dunque 1.780 destinati alla morte. Se è vero che oggi i nati con Pma nel mondo sono ormai circa 1 milione, per calcolare la moltitudine di ‘fratelli’ che sono stati ‘sacrificati’ dovremmo orientarci circa sui 90 milioni di embrioni”. Dobbiamo ora aggiungere quelli dei “contraccettivi di emergenza” e quelli dei sistemi di contraccezione come, ad esempio, la spirale. Anche se molte donne non lo sanno, la spirale è, infatti, un vero e proprio “contraccettivo” abortivo, visto che la sua azione consiste nell’impedire l’annidamento in utero dell’embrione già formato. A questo proposito, la dottoressa Thèrèse Gillaizeau Amiot stima gli aborti farmaceutici intorno “ai 4 milioni”; mentre quelli derivati dall’uso della spirale a “460 milioni” (si pensi che solo in Francia sono 2 milioni e mezzo le donne che la usano).  Come si vede le cifre sono immani. Le stime (sebbene valutate al ribasso) sono talmente grandi e la scia di morte così estesa e così direttamente proporzionale all’algida indifferenza globale che l’avvolge, da lasciare ammutoliti. E allora non aggiungiamo altro. Chiamiamo a raccolta le nostre forze e proseguiamo nel cammino, perché il miliardo di “grumi” eliminati – dei quali stiamo seguendo il percorso – è riuscito, nonostante tutto, a superare la durissima selezione dei primi sette giorni di vita, continuando a crescere e svilupparsi anche nelle settimane successive.

La fissazione delle blastocisti

Il nostro “miliardo” è stato quindi generato dopo un “appassionato” corteggiamento e poi ha amorevolmente dialogato con la propria mamma. Non sono intervenute interferenze esterne, così tutto è proseguito per il meglio. Le blastocisti si sono ben impiantate nell’endometrio liberando quegli enzimi che, penetrati nella mucosa dell’utero attraverso i tessuti, hanno consentito ai piccolini di alimentarsi col sangue e con le cellule della madre, prima del formarsi della placenta. Qui si è prodotto una specie di brodo nutriente di ottima qualità che ha permesso il proseguimento della gravidanza. Se la mucosa uterina non fosse stata sufficientemente ricca, sarebbe sopravvenuto un aborto spontaneo, ma non è questo il nostro caso.

Seconda settimana di vita

Le cellule iniziano a differenziarsi. Un grappolo diventa il sacco amniotico, cioè l’involucro pieno d’acqua salata dove crescerà il bambino. Un secondo grappolo si svilupperà tramutandosi in sacco vitellino dal quale ha origine la parte corpuscolare del sangue e la costituzione dell’intestino primitivo. Un terzo, infine, diventa la placenta.



Nell’ambito di queste strutture vi sono anche altre cellule che sviluppandosi rapidamente formeranno il bambino. Questi foglietti embrionali, o germinativi, sono di tre tipi: ectoderma, mesoderma e endoderma. Dal mesoderma si origina poi il mesenchima, o tessuto connettivo embrionale, formato da cellule disperse in un’abbondante sostanza intercellulare. La terna di tipi cellulari, più il mesenchima, rappresentano il tessuto originario da cui inizieranno a differenziarsi alcuni gruppi di tessuti che saranno presenti nell’organismo completo.  In particolare, dall’ectoderma si formeranno l’epidermide, il tessuto nervoso e le ghiandole endocrine, i capelli, le unghie, lo smalto dentario, il cristallino dell’occhio e le strutture dell’orecchio interno. Dal mesoderma deriveranno il derma, i muscoli, il sistema circolatorio, le ovaie o i testicoli, gli epiteli che rivestono le cavità corporee (peritoneo, pleure, pericardio). Dall’endoderma si formeranno il fegato, il pancreas, l’apparato digerente; le vie respiratorie; la vescica, l’uretra e la prostata; la tiroide, paratiroide e timo e le cellule delle linee germinali di ovociti e spermatozoi. Dal mesenchima si formeranno invece tutti i tessuti di tipo connettivale.  Piano piano l’embrione inizia a rendersi evidente assumendo la forma di un corpicino cilindrico.

