giovedì 16 febbraio 2017

Sembra che tutto vada contro la ragione





Le cronache dalla Chiesa ultimamente si fanno sempre più confuse, ho già riportato nei Post precedenti le sensazioni che si provano a leggere di tutto e di più sulla Chiesa, sul Papa e sulla nostra Fede messa a grandissima prova. Se dovessi trascrivere tutte le notizie che arrivano, questo piccolo e modesto Blog dovrebbe trasformarsi in una corazzata mediatica per reggerne l'urto, ma resta sempre un piccolo e modesto Blog senza tante pretese, ma pur tuttavia con la pretesa di pubblicare ogni tanto qualche articolo interessante; dall'ultimo Post che ho pubblicato, ho tenuto da parte qualche articolo che ritenevo valido, poi mi è capitato di leggere questo e lo voglio riproporre per chi magari se lo è perso nascosto nel mare di articoli che giornalmente ci inondano; quello che mi intriga di questo articolo è proprio il fatto che tutto sembri andare al contrario della ragionevolezza dell'uomo comune, e questa sensazione non credo che l'abbia avuta solo l'articolista ma sia molto, molto più diffusa.

Che cosa sta succedendo?

Non è un fenomeno solo italiano, ma europeo; e non solamente europeo, è un fenomeno mondiale. Dovunque si assiste al medesimo spettacolo: una intellighenzia che non rappresenta nessuno, se non se stessa, e, naturalmente, i propri privilegi; una classe dirigente che non lavora nell’interesse del proprio Paese, ma solo e unicamente per sé, al servizio di altri poteri, di regie occulte; perfino un clero che non lavora più per la Chiesa, né per la ragion d’essere della Chiesa, la salvezza delle anime, ma per diffondere una nuova versione della religione, e, nel frattempo, per distruggere tutto: dogmi, dottrina, magistero, pastorale, etica, tradizione, liturgia.

Che cosa sta dunque succedendo? Le persone comuni, anche di mediocre intelligenza, anche di nessuna cultura, incominciano a percepire un certo qual puzzo di bruciato: Palo VI diceva: il fumo di Satana è penetrato in Vaticano. C’è puzzo di tradimento; c’è aria di losche manovre, di accordi col nemico; i cittadini e i fedeli si sentono sempre più soli, sempre più abbandonati. Lo Stato e la Chiesa non li difendono più, non indicano più la via da seguire. C’è aria di smobilitazione, di rompete le righe, si salvi chi può e meglio che può. Tutto questo non è normale: qualcosa sta bollendo in pentola, qualcosa di torbido, di brutto, d’inconfessabile.

Qualcuno, più testardo, o più perspicace, o un po’ più folle, non si accontenta di annusare il puzzo di bruciato; vuol saperne di più, vuol cercare di capire; s’informa, approfondisce, mette in fila i dati, le cifre, le coincidenze; riflette. A tratti ha quasi le vertigini: gli sembra d’intravedere un disegno, un progetto, un piano smisurato, planetario, che parte da lontano e che, addirittura, si perde nei secoli passati, e si proietta nell’avvenire, senza fretta, con una metodicità disumana, con una pazienza veramente diabolica. Ma poi si ritrae sbigottito, incredulo: si dice che no, non può essere, cose simili non sono di questo mondo; teme di esser diventato paranoico, di aver perso il contatto con la realtà; si domanda che penserebbero, cosa direbbero di lui, se parlasse apertamente dei suoi sospetti, delle sue intuizioni. Soros, Obama, Hillary Clinton; la grande finanza, le grandi banche americane, il gruppo Bilderberg; e poi, ancora, i servizi segreti di qua e di là dell’Atlantico, la Siria, l’Isis, Putin, Erdogan, Netanyahu. Ma sì, tutto torna, i pezzi del mosaico combaciano, però è incredibile… No, è meglio non dire, non parlare a nessuno: direbbero che questo è complottismo, che sono teorie campate per aria, leggende metropolitane.

Eppure…

Una cosa è certa: non si era mai verificato, nella storia, un tale scollamento fra ciò che fanno gli uomini politici, o, per dir meglio, tra ciò che non stanno facendo, ostinatamente, inspiegabilmente, pervicacemente, e ciò che i popoli attendono, desiderano, sperano; non era mai accaduto che in maniera così palese, così stridente, perfino così sfacciata, chi sta al potere lo eserciti in maniera tanto difforme da quello che è, secondo ogni evidenza, l’interesse nazionale, il bene pubblico, nonché il semplice buon senso dell’uomo della strada. Le persone qualsiasi vedono e capiscono che bisognerebbe dirigere in tutt’altra direzione le leve della politica; che i governi dovrebbero occuparsi di ben altre cose, e in tutt’altro modo: che, per esempio, invece di tenere impegnate le aule dei parlamenti, e paralizzata la vita delle rispettive nazioni, intorno a disegni di legge il cui scopo è dare sempre più diritti a delle minoranze estreme ed estremiste, come il fatto di riconoscere i cosiddetti matrimoni omosessuali e il diritto di tali coppie di adottare bambini, o di ottenerli con la fecondazione eterologa, o con la pratica pura e semplice dell’utero in affitto, dovrebbero varare nuove leggi miranti a proteggere i confini delle rispettive nazioni, a impedire la graduale, inarrestabile invasione da parte di masse strabocchevoli d’individui i quali, per cultura, religione, mentalità, storia, tradizione, non desiderano affatto integrarsi nei Paesi occidentali, dai quali pretendono di essere ospitati, mantenuti, accolti, e infine proclamati cittadini, ma che, tutto al contrario, nutrono il disegno, neanche tanto dissimulato, di conquistare gradualmente il controllo della situazione, di sommergere gli abitanti sotto il peso della loro crescita demografica, di introdurre in Occidente le leggi, gli usi, le tradizioni di provenienza, ossia l’islam, e non necessariamente quello (se pure esiste) cosiddetto moderato, ma forse quell’altro, quello che fa tanta paura ma che sembra una cosa remota, quasi irreale: quello che distrugge le sculture antiche, le opere d’arte, quello che proibisce alle donne di guidare l’automobile e che condanna a morte chi offende anche solo minimamente, anche solo involontariamente, il Corano. Quello che tentò di conquistare l’Europa nel corso dei secoli, ma che sempre venne fermato e respinto con le armi, a Lepanto, sotto le mura di Vienna; e che ora, rinunciando a ritentare la prova delle armi (ma non all’arma insidiosa del terrorismo), si ripromette una più facile e sicura conquista mediante la fertilità delle sue donne, e sfruttando le leggi degli Stati laici occidentali, elargitrici di diritti a tutte le minoranze, a tutti gli “oppressi”, a tutti i profughi di questo mondo, veri o falsi che siano; diritti che equivalgono, sovente, ad altrettante mortificazioni, ad altrettante privazioni della giustizia nei confronti dei cittadini veri, dei residenti, di coloro che questa società l’hanno costruita, l’hanno alimentata con il loro lavoro, con la loro intelligenza, con i loro sacrifici, e che l’hanno difesa, con tutta la loro passione, qualche volta con il loro sangue.