Terza settimana di vita

All’inizio della terza settimana (verso il 15° giorno) inizia il processo di gastrulazione che porterà, verso il 18° giorno, allo sviluppo di un asse di direzione caudo-craniale (coda-testa) dell’embrione. L’ectoderma si ispessisce e si introflette. Da questa struttura, in continua trasformazione, migrano delle cellule che si differenziano da quelle dell’ectoderma e si posizionano tra quest’ultimo e l’endoderma, dando origine al terzo foglietto: il mesoderma. La parte centrale del mesoderma si distacca dalle porzioni laterali e forma un cordone, chiamato corda dorsale. Intorno a questa, per migrazione di cellule del mesoderma laterale, si formeranno i corpi vertebrali che andranno ad accogliere il canale neurale originatosi dall’ectoderma.  La corda dorsale, dopo aver svolto questa preziosa funzione di richiamo delle cellule del mesoderma, regredisce e non darà origine a nessuna struttura del nostro corpo adulto. Dal mesoderma laterale, invece, si formeranno lo scheletro, la muscolatura, il tessuto connettivo, l’apparato cardiocircolatorio e i reni.  L’abbozzo nervoso deriva dal foglietto ectodermico e compare attorno al 17° giorno, sotto forma di un ispessimento chiamato “placca neurale”. Successivamente la placca si approfonda fino a formare un avvallamento, la “doccia neurale”, che si chiuderà la settimana successiva (21°-28° giorno) dando origine al canale neurale. Da quel momento i neuroni inizieranno a moltiplicarsi al ritmo di 4.000 al secondo finché, al termine della 16° settimana saranno già più di 20 miliardi. Oltre a moltiplicarsi, le cellule nervose si differenziano e si dispongono a formare una fitta rete di comunicazioni.  È proprio durante questo processo di generazione dei neuroni (neurogenesi) che si origina quel particolare assetto morfo-funzionale che permetterà al nuovo individuo di svolgere le funzioni cerebrali più evolute tipiche dell’essere umano, come la percezione delle forme, il riconoscimento visivo, il coordinamento dei movimenti volontari, il linguaggio, l’apprendimento, la memoria, ecc.  Oltre al sistema nervoso, durante questo periodo si forma un altro importantissimo organo: il cuore. Al 22° giorno è piccolo quanto un seme di papavero e possiede solo due cavità, ma ha già il suo battito, grazie alla presenza di cellule specializzate, i miocardiociti, che sono in grado di contrarsi. La vera e propria circolazione embrionale inizierà tra il 27° e il 29° giorno. Le vene sono sottili come un capello, ma già in grado di permettere lo scorrere delle prime cellule di sangue, che devono portare ossigeno e nutrimento, indispensabili per il proseguimento della crescita.  Ora l’embrione assomiglia a un piccolissimo cavalluccio marino. Misura circa 3 mm. e ha le dimensioni di un chicco di caffè. Nonostante ciò, dopo solo tre settimane, ha già un suo sistema nervoso e il cuore che batte. Da questo momento non smetterà più, continuando a battere per tutta la vita, a meno che…

Quarta settimana di vita

Siamo alla fine del primo mese di vita, il cuore funziona e il corpicino presenta già gli abbozzi di tutti i principali organi. Grazie ai foglietti embrionali inizia da qui l’organogenesi, quel processo che porterà alla formazione completa di ogni organo, tessuto e apparato.



L’embrione cresce di 1 mm. al giorno. A quattro settimane non è più grande di un fagiolo e il suo cuore batte 80 volte al minuto ma, ogni dì che passa, va sempre più veloce. Le piccole gemme che si sono formate lungo il corpicino si svilupperanno in braccia e gambe, mentre strati di tessuto si aggregano su quattro lati per formare il viso. La parte superiore diventerà la fronte e il naso, e le guance si ripiegano dai lati per riunirsi a formare il labbro superiore. Il segno di questa unione (la linea verticale incavata che dal naso arriva alla bocca) rimarrà tra i tratti somatici del nostro volto per tutta la vita.  Si può distinguere l’estremità cefalica, contenente le tre vescicole da cui avrà origine l’encefalo, e il cristallino degli occhi che si presenta come un puntino nero (Photo Researchers, Inc./Professors P.M. Motta and S. Makabe/Science Photo Library, Encarta 2006).  A partire dal sacco vitellino, durante questa settimana iniziano a formarsi le cellule germinali primordiali, i precursori degli oogoni (nella femmina) e degli spermatogoni (nel maschio). A meno di un mese di vita l’embrione prepara le linee cellulari dalle quali si origineranno i gameti: pensa già ai propri figli! Siamo al termine della quarta settimana, l’embrione è ormai lungo circa 5-6 mm. In appena un mese, a partire dallo stadio di zigote, ha aumentato la sua massa di ben settemila volte.

Quinta settimana di vita

Alla quinta settimana, la futura mamma ha già constatato un ritardo del ciclo e, probabilmente, le è sorto il sospetto di essere rimasta incinta. Mentre si appresta a trovarne la conferma con il test di gravidanza, il suo piccolino continua silenziosamente a crescere. La “doccia neurale” si è chiusa qualche giorno fa e i neuroni hanno già iniziato a formare la corteccia cerebrale, moltiplicandosi e differenziandosi. Intanto è iniziata anche la vera e propria circolazione embrionale: ossigeno e nutrimento vengono trasportati in tutto il corpicino, attraverso le piccolissime vene.



Ora l’embrione misura circa 1 cm., iniziano a comparire gli abbozzi di pancreas e reni, mentre quelli degli arti superiori e inferiori si sono allungati. Il cordone ombelicale è ormai perfettamente formato.

Sesta settimana di vita

A sei settimane il piccolino ha appena le dimensioni di un fagiolo, è lungo circa 16 mm. e pesa in media 1 grammo. Si formano gli abbozzi delle mani e dei piedi e compaiono le dita. I genitali iniziano a differenziarsi in maschile o femminile. Le pulsazioni cardiache sono diventate ritmiche. Il cuore ha ancora solo due camere ma pulsa già a circa 150 battiti al minuto.

Settima e ottava settimana di vita

Durante queste due settimane Iniziano a svilupparsi le ossa, i muscoli, i nervi ed i grossi vasi. L’estremità cefalica dell’embrione comincia a separarsi dal torace e in essa è possibile distinguere gli abbozzi di naso, orecchie e mandibole. Si formano anche le prime gemme dentali, quelle strutture dalle quali più avanti si svilupperanno i denti. La testa è ancora molto grande rispetto al corpo, in una proporzione rispetto a questo di un terzo. In essa compare il “corpo calloso” cioè quella struttura nervosa che collega gli emisferi destro e sinistro del cervello. Quest’ultimo appare lucido sotto la pelle sottilissima, rivelando l’intreccio dei vasi capillari.



Gli occhi sono coperti da una pelle intatta, che finirà con l’aprirsi e formare le palpebre. Gli arti si allungano e appaiono gomiti e ginocchia, mentre si sviluppano anche le dita. Il piccolino tenta sin da ora di scalciare debolmente, per quanto la madre non possa ancora percepire alcun movimento dato che, alla fine dell’ottava settimana, quando è in posizione raggomitolata, ha giusto le dimensioni di una noce, è lungo circa 4,5 cm. e pesa sui 6 grammi. La parete addominale non è ancora completa, tuttavia gli organi interni sono già tutti nella giusta posizione, eccetto quelli riproduttivi.  Al termine del secondo mese, il cuore ha cominciato a pompare vigorosamente il sangue dato che, finalmente, ha sviluppato le quattro cavità. Ora è come un cuore adulto, con due atri e due ventricoli, anche se di dimensioni piccolissime.  A questo punto il sacco vitellino – che per otto settimane ha nutrito il piccolino – diventa inutile e superfluo. La funzione nutritiva da qui, fino alla nascita, verrà assolta dalla placenta. Oltre a permettere il passaggio del sangue ricco di nutrimento, dalla madre al cordone ombelicale, la placenta funge anche da filtro. Tutto ciò di cui il feto non ha bisogno viene fatto defluire nel sangue della madre, come vengono filtrate le sostanze dannose presenti nel sangue di lei prima che arrivino al piccolo. Tuttavia la placenta non è in grado di filtrare farmaci, alcol e nicotina. Questi, se presenti, entrano nella circolazione sanguigna anche del bimbo che si sta formando, interferendo negativamente nel suo sviluppo. Nel frattempo i test di gravidanza delle mamme di quel miliardo di piccoli d’uomo, hanno dato tutti esito positivo e tutte hanno – chi prima chi poi; chi combattuta e chi invece convinta; chi pensando ad un grumo senza vita e chi invece consapevole trattasi di un figlio -, deciso per l’aborto, attivandosi di conseguenza.