E adesso si assiste allo spettacolo incredibile, inaudito, di parlamenti che pensano sempre al bene delle minoranze aggressive, degli stranieri clandestini, di quanti odiano e disprezzano i valori sui quali si fonda la nostra idea di convivenza e di bene comune, e molto, ma molto meno, al bene dei propri concittadini, ai più deboli, ai pensionati, a quelli che hanno perso il lavoro, ai giovani che un lavoro non l’hanno mai avuto, né hanno alcuna speranza di trovarlo, con tutte le loro lauree, le loro competenze, la loro buona volontà; e allo spettacolo, non meno sconcertante, di una magistratura che è sempre dalla parte dei violatori dell’ordine e della legge, degli spacciatori, dei rapinatori e degli stupratori, e che, per essi, invoca sempre le circostanze attenuanti, il minimo della pena, e, non di rado, neppure quello; e allo spettacolo di una stampa, di una televisione, di una informazione che non raccontano i fatti secondo verità, che non dicono quel che davvero sta accadendo, che barano sui fatti e perfino sulle parole, che s’inventano cose che non esistono, che parlano di profughi quando dovrebbero parlare d’invasori, che parlano di disagio sociale quando dovrebbero parlare di criminalità, che parlano di diritti quando dovrebbe parlare di doveri.

E poi si vede che i parlamenti, la magistratura, i giornalisti, usano un altro peso e un’altra misura quando si tratta dei cittadini veri, degli europei, di quelli che rispettano la legge, che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo, che non fanno del male ad alcuno, ma il male lo subiscono continuamente, le cui case vengono rapinate, i cui negozi vengono svaligiati, gli anziani derubati dello stipendio, derubati della borsa o del portafoglio quando vanno a fare la spesa, truffati in casa loro da delinquenti specializzati nel farsi passare per impiegati pubblici, per operai, per assistenti sociali, e invece sono solo degli squallidi criminali che si approfittano dei più indifesi, che li provano dei risparmi di una vita. E tutto questo avviene senza che l’intellighenzia ne parli, anzi, basta accendere la televisione e vedere di che cosa si parla e si sproloquia nelle tavole rotonde, nei dibattiti in prima e seconda serata, nelle interviste e nei collegamenti dallo studio con il politico tale e con il famoso filosofo talaltro: si parla di tutt’altro, di aria fritta, di niente, come se i problemi reali non esistessero, come se i cittadini non vivessero nell’angoscia e nella paura, come se non fossero la carne da macello delle banche, degli speculatori, delle multinazionali, che dettano le regole, decidono la sorte di milioni di persone, frodano il fisco per milioni di euro, mentre il semplice cittadino, per una elusione di pochi spiccioli, subisce multe pesantissime, stangate memorabili, che metterebbero a terra chiunque, figuriamoci un piccolo commerciante che già sta annaspando, un piccolo impresario che non sa più a che santo votarsi per ottenere un po’ di ossigeno dalle banche, o i pagamenti dovuti dallo stato, e intanto non sa come fare per pagare i propri operai, si vergogna, e qualche volta decide di togliersi la vita, così, per il disonore e la disperazione. Ma i giornali e i telegiornali raccontano tutta un’altra storia; non parlano dello stillicidio quotidiano della criminalità ordinaria, non raccontano l’esasperazione dei cittadini, se non quando si tratta di metterli in cattiva luce, di farli passare per razzisti, per xenofobi, per egoisti, immemori del loro passato di emigranti o di figli e nipoti di emigranti. Soprattutto, non raccontano le loro ragioni: non rendono servizio alla verità e non esitano a denigrare quei cittadini dalle cui tasche, dopotutto, arrivano i loro stipendi, pur di difendere, scusare e assolvere da ogni addebito i nuovi barbari, calati sulle nostre città e sui nostri paesi per metterli a sacco, lentamente e metodicamente: barbari che vengono dal di fuori e barbari che vengono da dentro. Fatto sta che la comprensione è sempre per loro; la disapprovazione, è sempre per chi subisce le loro violenze.

Sorge perciò, inevitabile, la domanda: come mai?

Come è possibile una situazione di questo tipo; una situazione, ripetiamo, che ha ormai le dimensioni planetarie della stessa globalizzazione? Che cosa sta succedendo dietro le quinte dei palazzi della finanza e della politica, delle redazioni dei giornali e delle reti televisive, delle grandi case editrici e delle facoltà universitarie, dove zelanti professori insegnano un nuovo razzismo alla rovescia, insegnano ai giovani studenti il disprezzo della propria identità, della propria tradizione, della propria fede religiosa, nello stesso tempo in cui innalzano fino alle stelle le altre identità, le altre tradizioni, le altre fedi? E che cosa sta succedendo all’ombra dei sacri palazzi, del Vaticano, e delle curie vescovili e arcivescovi, dove un clero sempre più permeato di modernismo e di progressismo sta letteralmente svendendo secoli di dottrina cattolica, sta facendo polpette della morale cattolica, sta demolendo con scientifica metodicità la tradizione cattolica, per sostituirle con una nuova religione gnostica e sincretista, basata sul relativismo più spinto, dove dio è un concetto ormai vuoto e impersonale, e dove non ci sono più verità, né dogmi, né rivelazione, e tanto meno peccati, o vita soprannaturale; ma dove tutto è come pare e piace al singolo sacerdote, al singolo fedele, a suo giudizio personale, così, senza tante cerimonie, ciascuno a suo modo, come direbbe Pirandello?

Che cosa si deve pensare di un papa che ogni giorno attacca i cattolici, li maltratta, li deride, li umilia, li sbeffeggia, li turba nelle loro più profonde convinzioni, e ogni giorno parla bene di tutti gli altri; che non ha mai nominato una volta, si badi bene, non ha mai nominato una sola volta il terrorismo islamico, chiamandolo per nome; anzi, che la sola volta in cui l‘ha fatto, lo ha fatto per istituire un assurdo paragone con quei mariti che, nella nostra società, commettono violenze familiari, contro le mogli o le suocere, come se i due fenomeni stessero sullo stesso piano, come se avessero una stessa radice? Come se il prete cattolico sgozzato in chiesa dai fanatici dell’islam fosse stato ucciso per le stesse ragioni che spingono un marito, pazzo di gelosia, ad alzare la mano contro la moglie infedele, o magari supposta tale? Cosa si deve pensare di un papa che, in pratica, e attraverso complicati giri di parole, degni di un Azzeccagarbugli, mette in forse l’indissolubilità del matrimonio, proponendo una sorta di amnistia o di condono generale per i divorziati risposati che vogliono fare la Comunione, e che non risponde nemmeno alle legittime domande di quattro suoi cardinali, i quali, a nome di tantissimi fedeli, vorrebbero sapere se la Confessione, la Comunione e il Matrimonio sono ancora dei Sacramenti, e, se sì, se devono ancora essere vissuti nel pieno rispetto della morale cattolica, quale è sempre stata insegnata, almeno fino a ieri, dal Magistero della Chiesa, e quale risulta chiaramente anche dalle parole di Gesù nel Vangelo: L’uomo non separi ciò che Dio ha unito? Che dire di un papa che si comporta così dopo essere salito al soglio di san Pietro per prendere il posto di un altro papa, ancora vivente,  il quale ha misteriosamente, inspiegabilmente rinunciato alla sua sacra funzione, e si è ritirato, senza dare una parola di spiegazione; una papa che, al momento della sua elezione, aveva così apostrofato i fedeli: Pregate per me, perché io non prenda paura e non fugga davanti ai lupi? Ma poi è fuggito, e tutti lo hanno visto; e i lupi, evidentemente, c’erano, ed egli sapeva che c’erano: ebbene, come si spiega il silenzio della stampa, l’oblio repentino degli stessi fedeli, la smemoratezza di migliaia di sacerdoti e di centinaia di vescovi, davanti a un fatto così clamoroso, così inaudito: quello di un papa che abdica nel bel mezzo del suo pontificato, senza dire perché, soltanto adducendo generiche ragioni di salute e di stanchezza?

No, tutto ciò non è affatto normale. Non è normale che accada una cosa del genere, e non è normale il comportamento dei media. Soprattutto, non è normale che la gente non si faccia domande; o che, se pure se le fa, non pretenda delle risposte. È come se l’opinione pubblica fosse narcotizzata, ipnotizzata. E intanto, ai posti di comando, spadroneggiano gli abusivi, i rinnegati e i traditori…



Francesco Lamendola -  Fonte




lunedì 6 febbraio 2017

Nella Chiesa, discernere tra fake news e post-verità, la Verità


Motus in fine velocior, questo detto latino ritorna sempre più spesso negli accadimenti che riguardano la Chiesa Cattolica, sembra infatti che notizie e fatti si susseguano in maniera sempre più rapida e chi vuole seguire tutti questi eventi, si ritrova sommerso da una valanga di  articoli, notizie, opinioni e quant'altro possa venire utile allo scopo di...  creare confusione, sconcerto, incertezza riguardo a fede e morale;  quello che fino a ieri era certo ora non lo è più, molti si chiedono se la Chiesa sia cambiata, se la dottrina sia cambiata, o cos'altro stia succedendo; a queste domande la Chiesa non risponde più in modo univoco e si sentono Vescovi affermare certe cose e altri Vescovi ribattere affermando il contrario, non è solo relativismo è proprio caos, caos dottrinale, di insegnamento, di fede, di ragione e in definitiva umano, un tutti contro tutti che sgomenta; allora si cerca una bussola, si cerca un aiuto per capire, per discernere tra fake news e post-verità; tornano utili allora tutti quei siti di informazione (ma anche blogger) che riprendendo le notizie e arricchendole di commenti e opinioni, possono permettere di arrivare a estrapolarne l'intrinseca verità. Tra i tanti in circolazione, ho trovato un sito su cui scrive un articolista-opinionista, che scrivendo su temi di Chiesa, fede e morale cristiana (scrive anche su altri temi), ha attirato la mia attenzione poiché trovo i suoi articoli interessanti e anche provocatori, qualche suo articolo lo avevo già pubblicato su questo blog, ma ultimamente se dovessi pubblicare tutti gli articoli che scrive e che ritengo interessanti (per il tema e i contenuti) sarei in imbarazzo, dovendo sceglierne qualcuno e scartarne qualcun altro; allora preferisco elencare i suoi articoli del mese trascorso lasciando a chi legge la curiosità di cliccare il link che più incuriosisce.



















sabato 4 febbraio 2017

L'angolo della Fede - Portare a Dio doni preziosi




Presto che è tardi! Sono in ritardo con la pubblicazione delle omelie, che periodicamente aggiungo e che avevo tenuto da parte per farle ascoltare, ma ecco che ora provvedo a recuperare il tempo perso; sono sempre omelie di padre Giorgio Maria che riprendo dal suo sito, ma che aggiungo qui per meglio diffondere la sana dottrina, per una fruizione più immediata e anche perché sono scelte, a mio giudizio, per la loro profondità, sono cioè tutte da ascoltare con attenzione.



Il 1° contributo audio si intitola: 

La vera preghiera O Dio, abbi pieta di me peccatore





Il 2° contributo audio si intitola

La buona pedagogia di Dio



Il 3° contributo audio si intitola

Commemorazione di tutti i fedeli defunti



Il 4° contributo audio si intitola

L 'amore deve essere normato (regolato)



Il 5° contributo audio si intitola

Portare a Dio doni preziosi



Il 6° contributo audio si intitola

Solo Gesù dimentica davvero


sabato 28 gennaio 2017

Filobergogliani (guelfi) e antibergogliani (ghibellini)


La Chiesa, la Fede e questo Papa sono al centro di tutti gli articoli dei vari siti che si rifanno appunto al cristianesimo; il Papa con i suoi atti e le sue parole sta veramente concentrando l'attenzione del mondo, quello cattolico e quello anticattolico. Non è possibile stare dietro a tutte le notizie che imperversano sul web, ma è però facile capire che si è formato un dualismo rispetto alle opinioni che vengono pubblicate, articoli con opinioni probergoglio e antibergoglio; attenzione non sto dicendo che si siano formate delle fazioni pro e contro il Papa in "Sé come istituzione" (il papato non si tocca) ma al centro c'è proprio l'uomo Bergoglio: sembra di ritornare a  una sorta di divisione guelfi-ghibellini, con la differenza che la divisione non è tra filopapali (guelfi) e filoimperiali (ghibellini), ma tra filobergogliani (guelfi) e antibergogliani (ghibellini); tra le schiere guelfe possiamo sorprendentemente trovare le quinte colonne del mondo anticristiano (Scalfari, Pannella Ω e Bonino, Clinton e Castro Ω) mentre tra le schiere  ghibelline iniziano ad accorrere personaggi un tempo solidamente papisti a dare battaglia nella guerra mediatica scatenatasi. La fazione ghibellina, è in netta minoranza rispetto alla potenza mediatica guelfa composta dalle corazzate bergogliane con in testa Avvenire e Vatican Insider. Proverò io a soccorrere i più deboli (aiuto sempre i più deboli, è un atto di misericordia...) mettendo qualche link ad articoli che pongono dei "dubia" a questa situazione che si è creata nella Chiesa.










giovedì 19 gennaio 2017

L'angolo della Fede - La parola di Verità



Oggi, per chi si trovasse a leggere questa pagina, voglio proporre alcuni brevi contributi audio, sono come spesso faccio, delle omelie, in questo caso (tutte) di padre Giorgio Maria Farè, sono omelie rintracciabili qui, ma volentieri le rilancio essendo, come tutti potranno verificare, parole di sana e piena dottrina cattolica.




Il 1° contributo audio si intitola: 

La presenza reale di Gesù



Il 2° contributo audio si intitola
San Pio da Pietrelcina



Il 3° contributo audio si intitola
Timeo Christum transeunte



Il 4° contributo audio si intitola
Perdere tutto ma non Gesù



Il 5° contributo audio si intitola
Prigionieri a motivo del Signore




domenica 15 gennaio 2017

Dubia? Motus in fine velocior!



Anche oggi il grande tema che riguarda la relazione tra Chiesa e Verità, passa per i "Dubia" che da troppo tempo sono la pietra d'inciampo che la gerarchia della Chiesa, Papa e Vescovi non si decidono a "chiarire" le domande poste nei "Dubia" e quale interpretazione dare per certa e vera affinché i fedeli non rimangano scandalizzati e smarriti per la grande confusione che ne deriva e per il bene dei fedeli e della Chiesa stessa. Anche oggi un articolo scritto da Matteo Matzuzzi per Il Foglio può venirci incontro per cercare di chiarire i dubbi che rendono sempre più confuso il nostro "essere" nella Chiesa e con la Chiesa.



I doveri obbligano



“Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione”. 

Intervista al cardinale Carlo Caffarra

“La divisione tra pastori è la causa della lettera che abbiamo spedito a Francesco. Non il suo effetto. Insulti e minacce di sanzioni canoniche sono cose indegne”. “Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante”.