Nona settimana di vita

All’inizio del terzo mese il piccolino non è più chiamato embrione, ma feto. Nulla di improvviso o di straordinario è accaduto tra l’ottava e la nona settimana, il nuovo nome vuole solo indicare che a questo punto egli presenta sembianze umane, con un aspetto nettamente definito ed il possesso di tutti gli abbozzi degli organi fondamentali.



Tutti gli organi e i tratti del feto si completeranno nel corso di questo terzo mese. La testa cresce dall’alto e la parte inferiore si allunga per formare il collo, mentre si sviluppa il mento. Il naso e l’orecchio esterno sono completamente formati e le dita delle mani e dei piedi diventano visibili, per quanto collegate tra di loro da una specie di membrana.  Tra la nona e la decima settimana nei genitali maschili si sviluppa il glande e in quelli femminili si presenta l’abbozzo dell’utero. Le gemme dentali si tramutano nei primi abbozzi di denti. Nel pancreas si formano le strutture preposte alla produzione di insulina. Le anse intestinali sono ormai rientrate nella cavità addominale ed è scomparsa l’ernia ombelicale fisiologica. Si formano anche il fegato, i reni e lo stomaco (grande quanto un chicco di riso). Il feto è lungo dai 5 ai 7 cm. e pesa in media 14 grammi.  Il bimbo continua a crescere e mentre si avvia alla sua dodicesima settimana di sviluppo inizia anche a fare le smorfie e a muovere tutte le parti del corpo, al fine di sviluppare i muscoli e irrobustire le articolazioni. La frequenza cardiaca aumenta ancora un po’, fino ad un massimo di 157 battiti al minuto. Questo sarà anche il valore più alto in assoluto raggiungibile. Dopo questo picco il battito inizierà a rallentare ed il cuore passerà sotto il controllo del cervello che inizierà a controllare anche il resto del corpo.

Dodicesima settimana di vita (84 giorni)

I genitali esterni si differenziano definitivamente. La vescica e l’uretra sono ben sviluppati e inizia a funzionare la tiroide. Alla fine del primo trimestre iniziano a crescere anche le unghie.  A dodici settimane è già possibile registrare la presenza di una modesta attività elettrica cerebrale, sintomo della progressiva maturazione del cervello che aveva avuto inizio, dopo la chiusura della “doccia neurale”, verso la quinta settimana di vita.



In questo periodo il bimbo inizia anche a mettersi il pollice in bocca e a sviluppare la preferenza per la mano destra o sinistra. È lungo circa 8 cm. e pesa in media 60 grammi ma, da adesso in poi, crescerà molto velocemente…

E invece no... Stop, fine… buio…

E invece no. Per la maggior parte di quel miliardo di nostri figli e non grumi – ora ne abbiamo una limpida ed esaustiva certezza – la vita si è interrotta qui. Non possiamo, allora, proseguire con le immagini che ci mostrino lo sviluppo nei mesi successivi, poiché questo non c’è stato, non è mai avvenuto, fermato, interrotto per sempre, da quei genitori che prima li hanno generati e poi hanno voltato loro le spalle. E allora è proprio meglio non mostrarle queste fotografie orribili ma drammaticamente reali. Chi vuole, del resto, le può trovare senza problemi in internet. Basta digitare “aborto” in un qualsiasi motore di ricerca per trovarsi di fronte a centinaia di immagini crude e crudeli, nonché di qualche filmato molto eloquente.  Immagini vere di pezzi di bambino insanguinati, altro che grumi! Qua un piccolo braccio con la sua manina. Più in là, tra la mescolanza di fluidi e tessuti, spunta un piedino. Poco distante ecco la testa… anzi no, pezzi di testa, giacché questa deve essere prima spezzettata per essere estratta più agevolmente… un orrore senza fine.  A questo stadio dello sviluppo, al centro della scena, c’è una asettica sala operatoria o ambulatorio, e poi cannule aspiranti, pompe, cucchiai e pinze. In tempi recenti la sala operatoria è stata sostituita da una semplice pillola abbinata al bagno di casa propria, o a quello dell’ufficio, o a qualsiasi altro luogo in solitaria.  Più di un miliardo di piccoli d’uomo sono stati cancellati usando una buona dose di cinismo seriale, nonché di crudele fantasia. Molti sono stati aspirati fuori dall’utero della madre con apposite cannule connesse a una pompa aspirante, introdotte attraverso il canale cervicale, mediante una tecnica detta “isterosuzione”. Molti altri sono stati raschiati via a pezzi “svuotando” la cavità uterina mediante l’utilizzo di un particolare cucchiaio metallico, chiamato curette a cui, all’occorrenza, può essere abbinato l’utilizzo del forcipe, in un procedimento detto “dilatazione ed evacuazione”.




I progressi “farmacologici” permettono oggi di evitare attrezzi chirurgici e lettino d’ospedale, ingurgitando una “pilloletta” efficace entro la 7°settimana di gravidanza (49° giorno dall’ultimo ciclo mestruale), accedendo all’aborto chimico mediante assunzione della fantasmagorica RU486.  Un preparato velenoso che, entrando in competizione con l’ormone chiave della gravidanza, il progesterone, lo blocca e ne prende il posto sostituendosi ad esso. Il risultato è la morte lenta del figlio in pancia per mancanza di nutrimento, finché non si distacca dall’utero ed è espulso fuori. E così le donne moderne, e pienamente emancipate, attive protagoniste del proprio aborto, possono verificarne il buon esito controllando nell’assorbente, in assoluta riservatezza e libertà, l’espulsione del feto morto.  Altri appartenenti a quel nostro miliardo di figli mancanti all’appello, sono stati abortiti anche in periodi successivi ai tre mesi di vita. Del resto ciò è consentito dalla legge e, quindi, perché non coglierne l’opportunità? In Italia, ad esempio, la legge 194 consente l’aborto anche oltre i 90 giorni quando siano accertate “anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna” (art. 6). In questo caso si parla di “aborto tardivo”. Un metodo che si utilizza alla 16° settimana è quello che causa l’avvelenamento del bimbo, mediante una “infusione salina”. Attraverso un ago introdotto nel sacco amniotico, passando attraverso l’addome della madre, viene estratta una piccola quantità di liquido amniotico e immesso, al suo posto, una soluzione salina molto concentrata, che il feto respira e inghiotte. L’effetto corrosivo dei sali può anche bruciare e asportare il delicato strato esterno della pelle del bambino. Durante le 24 ore successive, mentre il figlio lentamente si avvelena, si dibatte e ha le convulsioni, la madre entra in travaglio ed espelle il bambino morto.  Un’altra forma di aborto tardivo è l’isterotomia, consistente in un intervento chirurgico come si trattasse di un taglio cesareo, con l’unica differenza che – visto che il bimbo non è ancora giunto a completa maturazione -, l’incisione dell’addome sarà molto più piccola. Feto e placenta possono quindi essere agilmente estratti.  E per finire, tra tutti quei bambini “scomparsi” ci sono anche quelli che sono stati uccisi con un aborto molto tardivo, cioè verso l’ottavo o nono mese di gravidanza, anche se in questo caso più che a un’interruzione di gravidanza sembra di trovarsi di fronte a un infanticidio. Per aborti molto tardivi, fino al 2003, è stata applicata in America una pratica veramente crudele. Qui l’uomo ha veramente superato se stesso in quanto a fantasia creativa cinica e luciferina. Ecco di che cosa si tratta. In un primo tempo il ginecologo si premura di porre il feto in posizione podalica poi, con una pinza, gli afferra i piedi e li porta fuori dall’utero, provocando così il parto. Successivamente tutto il bimbo viene estratto, ad eccezione della testa, che rimane dentro la madre. A questo punto, con delle forbici, procede ad eseguire un’incisione sulla base del cranio attraverso la quale verrà introdotto un catetere. Dal tubicino verrà quindi aspirato tutto il cervello del bimbo, nonché il restante contenuto della scatola cranica. La testa, così svuotata, sarà infine estratta.  In America questa tecnica è stata abolita il 2 novembre 2003 tuttavia in altri Stati, come ad esempio in Cina, pratiche abortive di analoga crudeltà, sono tuttora regolarmente utilizzate.  Il fatto stesso di considerare l’embrione un “grumo di cellule” senza vita, lascia fuori tutta quella che è la tematica della sofferenza del feto, per cui gli aborti sono praticati senza alcuna analgesia, nonostante sia ampiamente dimostrato come il feto sia in grado di provare dolore.  È sempre il prof. Noia ad evidenziare questo aspetto nel suo articolo (ibid): “Si può dimostrare che il feto, una volta acquisiti i recettori cutanei per la sensibilità nocicettiva (dolorifica) e possedendo già da 8 settimane le terminazioni nervose […] che portano la percezione del dolore sino al talamo, senta il dolore fisico come ampiamente dimostrato dal prof. Hanand e dagli studi nei feti prematuri”. Quindi, già “dopo la 15° settimana di vita il feto possiede tutti gli elementi anatomici-fisiologici e centrali non solo per sentire il dolore, ma anche per sentirlo in maniera fortemente amplificata, non possedendo fino a 27 settimane pain modification system (sistema di modificazione del dolore), che permette di modulare la sensazione nocicettiva”.  Ne consegue che, durante tutti quegli aborti tardivi effettuati oltre la 16° settimana il feto muore, non solo provando dolore, ma percependolo “con una sensibilità dolorosa dieci volte superiore”. Analisi cliniche hanno mostrato come “un insulto invasivo che oltrepassi la cute fetale, crei nel feto una brusca immissione di ormoni (endorfine, catecolammine, cortisolo) nel torrente circolatorio come risposta allo stress doloroso e sul piano vascolare una vasodilatazione a livello cerebrale”.  A seguito di queste evidenze, quando è stato suggerito, a quei medici che praticano aborti tardivi, di effettuare analgesie ai feti, alcuni di essi hanno immediatamente protestato contestando la proposta. Eppure – ci ricorda Giuseppe Noia – agli animali usati per le sperimentazioni “che poi vengono sacrificati, si effettua una analgesia per evitare il dolore. Perché allora il cucciolo dell’uomo dovrebbe essere trattato diversamente dagli animali?”. Chissà perché, la risposta è fin troppo ovvia. Dopotutto un topolino da laboratorio è pur sempre qualcosa: è un topo; l’embrione invece è un grumo senza vita, è un niente, e il niente è certamente molto meno di un sorcio qualsiasi.  Che il bambino si renda conto che qualcosa gli stia accadendo quando l’aborto inizia, è stato documentato nel 1984 da Bernard Nathanson, medico abortista americano e poi convinto pro-life, in quello che è diventato il noto documentario The Silent Scream (“L’urlo silenzioso”):