Bologna – «Credo che vadano chiarite diverse cose. La lettera – e i dubia allegati – è stata lungamente riflettuta, per mesi, e lungamente discussa tra di noi. Per quanto mi riguarda, è stata anche lungamente pregata davanti al Santissimo Sacramento». Il cardinale Carlo Caffarra premette questo, prima di iniziare la lunga conversazione con Il Foglio sull’ormai celebre lettera “dei quattro cardinali” inviata al Papa per chiedergli chiarimenti in relazione all’Amoris laetitìa, l’esortazione che ha tirato le somme del doppio Sinodo sulla famiglia e che tanto dibattito – non sempre con garbo ed eleganza – ha scatenato dentro e fuori le mura vaticane. «Eravamo consapevoli che il gesto che stavamo compiendo era molto serio. Le nostre preoccupazioni erano due. La prima era di non scandalizzare i piccoli nella fede. Per noi pastori questo è un dovere fondamentale. La seconda preoccupazione era che nessuna persona, credente o non credente, potesse trovare nella lettera espressioni che anche lontanamente suonassero come una benché minima mancanza di rispetto verso il Papa. Il testo finale quindi è il frutto di parecchie revisioni: testi rivisti, rigettati, corretti».

Fatte queste premesse, Caffarra entra in materia. «Che cosa ci ha spinto a questo gesto? Una considerazione di carattere generale-strutturale e una di carattere contingente-congiunturale. Iniziamo dalla prima. Esiste per noi cardinali il dovere grave di consigliare il Papa nel governo della Chiesa. È un dovere, e i doveri obbligano. Di carattere più contingente, invece, vi è il fatto – che solo un cieco può negare – che nella Chiesa esiste una grande confusione, incertezza, insicurezza causate da alcuni paragrafi di Amoris laetitìa. In questi mesi sta accadendo che sulle stesse questioni fondamentali riguardanti l’economia sacramentale (matrimonio, confessione ed eucaristia) e la vita cristiana, alcuni vescovi hanno detto A, altri hanno detto il contrario di A. Con l’intenzione di interpretare bene gli stessi testi».

E «questo è un fatto, innegabile, perché i fatti sono testardi, come diceva David Hume. La via di uscita da questo “conflitto di interpretazioni” era il ricorso ai criteri interpretativi teologici fondamentali, usando i quali penso che si possa ragionevolmente mostrare che Amoris laetitìa non contraddice Famìliaris consortio. Personalmente, in incontri pubblici con laici e sacerdoti ho sempre seguito questa via». Non è bastato, osserva l’arcivescovo emerito di Bologna. «Ci siamo resi conto che questo modello epistemologico non era sufficiente. Il contrasto tra queste due interpretazioni continuava. C’era un solo modo per venirne a capo: chiedere all’autore del testo interpretato in due maniere contraddittorie qual è l’interpretazione giusta. Non c’è altra via. Si poneva, di seguito, il problema del modo con cui rivolgersi al Pontefice. Abbiamo scelto una via molto tradizionale nella Chiesa, i cosiddetti dubia». Perché? «Perché si trattava di uno strumento che, nel caso in cui secondo il suo sovrano giudizio il Santo Padre avesse voluto rispondere, non lo impegnava in risposte elaborate e lunghe. Doveva solo rispondere “Sì” o “No”. E rimandare, come spesso i Papi hanno fatto, ai provati autori (in gergo: probati auctores) o chiedere alla Dottrina della fede di emanare una dichiarazione congiunta con cui spiegare il Sì o il No. Ci sembrava la via più semplice. L’altra questione che si poneva era se farlo in privato o in pubblico. Abbiamo ragionato e convenuto che sarebbe stata una mancanza di rispetto rendere tutto pubblico fin da subito. Così si è fatto in modo privato, e solo quando abbiamo avuto la certezza che il Santo Padre non avrebbe risposto, abbiamo deciso di pubblicare».

È questo uno dei punti su cui maggiormente s’è discusso, con relative polemiche assortite. Da ultimo, è stato il cardinale Gerhard Ludwig Muller, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, a giudicare sbagliata la pubblicazione della lettera. Caffarra spiega: «Abbiamo interpretato il silenzio come autorizzazione a proseguire il confronto teologico. E, inoltre, il problema coinvolge così profondamente sia il magistero dei vescovi (che, non dimentichiamolo, lo esercitano non per delega del Papa ma in forza del sacramento che hanno ricevuto) sia la vita dei fedeli. Gli uni e gli altri hanno diritto di sapere. Molti fedeli e sacerdoti dicevano “ma voi cardinali in una situazione come questa avete l’obbligo di intervenire presso il Santo Padre. Altrimenti per che cosa esistete se non aiutate il Papa in questioni così gravi?”. Cominciava a farsi strada lo scandalo di molti fedeli, quasi che noi ci comportassimo come i cani che non abbaiano di cui parla il Profeta. Questo è quanto sta dietro a quelle due pagine».

Eppure le critiche sono piovute, anche da confratelli vescovi o monsignori di curia: «Alcune persone continuano a dire che noi non siamo docili al magistero del Papa. È falso e calunnioso. Proprio perché non vogliamo essere indocili abbiamo scritto al Papa. Io posso essere docile al magistero del Papa se so cosa il Papa insegna in materia di fede e di vita cristiana. Ma il problema è esattamente questo: che su dei punti fondamentali non si capisce bene che cosa il Papa insegna, come dimostra il conflitto di interpretazioni fra vescovi. Noi vogliamo essere docili al magistero del Papa, però il magistero del Papa deve essere chiaro. Nessuno di noi – dice l’arcivescovo emerito di Bologna – ha voluto “obbligare” il Santo Padre a rispondere: nella lettera abbiamo parlato di sovrano giudizio. Semplicemente e rispettosamente abbiamo fatto domande. Non meritano infine attenzione le accuse di voler dividere la Chiesa. La divisione, già esistente nella Chiesa, è la causa della lettera, non il suo effetto. Cose invece indegne dentro la Chiesa sono, in un contesto come questo soprattutto, gli insulti e le minacce di sanzioni canoniche».

Nella premessa alla lettera si constata «un grave smarrimento di molti fedeli e una grande confusione in merito a questioni assai importanti per la vita della Chiesa». In che cosa consistono, nello specifico, la confusione e lo smarrimento? Risponde Caffarra: «Ho ricevuto la lettera di un parroco che è una fotografia perfetta di ciò che sta accadendo. Mi scriveva: “Nella direzione spirituale e nella confessione non so più che cosa dire. Al penitente che mi dice: vivo a tutti gli effetti come marito con una donna che è divorziata e ora mi accosto all’Eucarestia, propongo un percorso, in ordine a correggere questa situazione. Ma il penitente mi ferma e risponde subito: guardi, padre, il Papa ha detto che posso ricevere l’eucaristia, senza il proposito di vivere in continenza. Io non ne posso più di questa situazione. La Chiesa mi può chiedere tutto, ma non di tradire la mia coscienza. E la mia coscienza fa obiezione a un supposto insegnamento pontificio di ammettere all’eucaristia, date certe circostanze, chi vive more uxorio senza essere sposato”. Così scriveva il parroco. La situazione di molti pastori d’anime, intendo soprattutto i parroci – osserva il cardinale – è questa: si ritrovano sulle spalle un peso che non sono in grado di portare. È a questo che penso quando parlo di grande smarrimento. E parlo dei parroci, ma molti fedeli restano ancor più smarriti. Stiamo parlando di questioni che non sono secondarie. Non si sta discutendo se il pesce rompe o non rompe l’astinenza. Si tratta di questioni gravissime per la vita della Chiesa e per la salvezza eterna dei fedeli. Non dimentichiamolo mai: questa è la legge suprema nella Chiesa, la salvezza eterna dei fedeli. Non altre preoccupazioni. Gesù ha fondato la sua Chiesa perché i fedeli abbiano la vita eterna, e l’abbiano in abbondanza».