L'urlo silenzioso
di Mattia Signaroldi

In esso viene mostrato un aborto in diretta di un feto di 12 settimane, ripreso durante l’ecografia. Nel filmato si vede chiaramente come, dal momento in cui la cannula aspirante fa il suo ingresso in utero, il bambino inizi ad agitarsi, a contrarsi, a ritrarsi. Mentre la cannula si muove freneticamente per individuarlo, lui sente di essere aggredito e si muove in modo spasmodico, vorrebbe fuggire e spalanca la bocca, come ad emettere un grido, di qui il titolo del documentario. Poi l’aspiratore rompe il sacco amniotico e, dopo aver fatto presa sul piccolino, lo risucchia verso il basso e gli strappa il corpo dalla testa… in quello che è un normale aborto di routine, consentito dalla legge, entro i primi 90 giorni di gravidanza. Eppure, neanche un documento così evidente e reale, nonché le centinaia di immagini visibili in internet, dove è possibile constatare con i propri occhi ciò che accade durante un’interruzione volontaria di gravidanza, possono essere in grado di togliere quella cataratta di ideologia a chi si ostini a non voler vedere. A chi ritiene che l’aborto sia un diritto da difendere e lo spezzettare i propri figli nel grembo materno, una conquista della modernità. A chi pensa che il figlio in utero sia un aggregato insignificante di cellule, o un’appendice della madre e quindi, come tale, che spetti a lei decidere cosa farne, come fosse sua proprietà esclusiva. Semplicemente un niente, qualcosa che non esiste, giusto un po’ di materia amorfa, un amalgama indefinita di cellule, liquidi e sangue da gettare nella spazzatura… o da smaltire tra i “rifiuti speciali” ospedalieri. In appena trent’anni sono stati prodotti più di un miliardo di questi “rifiuti speciali”: un genocidio che non ha eguali nella Storia, da lasciare atterriti!