La divisione cui si riferisce il cardinale Carlo Caffarra è originata innanzitutto dall’interpretazione dei paragrafi di Amoris laetitia che vanno dal numero 300 al 305. Per molti, compresi diversi vescovi, qui si trova la conferma di una svolta non solo pastorale bensì anche dottrinale. Altri, invece, che il tutto sia perfettamente inserito e in continuità con il magistero precedente. Come si esce da tale equivoco?
«Farei due premesse molto importanti. Pensare una prassi pastorale non fondata e radicata nella dottrina significa fondare e radicare la prassi pastorale sull’arbitrio. Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è una Chiesa più pastorale, ma è una Chiesa più ignorante. La Verità di cui noi parliamo non è una verità formale, ma una Verità che dona salvezza eterna: Veritas salutaris, in termini teologici. Mi spiego. Esiste una verità formale. Per esempio, voglio sapere se il fiume più lungo del mondo è il Rio delle Amazzoni o il Nilo. Risulta che è il Rio delle Amazzoni. Questa è una verità formale. Formale significa che questa conoscenza non ha nessuna relazione con il mio modo di essere libero. Anche se la risposta fosse stata il contrario, non sarebbe cambiato nulla sul mio modo di essere libero. Ma ci sono verità che io chiamo esistenziali. Se è vero – come Socrate aveva già insegnato – che è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che compierla, enuncio una verità che provoca la mia libertà ad agire in modo molto diverso che se fosse vero il contrario. Quando la Chiesa parla di verità – aggiunge – parla di verità del secondo tipo, la quale, se obbedita dalla libertà, genera la vera vita. Quando sento dire che è solo un cambiamento pastorale e non dottrinale, o si pensa che il comandamento che proibisce l’adulterio sia una legge puramente positiva che può essere cambiata (e penso che nessuna persona retta possa ritenere questo), oppure significa ammettere sì che il triangolo ha generalmente tre lati, ma che c’è la possibilità di costruirne uno con quattro lati. Cioè, dico una cosa assurda. Già i medievali, dopotutto, dicevano: theoria sine pratii, currus sine ati; pratis sine tìieoria, caecus in via».

La seconda premessa che l’arcivescovo di Bologna fa riguarda «il grande tema dell’evoluzione della dottrina, che ha sempre accompagnato il pensiero cristiano. E che sappiamo è stato ripreso in maniera splendida dal beato John Henry Newman. Se c’è un punto chiaro, è che non c’è evoluzione laddove c’è contraddizione. Se io dico che A è B e poi dico che A non è B, la seconda proposizione non sviluppa la prima ma la contraddice. Già Aristotele aveva giustamente insegnato che enunciare una proposizione universale affermativa (es. ogni adulterio è ingiusto) e allo stesso tempo una proposizione particolare negativa avente lo stesso soggetto e predicato (es. qualche adulterio non è ingiusto), non si fa un’eccezione alla prima. La si contraddice. Alla fine, se volessi definire la logica della vita cristiana, userei l’espressione di Kierkegaard: “Muoversi sempre, rimanendo sempre fermi nello stesso punto”». Il problema, aggiunge il porporato, «è di vedere se i famosi paragrafi nn. 300-305 di Amoris laetitia e la famosa nota n. 351 sono o non sono in contraddizione con il magistero precedente dei Pontefici che hanno affrontato la stessa questione. Secondo molti vescovi, è in contraddizione. Secondo molti altri vescovi, non si tratta di contraddizione ma di uno sviluppo. Ed è per questo che abbiamo chiesto una risposta al Papa». Si arriva così al punto più conteso e che tanto ha animato le discussioni sinodali: la possibilità di concedere ai divorziati e risposati civilmente il riaccostamento all’eucaristia. Cosa che non trova esplicitamente spazio in Amoris laetitia, ma che a giudizio di molti è un fatto implicito che rappresenta nulla di più se non un’evoluzione rispetto al n. 84 dell’esortazione Familiaris consortio di Giovanni Paolo II.

«Il problema nel suo nodo è il seguente», argomenta Caffarra: «Il ministro dell’eucaristia (di solito il sacerdote) può dare l’eucaristia a una persona che vive more uxorio con una donna o con uomo che non è sua moglie o suo marito, e non intende vivere nella continenza? Le risposte sono solo due: Sì oppure No. Nessuno per altro mette in questione che Familiaris consortio, Sacramentum Caritatis, il Codice di diritto canonico, e il Catechismo della Chiesa cattolica alla domanda suddetta rispondano No. Un No valido finché il fedele non propone di abbandonare lo stato di convivenza more uxorio. Amoris laetitia ha insegnato che, date certe circostanze precise e fatto un certo percorso, il fedele potrebbe accostarsi all’eucaristia senza impegnarsi alla continenza? Ci sono vescovi che hanno insegnato che si può. Per una semplice questione di logica, si deve allora anche insegnare che l’adulterio non è in sé e per sé male. Non è pertinente appellarsi all’ignoranza o all’errore a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio: un fatto purtroppo molto diffuso. Questo appello ha un valore interpretativo, non orientativo. Deve essere usato come metodo per discernere l’imputabilità delle azioni già compiute, ma non può essere principio per le azioni da compiere. Il sacerdote – dice il cardinale – ha il dovere di illuminare l’ignorante e correggere l’errante».

«Ciò che invece Amoris laetitia ha portato di nuovo su tale questione, è il richiamo ai pastori d’anime di non accontentarsi di rispondere No (non accontentarsi però non significa rispondere Sì), ma di prendere per mano la persona e aiutarla a crescere fino al punto che essa capisca che si trova in una condizione tale da non poter ricevere l’eucaristia, se non cessa dalle intimità proprie degli sposi. Ma non è che il sacerdote possa dire “aiuto il suo cammino dandogli anche i sacramenti”. Ed è su questo che nella nota n. 351 il testo è ambiguo. Se io dico alla persona che non può avere rapporti sessuali con colui che non è suo marito o sua moglie, però per intanto, visto che fa tanto fatica, può averne… solo uno anziché tre alla settimana, non ha senso; e non uso misericordia verso questa persona. Perché per porre fine a un comportamento abituale – un habitus, direbbero i teologi – occorre che ci sia il deciso proposito di non compiere più nessun atto proprio di quel comportamento. Nel bene c’è un progresso, ma fra il lasciare il male e iniziare a compiere il bene, c’è una scelta istantanea, anche se lungamente preparata. Per un certo periodo Agostino pregava: “Signore, dammi la castità, ma non subito”».

A scorrere i dubia, pare di comprendere che in gioco, forse più di Familiaris consortio, ci sia Veritatis splendor. È così? «Sì», risponde Carlo Caffarra. «Qui è in questione ciò che insegna Veritatis splendor. Questa enciclica (6 agosto 1993) è un documento altamente dottrinale, nelle intenzioni del Papa san Giovanni Paolo II, al punto che – cosa eccezionale ormai nelle encicliche – è indirizzata solo ai vescovi in quanto responsabili della fede che si deve credere e vivere (cfr. n° 5). A essi, alla fine, il Papa raccomanda di essere vigilanti circa le dottrine condannate o insegnate dall’enciclica stessa. Le une perché non si diffondano nelle comunità cristiane, le altre perché siano insegnate (cfr. n° 116). Uno degli insegnamenti fondamentali del documento è che esistono atti i quali possono per sé stessi ed in se stessi, a prescindere dalle circostanze in cui sono compiuti e dallo scopo che l’agente si propone, essere qualificati disonesti. E aggiunge che negare questo fatto può comportare di negare senso al martirio (cfr. nn. 90-94). Ogni martire infatti – sottolinea l’arcivescovo emerito di Bologna – avrebbe potuto dire: “Ma io mi trovo in una circostanza… in tali situazioni per cui il dovere grave di professare la mia fede, o di affermare l’intangibilità di un bene morale, non mi obbliga più”. Si pensi alle difficoltà che la moglie di Tommaso Moro faceva a suo marito già condannato in prigione: “Hai doveri verso la famiglia, verso i figli”. Non è, quindi, solo un discorso di fede. Anche se uso la sola retta ragione, vedo che negando resistenza di atti intrinsecamente disonesti, nego che esista un confine oltre il quale i potenti di questo mondo non possono e non devono andare. Socrate è stato il primo in occidente a comprendere questo. La questione dunque è grave, e su questo non si possono lasciare incertezze. Per questo ci siamo permessi di chiedere al Papa di fare chiarezza, poiché ci sono vescovi che sembrano negare tale fatto, richiamandosi ad Amoris laetitia. L’adulterio infatti è sempre rientrato negli atti intrinsecamente cattivi. Basta leggere quanto dice Gesù al riguardo, san Paolo e i comandamenti dati a Mosè dal Signore».

Ma c’è ancora spazio, oggi, per gli atti cosiddetti “intrinsecamente cattivi”. O, forse, è tempo di guardare più all’altro lato della bilancia, al fatto che tutto, dinanzi a Dio, può essere perdonato? Attenzione, dice Caffarra: «Qui si fa una grande confusione. Tutti i peccati e le scelte intrinsecamente disoneste possono essere perdonate. Dunque “intrinsecamente disonesti” non significa “imperdonabili”. Gesù tuttavia non si accontenta di dire all’adultera: “Neanch’io ti condanno”. Le dice anche: “Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv. 8,10). San Tommaso, ispirandosi a sant’Agostino, fa un commento bellissimo, quando scrive che “Avrebbe potuto dire: va’ e vivi come vuoi e sii certa del mio perdono. Nonostante tutti i tuoi peccati, io ti libererò dai tormenti dell’inferno. Ma il Signore che non ama la colpa e non favorisce il peccato, condanna la colpa… dicendo: e d’ora in poi non peccare più. Appare così quanto sia tenero il Signore nella sua misericordia e giusto nella sua Verità” (cfr. Comm. a Gv. 1139). Noi siamo veramente, non per modo di dire, liberi davanti al Signore. E quindi il Signore non ci butta dietro il suo perdono. Ci deve essere un mirabile e misterioso matrimonio tra l’infinita misericordia di Dio e la libertà dell’uomo, il quale deve convertirsi se vuole essere perdonato».

Chiediamo al cardinale Caffarra se una certa confusione non derivi anche dalla convinzione, radicata pure tra tanti pastori, che la coscienza sia una facoltà per decidere autonomamente riguardo ciò che è bene e ciò che è male, e che in ultima istanza la parola decisiva spetti alla coscienza del singolo. «Ritengo che questo sia il punto più importante di tutti», risponde. «È il luogo dove ci incontriamo e scontriamo con la colonna portante della modernità. Cominciamo col chiarire il linguaggio. La coscienza non decide, perché essa è un atto della ragione; la decisione è un atto della libertà, della volontà. La coscienza è un giudizio in cui il soggetto della proposizione che lo esprime è la scelta che sto per compiere o che ho già compiuto, e il predicato è la qualificazione morale della scelta. È dunque un giudizio, non una decisione. Naturalmente, ogni giudizio ragionevole si esercita alla luce di criteri, altrimenti non è un giudizio, ma qualcosa d’altro. Criterio è ciò in base a cui io affermo ciò che affermo e nego ciò che nego. A questo punto risulta particolarmente illuminante un passaggio del Trattato sulla coscienza morale del beato Rosmini: “C’è una luce che è nell’uomo e c’è una luce che è l’uomo. La luce che è nell’uomo è la legge di Verità e la grazia. La luce che è l’uomo è la retta coscienza, poiché l’uomo diventa luce quando partecipa alla luce della legge di Verità mediante la coscienza a quella luce confermata”. Ora, di fronte a questa concezione della coscienza morale si oppone la concezione che erige come tribunale inappellabile della bontà o malizia delle proprie scelte la propria soggettività. Qui, per me – dice il porporato – c’è lo scontro decisivo tra la visione della vita che è propria della Chiesa (perché è propria della Rivelazione divina) e la concezione della coscienza propria della modernità».

«Chi ha visto questo in maniera lucidissima – aggiunge – è stato il beato Newman. Nella famosa Lettera al duca di Norfolk, dice: “La coscienza è un vicario aborigeno del Cristo. Un profeta nelle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi. Per il gran mondo della filosofia di oggi, queste parole non sono che verbosità vane e sterili, prive di un significato concreto. Al tempo nostro ferve una guerra accanita, direi quasi una specie di cospirazione contro i diritti della coscienza”. Più avanti aggiunge che “nel nome della coscienza si distrugge la vera coscienza”. Ecco perché fra i cinque dubia il dubbio numero cinque è il più importante. C’è un passaggio di Amoris laetitia, al n° 303, che non è chiaro; sembra – ripeto: sembra – ammettere la possibilità che ci sia un giudizio vero della coscienza (non invincibilmente erroneo; questo è sempre stato ammesso dalla Chiesa) in contraddizione con ciò che la Chiesa insegna come attinente al deposito della divina Rivelazione. Sembra. E perciò abbiamo posto il dubbio al Papa».
«Newman – ricorda Caffarra – dice che “se il Papa parlasse contro la coscienza presa nel vero significato della parola, commetterebbe un vero suicidio, si scaverebbe la fossa sotto i piedi”. Sono cose di una gravità sconvolgente. Si eleverebbe il giudizio privato a criterio ultimo della verità morale. Non dire mai a una persona: “Segui sempre la tua coscienza”, senza aggiungere sempre e subito: “Ama e cerca la verità circa il bene”. Gli metteresti nelle mani l’arma più distruttiva della sua umanità».

Fonte:   Il Foglio

di Matteo Matzuzzi  -  Il Foglio

sabato 14 gennaio 2017

La Chiesa, in questi tempi di apostasia strisciante


Quando leggo articoli come quello che riporto sotto, spesso e volentieri, al termine della lettura mi chiedo: ma quanti di noi Cattolici siamo consapevoli dei momenti drammatici che stiamo vivendo (in rapporto non alle questioni geopolitiche, economiche e sociali, che ci stanno travolgendo e avvelenando la società e la vita nostra e dei nostri figli e che sono causa ed effetto di tutto ciò che vediamo sotto i nostri occhi); i momenti drammatici di cui parlo e denuncio la profonda crisi, sono quelli dei nostri giorni e che riguardano propriamente la Fede, la Chiesa e la vita stessa di ognuno di noi - se ci crediamo - cose di cui sempre più spesso si dibatte come già ne ho scritto negli ultimi due Post (qui) e (qui). L'articolo che riporto oggi (e se lo riporto è perché ne condivido in gran parte parole e giudizi) denuncia proprio i momenti drammatici che viviamo e che molti, vuoi per disattenzione,  vuoi per superficialità o semplicemente indotti in errore come pecore che seguono un falso pastore,  non riescono a cogliere.


Che cos’è la Chiesa?

di Francesco Lamendola    -   ilcorrieredelleregioni.it


È necessario averlo ben chiaro, specialmente di questi tempi: tempi di apostasia diffusa, strisciante, e, spesso, veicolata proprio dall’alto, dai pastori, da quelli che dovrebbero custodire la fede e aiutare il loro gregge a coltivarla e conservarla. I pastori, infatti, non sono i proprietari del gregge, ma dei semplici operai: il padrone, il solo e unico, è Gesù Cristo. Dunque, bisogna saper bene che cos’è la Chiesa, per poterla più facilmente riconoscere e distinguere da ciò che chiesa non è: e questo è un problema nuovo, che non esisteva fino a meno di due generazioni fa, perché la Chiesa, nel corso dei secoli, ha mancato più volte sul piano morale, mai, però, su quello dottrinale; sul piano dottrinale, anche i peggiori papi della storia, come Alessandro VI Borgia, son rimasti nel solco dell’ortodossia e, sia pure indegnamente, hanno preservato la sana dottrina da errori ed eresie.

- Storicamente, la Chiesa è la prosecuzione dell’opera iniziata da Gesù sulla terra con la sua vita pubblica, con la sua predicazione, con i miracoli da Lui fatti, con l’annunzio del Regno di Dio, con la sua Passione, Morte e Resurrezione; opera che è stata proseguita dai suoi apostoli, poi dalle chiese da essi fondate, su, su, lungo i secoli, fino ad arrivare al presente.

- Spiritualmente, la Chiesa non è solo quella visibile e attuale, la Chiesa militante, ma è anche la Chiesa purgante (le anime dei defunti che si stanno purificando) e la Chiesa trionfante (le anime dei beati, con gli Angeli e i Santi in Paradiso): perché la comunione dei santi non conosce confini di spazio o di tempo, e include persino le anime dei profeti e di quei giusti che vissero prima della nascita di Cristo, e che ne preannunciarono e ne prepararono la venuta.

- Idealmente, la Chiesa non è solo la struttura gerarchica, con a capo il papa quale rappresentante di Cristo in terra, distinta in laicato e clero, e questo, a sua volta, in clero regolare e secolare, ma è anche la comunità dei fedeli, laddove essi vivono, si riuniscono, pregano insieme, anche senza clero, senza un luogo consacrato, senza liturgia, ad esempio in quei Paesi ove il cristianesimo non gode della libertà religiosa ed è costretto a tenersi nascosto, clandestino, come lo fu, del resto, e non per un breve periodo, ma per oltre due secoli, al tempo degl’imperatori romani.

È scritto infatti nel Vangelo di Matteo (18, 19-20):
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa,  il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro.

Naturalmente, se un piccolo gruppo di cristiani, o anche due soli cristiani, si riuniscono e pregano nel nome di Gesù, lì non si trova tutta la Chiesa, ma una parte della Chiesa: la parte non è il tutto, ma non è neppure il nulla; la parte è qualche cosa. L’errore è quando la parte vuol assumere su di sé la prerogativa della totalità: come quando un certo numero di cristiani si organizzano e si denominano Noi siamo Chiesa, come se lo fossero loro soltanto. Inoltre, non basta riunirsi nel nome di Gesù: bisogna che ciò avvenga in perfetta sintonia con Lui, rinunciando ad ogni scopo terreno, a ogni finalità ulteriore e ad ogni interesse egoistico, fosse pure quello di sentirsi belli, buoni e bravi, di sentirsi ”giusti”. In tal caso non si avrebbe la Chiesa, o una cellula, un nucleo della Chiesa, bensì una sua contraffazione, una usurpazione, un abuso gravissimo. Insomma, è necessario che quei due, o tre, o più, si pongano interamente sotto la volontà di Gesù Cristo, che si affidino a Lui, che non desiderino altro da quel che Lui vuole. Infatti, non basta dire: Signore, Signore!, per essere seguaci di Cristo, come ammonisce il divino Maestro; bisogna fare la volontà del Padre suo, seguendo sino in fondo l’esempio che Egli stesso ha dato. 

Ma che cosa significa “seguire l’esempio di Gesù”? Significa che bisogna lasciar morire in sé l’uomo vecchio, centrato sull’io, sulla ricerca dei piaceri e sulla volontà di scansare la sofferenza, e fare come Lui ha fatto: osservare il comandamento dell’amore, un comandamento nuovo, perché tutti si riempiono la bocca con la parola amore, ma l’amore come lo ha insegnato e praticare Gesù significa una cosa sola: amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la volontà, e quindi servirlo e adorarlo, e amare il prossimo come se stessi. E per amare Dio, bisogna odiare tutto ciò che si oppone a quell’amore, a cominciare dall’amor di sé. L’amor di sé e il debito amore verso se stessi non sono la stessa cosa: l’amor di sé è egoistico e narcisista, dice sempre ”io” prima di qualunque altra cosa; il giusto amore di se stessi equivale a voler bene a noi stessi e a quella vita che ci è stata data, non perché la consideriamo come una cosa nostra, ma perché la trasformiamo in uno strumento per la nascita dell’uomo nuovo. Chi ama se stesso più di Gesù, non sarà un buon cristiano, tanto meno un buon sacerdote. Chi ama se stesso in maniera narcisistica, usa il Vangelo per glorificare se stesso; adopera le parole di Gesù, ma solo per mettersi in mostra; usurpa l’abito sacerdotale, o religioso, per attirare l’attenzione su se stesso. Un uomo siffatto non annuncerà il Vangelo di Gesù, ma il vangelo secondo me, una sua caricatura, dove le parole di Gesù restano, ma prive di risonanza e come svuotate di significato, perché le parole di Gesù non sono un’etichetta da mettere su altri discorsi, aventi al centro sempre e solo l’uomo, ma proprio quelle che le due fonti della Scrittura e della Tradizione ci hanno tramandato, e che, insieme, costituiscono il corpus della Rivelazione cristiana. Ce ne sono anche troppi che gridano, dal pulpito, Signore, Signore!; ma non sono di Gesù, perché, se lo fossero, ciò trasparirebbe dai loro atti, e sarebbe testimoniato dalla conversione della loro vita; né si permetterebbero d’insegnare cose diverse, e a volte perfino contrarie, a quelle che Gesù ha insegnato, e che sono testimoniate dalla Scrittura e dalla Tradizione. 

Oggi, purtroppo, la cosa è divenuta frequente: vi sono dei cristiani, o sedicenti tali, riuniti insieme; e con essi vi è perfino un membro del clero, un sacerdote, magari un vescovo; pregano e leggono il Vangelo, ma poi dichiarano cose contrarie al Vangelo, o s’inventano cose che nel Vangelo non vi sono, e che sono incompatibili con la dottrina di Gesù. Oppure tacciono aspetti essenziali del Vangelo, li eliminano, li espungono con il loro silenzio: per esempio, non parlano più del peccato, della vita eterna, del giudizio, dell’inferno e del paradiso; non parlano più del male, della necessità di pregare sempre, di chiedere l’aiuto di Dio contro le insidie del maligno, di ricevere la grazia ed essere preservati dalla tentazione; parlano solo di cose terrene, in se stesse anche legittime, ma senza alcuna dimensione spirituale: della giustizia, della libertà, dei diritti, dell’emancipazione, dell’integrazione, dell’accoglienza, della solidarietà, del rispetto dell’altro (peraltro, a senso unico). Non parlano più della divinità di Cristo, o vi accennano di sfuggita, come a una cosa secondaria; non parlano della Sua missione divina, della Sua resurrezione e della Sua redenzione: sembra, a sentirli, che Gesù sia stato, semplicemente, uno dei tanti predicatori, saggi e fondatori di religioni; pare che sia stato semplicemente un uomo. 

Ma, come dice san Paolo, se Gesù non è risorto dai morti, allora è la falsa la dottrina cristiana, e vana la speranza dei fedeli; allora, sarebbe tutto un doloroso inganno. Ma se Cristo è risorto, ciò vuol dire che non era un uomo: era il Figlio di Dio e Dio Egli stesso; era la seconda Persona della santissima Trinità. Dunque, per fare Chiesa, per essere Chiesa, con la “c” maiuscola, ossia la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo e non una qualsiasi chiesa di un qualsiasi culto, fra i tanti che si trovano in offerta speciale nel gran supermercato della modernità consumistica, non basta dire che ci si riunisce nel nome di Gesù, ma bisogna che ci sia lo Spirito di Gesù; e non uno spirito qualsiasi, uno spirito mondano, ma lo Spirito Santo, la terza Persona della santissima Trinità: il Paraclito, il Consolatore, che ispira, illumina, fortifica, protegge, sostiene, incoraggia, assiste in ogni modo i fedeli, e insegna loro, come è scritto nel Vangelo, quel che devono dire, allorché si trovano a dover parlare e a dover giustificare la loro fede. Pertanto, chi non parla secondo l’ispirazione dello Spirito Santo, non parla in nome di Dio; chi legge il Vangelo e lo “interpreta” secondo un‘altra intenzione, secondo un altro spirito, uno spirito mondano e non quello che Gesù ha promesso ai suoi discepoli, poco prima di lasciarli, durante l’Ultima Cena, costui non appartiene alla Chiesa di Cristo, ma ad un’altra chiesa. E siccome si spaccia per un membro della Chiesa di Cristo, ma non lo è, ciò significa che egli appartiene ad una neo-chiesa, o ad una contro-chiesa, che sta cercando di sedurre e d’ingannare i credenti, e dunque non appartiene ai figli di Dio, ma, piuttosto, ai figli del diavolo. Il diavolo, infatti, è il grande bugiardo e il gran seduttore; ribelle e omicida, seminatore di discordia, è l’antagonista dell’opera di Gesù e il nemico del progetto amorevole di Dio, mirante a far sì che tutti gli uomini possano rettamente conoscerlo, amarlo e servirlo. Ha osato tentare perfino Gesù nel deserto; da allora, ha fatto di tutto per ritardare, ostacolare, inquinare l’opera di Cristo, e non cessa mai di tentare gli uomini, di solito con l’arma prediletta dell’inganno, e facendo leva sul loro punto più fragile: l’orgoglio, l’invidia verso il Creatore.

Siamo perfettamente consapevoli di dire una cosa molto grave. Stiamo affermando che un cristiano, oggi, non ha più la sicurezza di entrare in una chiesa, e di sentirvi annunciare la Parola di Dio; di entrare a far parte di una comunità ecclesiale, e di trovarvi lo Spirito di Dio; di ascoltare la voce dei suoi pastori, e di riconoscere in essa l’autentica voce del Buon pastore, cioè di Gesù stesso. Potrebbe accadergli, e di fatto accade, d’imbattersi in una chiesa che, dietro le apparenze della Chiesa di Gesù Cristo, della Chiesa cattolica, apostolica e romana, e del suo autentico Magistero, quale si è espresso per secoli e secoli, in perfetta fedeltà e continuità con la Tradizione (perfetta fedeltà teologica, intendiamo dire; perché, sul piano morale, non si può dire altrettanto, o non sempre), è, in realtà, una cosa diversa, che dice cose diverse, e pratica una morale diversa da quella di Gesù Cristo, degli apostoli, dei santi, dei padri e dei dottori della Chiesa. È una situazione drammatica, ma non si può fingere che il problema non esista: esiste, eccome.

Da alcuni anni si assiste a scene sconcertanti: a messe che non sono più la santa Messa; a esternazioni di vescovi e cardinali che non sono in linea con il secolare Magistero della Chiesa cattolica; a prediche, atteggiamenti, modelli, che non riflettono il genuino spirito della Chiesa di Gesù, lo Spirito con la lettera maiuscola. In nome di un non meglio definito “spirito del Concilio”, i novatori si son presi la libertà di cambiare tutto, di stravolgere tutto, di avallare e presentare come cristiana una chiesa che non lo è più, e tanto meno cattolica. A sentire costoro, l’aborto e l’eutanasia sono cose che, a certe condizioni, si possono anche ammettere, o almeno capire; le unioni omosessuali e l’adozione di bambini da parte di esse, una realtà quasi normale; il divorzio è poco più che un peccato veniale, in attesa che venga derubricato a semplice debolezza umana; l’abbandono del matrimonio cristiano e la sua sostituzione con la convivenza, un passaggio necessario verso la laicità; l’accoglienza di milioni di profughi africani e asiatici, veri e soprattutto falsi, è un dovere ineludibile del buon cristiano, anche se spinto fino all’odio di sé e alla vergogna della propria identità: per esempio, essi ritengono giusto e ragionevole nascondere i simboli cristiani, a cominciare dalla croce, per non offendere la sensibilità altrui. Ebbene: nessuna di queste posizioni, nessuno di questi eventuali insegnamenti può essere legittimamente presentato come cattolico; pertanto, chi lo fa, lo sta facendo in perfetta mala fede.

È, questo, un pensiero che lascia senza fiato, che dà le vertigini. Nei duemila anni della sua storia, mai la Chiesa cattolica si era trovata in un simile frangente. Nemmeno quando era perseguitata: e non occorre andare indietro fino al’Impero Romano, basta restare nell’ambito della storia del Novecento; anzi, basta guardare al presente, alle povere Chiese cristiane della Siria e dell’Iraq, per esempio, sottoposte alla prova suprema del martirio di massa. Mai, però, vi era stata una apostasia strisciante così insidiosa, così radicale, così “tranquilla”. Stiamo assistendo alla banalizzazione dell’eresia; gli eretici non ci sono più. Sono tutti ortodossi: e chi oserebbe evocare i fantasmi del tribunale della Inquisizione? Solo che non è così: l’eresia esiste, ed è talmente ampia da coinvolgere quasi tutti gli aspetti della fede cristiana: perciò si deve parlare di apostasia. Del resto, non pochi sedicenti cristiani, membri del clero compresi, lo dicono apertamente: bisogna andare oltre le religioni, bisogna fondare il culto universale dell’umanità. Ma questa è la gnosi, di certo non è il cristianesimo. La Chiesa cattolica è infiltrata da gnostici, da vescovi e cardinali massoni, il cui scopo ultimo è abolire, di fatto, il Vangelo di Gesù. Non ci chiedano, per favore, di stare a guardare. San Paolo non rimase a guardare, quando Pietro, sbagliando, diede l’impressione che i pagani, per farsi cristiani, dovessero prima farsi giudei. Il cristiano ha un dovere essenziale: custodire la fede…