… e stelle

Siamo giunti alla fine di questo viaggio che ci ha mostrato fino a quali profondità di male uomini e donne siano capaci di precipitare. Ora, dal fondo di questo abisso, di questo pozzo buio, volgiamo lo sguardo in alto, su al cielo, con la certezza che il Dio al quale persino il numero dei nostri capelli è noto, li ha ora tutti con sé, quel miliardo e più di piccoli angioletti, che nemmeno uno di essi è andato perduto.  Alziamo gli occhi lassù, tra le stelle, sicuri che la silenziosa strage non resterà impunita perché ad ognuno di quegli innocenti sarà resa giustizia. E qui saranno molti quelli chiamati a rispondere perché, come ricorda Giovanni Paolo II (Evangelium Vitae, n. 59) la colpa non ricade solo sulla madre che ha detto no.



Colpevoli saranno anche i padri che hanno spinto all’aborto, o se ne sono infischiati lasciando sola la donna. Grave responsabilità morale ricadrà anche su familiari e amici che direttamente o indirettamente hanno spinto all’aborto con pressioni psicologiche o negando il proprio sostegno all’accoglienza quando avrebbero potuto darlo. Colpevoli saranno considerati pure i medici e il personale sanitario che ha materialmente eseguito, rinnegando così la propria vocazione e missione di curare e promuovere la vita.  La responsabilità coinvolgerà anche i legislatori “che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, [anche] gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti”. Una responsabilità altrettanto grave riguarderà “quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare – e non l’hanno fatto – valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie”. Infine, anche le grandi reti complici saranno chiamate a rispondere, ovvero quelle “istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell’aborto nel mondo”. Come si vede, la responsabilità va ben oltre la personale autodeterminazione femminile. Quando tutti quanti ci troveremo di fronte a Dio per il giudizio personale (subito dopo la morte) e poi per quello universale e definitivo (al tempo escatologico), ci saranno parecchie sorprese.  Anzi, a proposito di colpa, è proprio alle donne che hanno abortito che il Papa rivolge uno speciale pensiero e un’esortazione a non perdere la speranza, perché il Dio che è perfettamente giusto è anche perfettamente misericordioso, come mostra il padre della parabola del figliol prodigo. Dio Padre non rifiuta il perdono a chi è sinceramente pentito. Un perdono, il Suo, che cura e risana la ferita nel cuore provocata dall’aborto e che restituisce veramente la pace.  Così scrive Giovanni Paolo II (n. 99): “Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino. Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita. Attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature ed esercitato con l’accoglienza e l’attenzione verso chi è più bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell’uomo”.  Con queste parole di speranza concludiamo il nostro viaggio. Un cammino che ci ha precipitato giù a terra, lì dove gli uomini e le donne del nostro secolo hanno decisamente toccato il fondo, laggiù in fondo all’abisso dove il male ha vinto e il bene è stato sconfitto. Tuttavia la speranza non è vinta, quella speranza e consapevolezza che anche dal peggiore dei mali il bene possa risorgere più forte che mai, così che – come scrive il Papa -, dal dolore e dalla “sofferta testimonianza” per l’aborto volontario, possa rinascere la più eloquente difesa della vita.  Perché ciò accada è necessario che si ricominci a chiamare le cose con il loro nome. La strage degli innocenti (o il genocidio, come dice Socci) è avvenuta perché a quei piccoli d’uomo è stata tolta la dignità di figli, perché la menzogna ha prevalso sulla ragione. E allora con lo sguardo rivolto al cielo e al Dio che sa scrivere dritto anche sulle righe storte, chiediamo di darci passione e amore per la verità, chiediamo aiuto e forza per affermare la verità, affinché il vero possa tornare e risplendere. Un ultimo pensiero riserviamo a quei figli, a quel miliardo di piccoli angioletti affinché – come le stelle rendono luminosa la notte più buia – anch’essi, con il loro sacrificio, possano illuminare di nuova consapevolezza gli uomini e le donne di questo tempo. Di modo che l’immane strage possa essere fermata e la scia di dolore che si porta appresso, quel dolore che dal cuore delle donne si è riversato e sparpagliato nel mondo, si tramuti da adesso in poi in un grande “sì”: sì al bene, sì alla verità, sì alla vita.

Questo articolo è tratto dal libro di Lorenza Perfori: