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martedì 8 agosto 2017

Marcel Lefebvre, 40 anni fa ma attualissimo




Avevo già scritto un post sul card. Marcel Lefebvre tempo fa (vedi qui) ma ci ritorno ben volentieri ora con questo articolo che ripropone una sua celebre omelia di quarant'anni fa, ma che mantiene una attualità direi sconvolgente; parlare del card. Marcel Lefebvre, e parlarne con ammirazione vuol dire venir subito etichettati nella categoria oggi tra le più deplorate, quella dei Tradizionalisti, anzi per chi si accosta a Marcel Lefebvre c'è un aggettivo ben più terribile quasi da far tremare i polsi solo a sentirlo pronunciare: lefebvriano! ma correrò questo rischio! Di Lefebvre è stato detto quanto di peggio poteva venire in mente a pennivendoli senza dignità o spin doctor ecclesiali a tempo pieno. Naturalmente la storia viene scritta dai vincitori e in campo ecclesiale da cinquant'anni i vincitori si chiamano Modernisti, e lo constatiamo oggi più che mai come nella Chiesa tutto sia in funzione di un radicale cambiamento della pastorale, della morale, della dottrina, della... Fede. Il card. Marcel Lefebvre già quarant'anni fa in quella memorabile omelia aveva saputo elencare i guasti, gli errori cui il mondo cattolico stava andando incontro e aveva anche già trovato il rimedio, che naturalmente non piaceva, non era gradito ai potenti prelati e teologi della neo-chiesa che si andava a costruire, ed è stato combattuto e isolato con tutti i metodi a Loro disposizione  compresa la calunnia, la derisione il discredito personale. Di solito evidenzio frasi importanti di un discorso così ma di questa omelia dovrei evidenziare tutto (e così entrerei a buon diritto nella categoria degli ultra-lefebvriani); mi limiterò il più possibile,promesso!





Omelia 
di S. Ecc. Mons. Marcel Lefebvre
Fondatore della Fraternità San Pio X
nella S. Messa celebrata a Lille, in Francia 
29 agosto 1976



Pubblichiamo l’omelia pronunciata da Monsignore nel corso della storica S. Messa celebrata a Lille, in Francia, alla presenza di seimila fedeli. Questa omelia, con i suoi quarant’anni, oltre al valore simbolico e storico che riveste, mantiene una straordinaria attualità, se non addirittura una valenza profetica, poiché, nonostante il diffuso riduzionismo imperante negli attuali ambienti tradizionali preoccupati di collocare “temporalmente” le parole di Mons. Lefebvre, essa presenta uno spaccato della situazione di allora nella Chiesa che riesce a descrivere la situazione di ora, seppure lo faccia, senza volerlo, in maniera parziale, visto che la situazione di oggi è di gran lunga più grave di quella di allora. Chissà cosa direbbe oggi Mons. Lefebvre di fronte ai Bergoglio e ai Galantino che impazzano a più non posso!


Pubblicata sul sito francese della Fraternità San Pio X:
Adveniat regnum tuum, venga il tuo regno!


Miei cari amici, miei cari confratelli, miei cari fratelli

Prima di rivolgervi alcune parole di esortazione, vorrei dissipare dei malintesi, e prima di tutto su questa stessa riunione.

Voi potete vedere, dalla semplicità di questa cerimonia, che non abbiamo affatto preparato una cerimonia che avrebbe riunito una folla come quella che si trova in questa sala. Avevamo pensato che avremmo celebrato la Santa Messa del 29 agosto, come si era convenuto, in mezzo a qualche centinaio di fedeli della regione di Lille, come io faccio frequentemente in Francia, in Europa e anche in America, senza storia. Ed ecco che tutt’a un tratto questa data del 29 agosto è divenuta, per la stampa, per la radio, per la televisione, come una specie di manifestazione che somiglierebbe – dicono – ad una sfida. Ebbene, no! Questa manifestazione non è una sfida. Questa manifestazione siete voi che l’avete desiderata, cari fedeli, cari fratelli, che siete venuti qui da lontano. Perché? Per manifestare la vostra Fede cattolica. Per manifestare il vostro desiderio di pregare e di santificarvi come hanno fatto i nostri padri nella Fede, come hanno fatto generazioni e generazioni prima di noi.

Ecco qual è l’oggetto vero di questa cerimonia, nel corso della quale noi desideriamo pregare di cuore e adorare Nostro Signore Gesù Cristo, che scenderà tra pochi istanti su questo altare e che rinnoverà il Sacrificio della Croce di cui noi abbiamo tanto bisogno.

Vorrei dissipare anche un altro malinteso e, sono desolato, ma sono obbligato a dirlo: non sono io che mi sono definito capo dei tradizionalisti. Voi sapete chi l’ha fatto, poco tempo fa, in circostanze del tutto solenni e memorabili a Roma. Si è detto che Mons. Lefebvre era il capo dei tradizionalisti. Io non voglio essere affatto il capo dei tradizionalisti, e non lo sono. Perché? Perché sono anch’io un semplice cattolico, certo sacerdote, certo vescovo, ma che si trova nelle stesse condizioni nelle quali vi trovate voi e che ha le stesse reazioni davanti alla distruzione della Chiesa, davanti alla distruzione della nostra Fede, davanti alle rovine che s’accumulano sotto i nostri occhi.

Avendo avuto le stesse reazioni, ho pensato che fosse mio dovere formare dei sacerdoti, formare dei veri sacerdoti di cui la Chiesa ha bisogno. Questi sacerdoti, io li ho formati in una Fraternità San Pio X che è stata riconosciuta dalla Chiesa, e non ho fatto che quello che tutti i vescovi hanno fatto per secoli e secoli. Io non ho fatto altro che quello che ho fatto nei miei trent’anni di vita sacerdotale e che mi ha valso di essere vescovo, Delegato apostolico in Africa, membro della Commissione centrale preconciliare, Assistente al Soglio Pontificio. Chi potrebbe desiderare di più come prova che Roma considerava il mio lavoro come profittevole per la Chiesa e per il bene delle anime?

Ed ecco che allorché realizzo un’opera del tutto simile a quella che ho realizzato per trent’anni, ad un tratto vengo sospeso a divinis e forse presto scomunicato, separato dalla Chiesa, rinnegato, che so! E’ possibile? Anche quello che ho fatto per trent’anni era suscettibile di una sospensione a divinis? Penso invece che se in quei tempi io avessi formato dei seminaristi come li si forma oggi nei nuovi seminari, allora sì che sarei stato scomunicato; se in quei tempi avessi insegnato il catechismo come lo si insegna oggi, allora mi avrebbero chiamato eretico. E se avessi celebrato la Santa Messa come la si celebra oggi, mi avrebbero sospettato di eresia e mi avrebbero posto fuori dalla Chiesa. E allora non capisco più. Qualcosa è proprio cambiato nella Chiesa ed è a questo che voglio arrivare.

Dobbiamo giustamente riandare alle ragioni che ci hanno fatto assumere questa attitudine. Oh! Attitudine estremamente grave, lo riconosco. Opporsi alle autorità più alte della Chiesa, essere sospeso a divinis, per un vescovo è una cosa grave, una cosa molto penosa. Come si può sostenere una cosa così, se non con delle ragioni eccessivamente gravi? Eh, sì! Le ragioni della nostra attitudine e della vostra attitudine, sono ragioni gravi: si tratta della difesa della nostra Fede. La difesa della nostra Fede! Ma allora, le autorità che si trovano a Roma metterebbero in pericolo la nostra Fede? Io non giudico queste autorità, io non voglio giudicarle come persone. Vorrei giudicarle, se posso dirlo, come il Sant’Uffizio giudicava un tempo un libro, e lo metteva all’Indice. Roma studiava il libro, non aveva bisogno di conoscere la persona che l’aveva scritto. Le era sufficiente studiare ciò che aveva davanti nelle dichiarazioni che erano scritte. E se queste dichiarazioni erano contrarie alla dottrina della Chiesa, il libro veniva condannato e messo all’Indice, senza che fosse necessario interpellare la persona.

Certo, al Concilio, certi vescovi si sono ribellati contro questa procedura, dicendo: “E’ inammissibile che si metta all’Indice un libro quando non si è neanche ascoltato colui che l’ha scritto”. Ma non c’è il bisogno di vedere chi ha scritto il libro, se si ha in mano un testo assolutamente contrario alla dottrina della Chiesa. E’ il libro che è condannato, perché le parole che contiene sono contrarie alla dottrina cattolica, e non la persona che l’ha scritto.

E’ dunque in questo modo che noi dobbiamo giudicare le cose. Dobbiamo giudicarle dai fatti. Come ha detto molto bene Nostro Signore Gesù Cristo nel Vangelo che leggeremo tra poco e proprio a proposito, questi lupi che sono ammantati di pelle di pecora: «Dai loro frutti li riconoscerete». Ebbene! I frutti sono davanti a noi, sono evidenti, sono chiari. Questi frutti che vengono dal secondo concilio del Vaticano e dalle riforme postconciliari, sono dei frutti amari, dei frutti che distruggono la Chiesa.

E quando mi si dice: “non tocchi il Concilio, parli delle riforme postconciliari”, io rispondo che quelli che hanno fatto le riforme – e non sono io che ho fatto queste riforme – dicono loro stessi: “Le facciamo in nome del Concilio, abbiamo fatto la riforma del catechismo in nome del Concilio”. E questi sono le autorità della Chiesa. Sono loro che di conseguenza interpretano legittimamente il Concilio.

Ora, cos’è accaduto in questo Concilio? Possiamo saperlo facilmente leggendo i libri di coloro che sono stati proprio gli strumenti di questo cambiamento nella Chiesa, che si è prodotto sotto i vostri occhi. Leggete, per esempio: L’ecumenismo visto da un massone, di Marsaudon. Leggete il libro del senatore del [dipartimento] Doubs, il Signor Prélot: Il Cattolicesimo liberale, scritto nel 1969. Esso vi dirà che è il Concilio che è all’origine di questo cambiamento. Lui, cattolico liberale, lo dice nelle prime pagine del suo libro: “Abbiamo lottato per un secolo e mezzo per far prevalere le nostre opinioni all’interno della Chiesa, e non ci siamo riusciti. Infine è venuto il Vaticano II e noi abbiamo trionfato. Ormai, le tesi e i principi del cattolicesimo liberale sono definitivamente e ufficialmente accettati dalla Santa Chiesa”.

Pensate forse che questa non sia una testimonianza? Non sono io che dico questo. Ma lui lo dice trionfante, noi lo diciamo piangendo.

Cos’hanno infatti voluto i cattolici liberali per un secolo e mezzo? Sposare la Chiesa con la Rivoluzione, sposare la Chiesa con la sovversione, sposare la Chiesa con le forze distruttrici della società e di tutte le società: la società familiare, civile, religiosa. E questo matrimonio della Chiesa è scritto nel Concilio.

Prendete lo schema Gaudium et Spes, e vi troverete: “Bisogna sposare i principi della Chiesa con le concezioni dell’uomo moderno”. E che vuol dire questo? Questo vuol dire sposare la Chiesa, la Chiesa cattolica, la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, con i principi che sono contrari a questa Chiesa, che la minano, che sono stati sempre contro la Chiesa.

Ed è esattamente questo matrimonio che è stato tentato nel Concilio da degli uomini di Chiesa, e non dalla Chiesa, poiché giammai la Chiesa potrebbe ammettere una cosa così. Proprio da un secolo e mezzo, tutti i Sommi Pontefici hanno condannato questo cattolicesimo liberale, hanno rifiutato questo matrimonio con le idee della Rivoluzione, con le idee di coloro che hanno adorato la “Dea Ragione”. I Papi non hanno mai potuto accettare una cosa simile. E durante questa rivoluzione, dei sacerdoti sono saliti al patibolo, dei religiosi sono stati perseguitati e anche assassinati. Vi ricordate i pontoni di Nantes, su cui furono ammassati tutti i sacerdoti fedeli e furono fatti affondare al largo? Ecco cosa ha fatto la Rivoluzione! Ebbene! E io ve lo dico, miei carissimi fedeli, quello che ha fatto la Rivoluzione è niente a confronto di ciò che ha fatto il concilio Vaticano II! Niente! E sarebbe stato meglio che i trenta, i quaranta, i cinquantamila preti che hanno abbandonato la loro talare, che hanno abbandonato il loro giuramento fatto davanti a Dio, fossero stati martirizzati, fossero saliti al patibolo… almeno avrebbero salvato la loro anima; mentre adesso rischiano di perderla.

Mi si dice che tra questi poveri preti, molti sono già divorziati, molti hanno fatto domanda di nullità del matrimonio, a Roma. Cosa significano queste cose?

E quanti religiosi – ventimila negli Stati Uniti – hanno abbandonato la loro congregazione religiosa e i loro giuramenti, che avevano fatto in maniera perpetua, hanno rotto il legame che avevano con Nostro Signore Gesù Cristo, per correre a sposarsi! Sarebbe stato meglio che anche loro fossero saliti al patibolo, almeno avrebbero testimoniato la loro Fede!

In definitiva, la Rivoluzione francese, quando faceva dei martiri, praticava l’adagio dei primi secoli: «Sanguis martyrum, semen christianorum», il sangue dei martiri è semenza dei cristiani. E lo sanno bene quelli che perseguitano i cristiani, ed hanno paura di fare dei martiri. E non si vuole più fare dei martiri! Questo è stato il culmine della vittoria del demonio: distruggere la Chiesa con l’obbedienza. Distruggere la Chiesa con l’obbedienza. E noi vediamo che la si distrugge tutti i giorni sotto i nostri occhi: i seminari vuoti, questo bel seminario di Lille che era pieno di seminaristi, dove sono questi seminaristi? E cosa sono ancora questi seminaristi? Sanno cosa vuol dire essere sacerdoti? Sanno cosa faranno quando saranno sacerdoti?

Ah! E questo proprio perché questa unione voluta dai cattolici liberali fra la Chiesa e la Rivoluzione è un’unione adultera! E da questa unione adultera non possono venire che dei bastardi. E chi sono questi bastardi? Sono i riti. Il rito della nuova messa è un rito bastardo. I sacramenti sono dei sacramenti bastardi. Noi non sappiamo più se sono dei sacramenti che danno la grazia o se non la danno più. Noi non sappiamo più se questa messa ci dà il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo o se non ce lo dà. I preti che escono dai seminari, essi stessi non sanno più chi sono. E il cardinale di Cincinnati, a Roma, diceva perché non ci sono più vocazioni: perché la Chiesa non sa più cos’è un sacerdote. E allora, come potrebbe essa formare dei sacerdoti se non sa più cos’è un sacerdote?

I preti che escono dai seminari sono dei preti bastardi. Essi non sanno più chi sono. Essi non sanno che sono fatti per salire all’altare, per offrire il Sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo, per dare Gesù Cristo alle anime e chiamare le anime a Gesù Cristo. Ecco cos’è un sacerdote, e i nostri giovani che sono qui lo capiscono bene. Tutta la loro vita sarà consacrata a questo, ad amare, ad adorare, a servire Nostro Signore Gesù Cristo nella Santa Eucarestia, perché ci credono, alla presenza di Nostro Signore nella Santa Eucarestia!

Questa unione adultera della Chiesa e della Rivoluzione si concretizza col dialogo. Se la Chiesa ha da dialogare è per convertire. Nostro Signore ha detto: «Andate, istruite tutte le nazioni, convertitele». Ma non ha detto: “dialogate con esse per non convertirle, per cercare di mettervi sul loro stesso piano”. L’errore e la verità non sono compatibili. Se si ha della carità per gli altri – e come ha appena ricordato il Vangelo, colui che ha la carità è colui che serve gli altri – se si ha della carità per gli altri, si deve dare loro Nostro Signore, si deve dare loro la ricchezza che si ha, non conversare con loro, dialogare con loro su un piede di parità. La verità e l’errore non sono su un piede di parità. Sarebbe come mettere Dio e il diavolo sullo stesso piano, poiché è il diavolo il padre della menzogna, il padre dell’errore.

Di conseguenza, noi dobbiamo essere dei missionari. Noi dobbiamo predicare il Vangelo, convertire le anime a Gesù Cristo, e non dialogare con esse cercando di apprendere i loro principi. Ed è questa volontà di dialogo con i protestanti che ci ha valso questa messa bastarda e questi riti bastardi. I protestanti ci hanno detto “non vogliamo la vostra messa perché comporta delle cose incompatibili con la nostra fede protestante, quindi cambiate questa messa e noi potremo pregare con voi, potremo fare con voi delle inter-comunioni, potremo ricevere i vostri sacramenti, voi potrete venire nelle nostre chiese e noi andare nelle vostre, e tutto sarà finito e avremo l’unità”.

Sì, avremo l’unità, ma nella confusione, nella bastardaggine. Noi non vogliamo questo. Mai la Chiesa l’ha voluto. Noi amiamo i protestanti, noi vorremmo convertirli, ma non è amarli, il far credere loro che hanno la stessa religione della religione cattolica.

E lo stesso accade con i massoni. Oggi si vuole dialogare con i massoni, non solo dialogare con loro, ma permettere ai cattolici di far parte della Massoneria. Ed è ancora un dialogo abominevole. Noi sappiamo perfettamente che le persone che dirigono la Massoneria, almeno i responsabili, sono necessariamente contro Nostro Signore Gesù Cristo. E queste messe nere che fanno, queste messe abominevoli, sacrileghe, orribili che fanno. Sono delle parodie della Messa di Nostro Signore! Ed essi vogliono delle ostie consacrate per fare queste messe nere! Essi sanno che Nostro Signore è nell’Eucarestia, perché il diavolo lo sa che Nostro Signore è nell’Eucarestia! Essi non vogliono delle ostie che vengono da messe di cui non sanno se c’è il Corpo di Nostro Signore o no.

Allora, dialogare con gente che vuole la morte di Nostro Signore per la seconda volta, nella persona dei suoi membri, nella persona della Chiesa? Noi non possiamo ammettere questo dialogo! Noi sappiamo che cosa ha comportato il dialogo col diavolo, il primo dialogo di Eva col diavolo. Non si dialoga col diavolo. Si predica a tutti quelli che sono sotto l’influenza del diavolo, affinché si convertano e vengano a Nostro Signore Gesù Cristo.

Non si dialoga con i comunisti. Si dialoga con le persone. Ma non si dialoga con l’errore. Noi sappiamo che cosa accadrebbe se gli eserciti raggruppati dietro la cortina di ferro la passassero, se un giorno, dopo le numerose sedute del soviet supremo, si arrivasse ad una maggioranza perché questi eserciti piombino sui nostri paesi in cinque giorni…

Miei cari fratelli, non siate turbati. Lasciamo coloro che non comprendono le cose come noi, ma chiediamo al buon Dio di darci la luce.

Ma precisamente, perché noi siamo fortemente risoluti a non accettare questa unione adultera della Chiesa con la Rivoluzione? Perché noi affermiamo la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Perché Pietro è stato fatto Pietro? Ricordatevi del Vangelo. Pietro è diventato Pietro perché ha professato la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. E anche tutti gli Apostoli hanno professato questa Fede pubblicamente, dopo la Pentecoste, e sono stati perseguitati immediatamente. I capi dei sacerdoti hanno detto loro: “Non parlate più di questo nome, non vogliamo più sentire questo nome: Nostro Signore Gesù Cristo”. E gli Apostoli hanno risposto: «Non possumus, non possiamo non parlare di Nostro Signore Gesù Cristo, del nostro Re».

Ma voi mi direte: E’ possibile? Lei sembra accusare Roma di non credere nella divinità di Nostro Signore Gesù Cristo!

Il liberalismo ha due facce: afferma la verità, che esso pretende sia la tesi, e poi nella realtà, nella pratica, nell’ipotesi, com’esso dice, agisce come i nemici della Chiesa. Di modo che si è sempre nell’incoerenza.

Ma che vuol dire la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo? Che Nostro Signore è la sola persona al mondo, il solo essere umano al mondo che ha potuto dire: «Io sono Dio». E per il fatto stesso che ha potuto dire: «Io sono Dio», Egli è stato il solo Salvatore dell’umanità, Egli è stato il solo Sacerdote dell’umanità, Egli è stato il solo Re dell’umanità. Per la Sua natura, e non per privilegio, né per titolo, per la Sua natura, perché è il Figlio di Dio!

Ora, adesso cosa dicono? Non vi è salvezza solo in Gesù Cristo. Vi è salvezza al di fuori di Nostro Signore Gesù Cristo. Non vi è sacerdozio solo in Nostro Signore Gesù Cristo. Tutti i fedeli sono sacerdoti, tutti sono sacerdoti, mentre invece bisogna partecipare sacramentalmente al sacerdozio di Nostro Signore Gesù Cristo per poter offrire il Santo Sacrificio della Messa.

E infine, terzo errore. Non si vuole più il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo, col pretesto che non è più possibile. E questo, io l’ho sentito dalla bocca del Nunzio di Berna, l’ho sentito dalla bocca dell’inviato del Vaticano, il Padre Dhanis, antico rettore dell’Università gregoriana, che è venuto a chiedermi a nome della Santa Sede di non fare le ordinazioni del 29 giugno. Egli era a Flavigny, il 27 giugno, mentre io predicavo il ritiro ai seminaristi. E mi ha detto: “Perché sei contro il Concilio?” E io gli ho risposto: «E’ possibile accettare il Concilio quando in nome del Concilio voi dite che bisogna distruggere tutti gli Stati cattolici, che non servono più Stati cattolici, dunque Stati su cui regna Nostro Signore Gesù Cristo? Questo non è più possibile!».

Ma una cosa è che questo non sia più possibile, altra cosa è che noi si prenda questo come principio e di conseguenza non si ricerchi più questo Regno di Nostro Signore Gesù Cristo.

Che diciamo allora tutti i giorni nel Padre Nostro: «Venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua Volontà, così in terra come in Cielo»? Che cos’è questo Regno? Proprio adesso voi avete cantato nel «Gloria»: «Tu solus Dominus, Tu solus Altissimus, Jesu Christe. – Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo». Ecco, noi lo cantiamo, e una volta usciti diciamo poi: «No, non serve più che Nostro Signore Gesù Cristo regni su di noi»? Ma allora viviamo nell’illogismo, siamo cattolici o no? Siamo cristiani o no?

Non vi sarà pace su questa terra se non nel Regno di Nostro Signore Gesù Cristo. Gli Stati dibattono ogni giorno; nei giornali vi sono pagine e pagine, alla televisione, alla radio, e anche adesso con il cambio del Primo Ministro. Che faremo per raddrizzare la situazione economica? Che faremo per il ritorno del denaro? Che faremo perché le industrie prosperino? Tutti i giornali del mondo intero ne sono pieni.

Ebbene! Anche dal punto di vista economico, bisogna che Nostro Signore Gesù Cristo regni. Perché il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo è giustamente il regno di quei principi d’amore che sono i comandamenti di Dio e che mettono equilibrio nella società, che fanno regnare la giustizia e la pace nella società. Ed è solo nell’ordine, nella giustizia e nella pace nella società che l’economia può reggere, che l’economia può rifiorire. Lo si vede bene. Prendete il caso della Repubblica Argentina. In quale stato si trovava solo due o tre mesi fa? Una anarchia completa, i briganti che uccidevano a destra e a manca, le industrie completamente rovinate, i proprietari delle fabbriche rinchiusi e presi in ostaggio, una rivoluzione inverosimile. In un paese tuttavia così bello, così equilibrato, così simpatico come la Repubblica Argentina. Una Repubblica che potrebbe essere di una prosperità incredibile, con delle ricchezze straordinarie. Viene un governo d’ordine, che ha dei principi, che ha un’autorità, che mette un po’ d’ordine negli affari, che impedisce ai briganti di uccidere gli altri, ed ecco che l’economia si riprende, che gli operai hanno del lavoro e che possono rientrare a casa sapendo che non saranno malmenati da qualcuno che li vorrebbe fare scioperare quand’essi non lo vogliono.

E’ il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo che vogliamo, e professiamo la nostra Fede dicendo che Nostro Signore Gesù Cristo è Dio. Ed è per questo che noi vogliamo anche la Messa detta di San Pio V: perché questa Messa è la proclamazione della regalità di Nostro Signore Gesù Cristo. La nuova messa è una specie di messa ibrida, che non è più gerarchica, che è democratica, in cui l’assemblea occupa più posto del prete, e quindi non è più una Messa vera che afferma la regalità di Nostro Signore Gesù Cristo. Perché, come è divenuto Re nostro Signore? Egli ha affermato la Sua regalità con la Croce. «Regnavit a ligno Deus», Gesù Cristo ha regnato col legno della Croce. Perché ha vinto il peccato, ha vinto il demonio, ha vinto la morte con la Sua Croce! Sono quindi queste tre magnifiche vittorie di Nostro Signore Gesù Cristo. Si dirà che si tratta di trionfalismo. Ebbene! Sì! Certo, noi vogliamo proprio il trionfalismo di Nostro Signore Gesù Cristo. E’ per questo che i nostri antenati hanno costruito queste magnifiche cattedrali. Perché hanno speso tanto denaro, queste persone che erano molto più povere di noi? Perché hanno speso tanto tempo per costruire queste magnifiche cattedrali che sono ammirate ancora oggi, perfino da coloro che non ci credono? Perché? Per l’altare! Per Nostro Signore Gesù Cristo. Per marcare il trionfo della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Ebbene! Sì! Noi nella nostra Messa vogliamo professare il trionfo della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Ed è per questo che ci inginocchiamo, che amiamo inginocchiarci davanti alla Santa Eucarestia. Se avessimo tempo, se non volessimo trattenervi troppo, avremmo girato in mezzo a voi con il Santissimo Sacramento, perché poteste manifestare a Nostro Signore Gesù Cristo, alla Sua Santa Eucarestia, che voi l’adorate: «Signore, Tu sei il nostro Dio! Oh! Gesù Cristo, noi Ti adoriamo! Noi sappiamo che è da Te che siamo nati, che è da Te che siamo diventati cristiani, che è da Te che siamo stati riscattati, che sei Tu che ci giudicherai nell’ora della nostra morte. Che sei Tu che ci donerai la gloria del Cielo se l’avremo meritata».

Poiché Nostro Signore Gesù Cristo è presente nella Santa Eucarestia come Lo era nella Croce.

Ecco cosa dobbiamo fare, ecco cosa dobbiamo chiedere.

Noi non siamo contro alcuno. Noi non siamo dei commandos. Noi non vogliamo male ad alcuno. Noi vogliamo solo che ci si lasci professare la nostra Fede in Nostro Signore Gesù Cristo. E’ a causa di questo che ci si caccia dalle nostre chiese, che si cacciano quei poveri sacerdoti che celebrano la Messa tradizionale con la quale si sono santificati tutti i nostri santi: Santa Giovanna d’Arco, il Santo Curato d’Ars, Santa Teresa del Bambino Gesù. Ed ecco che dei sacerdoti vengono cacciati, crudelmente, brutalmente, dalle loro parrocchie perché celebrano questa Messa che ha santificato dei santi per secoli! Questo è assurdo! Direi quasi che è roba da pazzi. E noi ci chiediamo se stiamo sognando! Non è possibile che questa Messa sia divenuta una specie di orrore per i nostri vescovi, per quelli che dovrebbero conservare la nostra Fede.

Ebbene! Noi conserveremo la Messa di San Pio V! Perché? Perché la Messa di San Pio V rappresenta la nostra Fede, essa è un bastione per la nostra Fede e noi abbiamo bisogno di questo bastione per la nostra Fede.

Allora, ci si dirà che noi ne facciamo una questione di latino e di talare. Evidentemente, è facile screditare in questo modo coloro con i quali non si è d’accordo. Certo, il latino ha la sua importanza, e quand’ero in Africa era magnifico vedere tutte quelle folle africane che avevano lingue diverse – c’erano talvolta cinque, sei tribù diverse che non si capivano – assistere alla Messa nelle nostre chiese, cantando gli stessi canti in latino con un fervore straordinario. Andate a vedere adesso: essi bisticciano nelle chiese perché si dice la messa in una lingua che non è la loro e chiedono che vi sia una messa nella loro lingua. E’ la confusione totale! Mentre un tempo c’era una perfetta unità. E’ un esempio. Senza dubbio, l’avrete notato, noi abbiamo letto in francese l’Epistola e il Vangelo, non vi vediamo assolutamente alcun inconveniente, e non vedremmo alcun inconveniente anche se ci fosse qualche preghiera in comune in francese. Ma ci sembra che comunque il corpo della Messa, l’essenziale della Messa che va dall’Offertorio alla Comunione del sacerdote, debba rimanere in un’unica lingua, affinché tutti gli uomini di tutte le nazioni possano assistere insieme alla Messa e sentirsi uniti in questa unità della Fede, in questa unità della preghiera.

Così noi chiediamo veramente, rivolgiamo un appello ai vescovi e rivolgiamo un appello a Roma, perché vogliamo prendere in considerazione il desiderio che abbiamo di pregare come i nostri antenati, il desiderio che abbiamo di conservare la Fede cattolica, il desiderio che abbiamo di adorare Nostro Signore Gesù Cristo e di volere il Suo Regno. E’ questo che ho scritto al Santo Padre nella mia ultima lettera – e credo proprio che sia l’ultima, perché non penso che il Santo Padre vorrà ancora mandarmi altre lettere – gli ho scritto: “Santissimo Padre, ridateci il diritto pubblico della Chiesa, e cioè il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo; ridateci la vera Bibbia e non una bibbia ecumenica, ma la vera Bibbia che un tempo era la Vulgata e che è stata tante e tante volte consacrata dai concili e dai papi; ridateci la vera Messa, la Messa gerarchica, la Messa dogmatica che difende la nostra Fede e che è stata quella di tanti e tanti secoli e che ha santificato tanti cattolici; infine, ridateci il nostro catechismo che segue il modello del Concilio di Trento, poiché senza un catechismo preciso, che sarà domani dei nostri figli? Che ne sarà delle generazioni future? Esse non conosceranno più la Fede cattolica, e noi lo constatiamo già adesso.”

Ecco! Non ho avuto alcuna risposta, se non la sospensione a divinis! Ed è per questo che io non considero queste punizioni come punizioni valide, sia canonicamente, sia teologicamente. Io penso, in tutta sincerità, in tutta pace, in tutta serenità, che non posso contribuire, con queste sospensioni, con queste punizioni con cui sono colpito, con la chiusura dei miei seminari, col rifiuto di fare delle ordinazioni, alla distruzione della Chiesa  cattolica. Io considero che nell’ora della mia morte, quando Nostro Signore mi chiederà: “Che ne hai fatto della tua grazia episcopale e sacerdotale?” io non abbia a sentire dalla bocca del Signore: “Tu hai contribuito con gli altri a distruggere la Chiesa”.

Miei carissimi amici, termino dicendovi: “Che dovete fare?”

Oh! Io lo so bene, molti gruppi mi chiedono: “Monsignore, dateci dei sacerdoti, dateci dei veri sacerdoti, è di questo che abbiamo bisogno. Noi abbiamo il posto per loro, costruiremo una piccola cappella ed essi staranno là con noi, istruiranno i nostri figli secondo il vero catechismo, secondo la vera Fede. Noi vogliamo conservare la vera Fede, come hanno fatto i Giapponesi per tre secoli, quando non avevano più sacerdoti. Dateci dei sacerdoti!”

Ebbene! Miei cari fratelli, io farò tutto il possibile per prepararveli e posso dire che è la mia grande consolazione sentire in questi seminari una Fede profonda, da veri sacerdoti. Essi hanno capito cos’è Nostro Signore Gesù Cristo. Essi hanno capito cos’è il Santo Sacrificio della Messa, i sacramenti. Essi hanno una Fede profondamente radicata nel loro cuore. Essi sono – se posso dirlo – meglio di quello che potevamo essere cinquant’anni fa nei nostri seminari, perché essi vivono, giustamente, in una situazione difficile. Molti di loro peraltro, hanno fatto degli studi universitari. E ci si rinfaccia che non sarebbero adatti, non saprebbero parlare alle generazioni moderne. Ma allora, dei giovani che hanno fatto tre, quattro, cinque anni d’Università, non conoscerebbero la loro generazione? Perché sono venuti allora a Ecône per diventare sacerdoti? Proprio per rivolgersi alla loro generazione. Essi la conoscono bene, meglio di noi, meglio di tutti quelli che ci criticano. E quindi saranno capaci di parlare il linguaggio necessario per convertire le anime. Ed è per questo – e sono molto felice di dirlo – che quest’anno avremo ancora 25 nuove reclute nel seminario di Ecône, malgrado le difficoltà, e ne avremo dieci nuove nel nostro seminario degli Stati Uniti, a Armada, e quattro nuove nel nostro seminario di lingua tedesca, nella Svizzera tedesca.

Come vedete, malgrado le difficoltà che ci vengono fatte, i giovani comprendono molto bene che noi formiamo dei veri sacerdoti cattolici. Ed è per questo che noi non siamo nello scisma: noi siamo i continuatori della Chiesa cattolica. Sono quelli che s’inventano le novità ad essere nello scisma. Noi continuiamo la Tradizione, ed è per questo che dobbiamo avere fiducia, che non dobbiamo disperare perfino davanti alla situazione attuale.

Noi dobbiamo mantenere, mantenere la nostra Fede, mantenere i nostri sacramenti, poggiati su venti secoli di Tradizione, poggiati su venti secoli di santità della Chiesa, di Fede della Chiesa. Non dobbiamo temere.

Certi giornalisti, qualche volta mi hanno chiesto: “Monsignore, si sente isolato?”. “Nient’affatto, nient’affatto, non mi sento isolato, io sono in compagnia di venti secoli di Chiesa e di tutti i santi del Cielo”. Perché? Perché essi hanno pregato come noi, perché si sono santificati, come cerchiamo di fare noi, con gli stessi mezzi.

Allora, sono convinto che essi gioiscono per questa assemblea di oggi; e dicono: “Ecco almeno dei cattolici che pregano, che pregano veramente, che hanno veramente nel cuore questo desiderio di preghiera, questo desiderio di onorare Nostro Signore Gesù Cristo.”

I santi del Cielo gioiscono. Non dobbiamo essere sconfortati, ma preghiamo, preghiamo e santifichiamoci.

Ed ora vorrei darvi un consiglio. Bisogna che si dica di noi di quei cattolici che siamo; io non amo il termine cattolici tradizionalisti, perché non vedo cosa possa essere un cattolico che non sia tradizionalista, dato che la Chiesa è una Tradizione; e d’altronde che sarebbero degli uomini che non fossero nella Tradizione? Non potrebbero vivere: noi abbiamo ricevuto la vita dai nostri genitori, abbiamo ricevuto l’educazione da quelli che c’erano prima di noi, noi siamo una tradizione. Il buon Dio ha voluto così. Il buon Dio ha voluto che delle tradizioni passassero da generazione a generazione, sia per le cose umane sia per le cose divine. Di conseguenza, non essere tradizionali, non essere tradizionalisti significa la distruzione di noi stessi: è un suicidio; ed è perché siamo cattolici che continuiamo a rimanere cattolici; vi dicevo che non devono esserci divisioni tra noi. Proprio perché siamo cattolici, noi siamo nell’unità della Chiesa, l’unità della Chiesa che è nella Fede.

Allora ci si dice: “dovete essere col Papa, il Papa è il segno di Fede nella Chiesa”. Sì, nella misura in cui il Papa manifesta il suo stato di successore di Pietro, nella misura in cui egli si fa eco della Fede di sempre, nella misura in cui egli trasmette il tesoro che deve trasmettere. Perché, ancora una volta, chi è il Papa, se non colui che ci dà i tesori della Tradizione e il tesoro del Deposito della Fede e la vita soprannaturale per mezzo dei sacramenti e del Sacrificio della Messa? Il vescovo non è altro, il sacerdote non è altro che colui che trasmette la verità, che trasmette la vita che non gli appartiene. L’Epistola lo ha appena detto: la verità non ci appartiene. Essa non appartiene né al Papa né a me. Egli è il servitore della verità, come anch’io debbo essere il servitore della verità. Se accadesse che il Papa non fosse più il servitore della verità, non sarebbe più Papa. Io non dico che egli non lo sia più – beninteso – non fatemi dire quello che non ho detto -, ma se accadesse che fosse vero, noi non potremmo seguire qualcuno che ci condurrebbe nell’errore. E’ evidente.

Ci si dice: “Voi giudicate il Papa”. Ma dov’è il criterio della verità? Mons. Benelli mi ha rinfacciato: “Non è lei che la fa verità”. Certo, non sono io che faccio la verità, ma neanche il Papa. La Verità è Nostro Signore Gesù Cristo, e quindi, per sapere dov’è la verità, dobbiamo ricondurci a quello che ci ha insegnato Nostro Signore Gesù Cristo, a quello che ci hanno insegnato i Padri della Chiesa e tutta la Chiesa.

Non sono io che giudico il Papa, è la Tradizione.

Anche un bambino di cinque anni può rispondere al suo vescovo. Se il suo vescovo gli arrivasse a dire: “Nostro Signore non è presente nella Santa Eucarestia. Sono io che sono il testimone della verità che ti dico che Nostro Signore non è presente nella Santa Eucarestia”. Ebbene! Questo bambino, che malgrado i suoi cinque anni ha il suo catechismo, gli risponde: “Ma il mio catechismo dice il contrario”. Chi ha ragione? Il vescovo o il catechismo? Evidentemente il catechismo, che rappresenta la Fede di sempre e che è semplice, è infantile come ragionamento.

Ma noi ci troviamo nella stessa situazione. Se oggi ci si dice che si può fare l’inter-comunione con i protestanti, che non c’è più differenza fra noi e i protestanti, Ebbene! Questo non è vero! Vi è una differenza immensa.

Ecco perché siamo veramente stupefatti quando pensiamo che si è fatta impartire la benedizione all’arcivescovo di Canterbury, che non è prete, perché le ordinazioni anglicane non sono valide – come ha dichiarato papa Leone XIII ufficialmente e definitivamente -, e che è eretico come lo sono tutti gli anglicani – mi dispiace, non amo neanche questo termine, ma è questa la realtà, ed io l’impiego non per insultare, perché non chiedo che la sua conversione -; quando si pensa quindi che questi è un eretico e che gli si chiede di benedire col Santo Padre la folla dei cardinali e dei vescovi presenti nella chiesa di San Paolo! E’ una cosa assolutamente inconcepibile!

Concludo ringraziandovi d’essere venuti numerosi, ringraziandovi anche di continuare a fare di questa cerimonia, una cerimonia profondamente pia, profondamente cattolica.

Pregeremo dunque insieme, chiedendo al buon Dio di darci i mezzi per risolvere le nostre difficoltà. Sarebbe così semplice che ogni vescovo, nella sua diocesi, mettesse a nostra disposizione, a disposizione dei cattolici fedeli, una chiesa, dicendo loro: «Ecco questa chiesa è vostra». Quando si pensa che il vescovo di Lille ha donato una chiesa ai musulmani, io non vedo perché non vi sarebbe una chiesa per i cattolici della Tradizione. E in definitiva, la questione sarebbe risolta. Ed è questo che chiederò al Santo Padre se vorrà ricevermi: «Lasciateci fare, Santissimo Padre, l’esperienza della Tradizione. In mezzo a tutte le esperienze che si fanno attualmente, che vi sia almeno l’esperienza di ciò che è stato fatto per venti secoli!»


In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Così sia.





giovedì 15 dicembre 2016

Marcel Lefebvre: "Tradidi et quod accepi"




L'articolo che segue, appartiene ad un filone che mi intriga e mi ha spinto ad aprire questo blog: la ricerca della Verità, anche se (e soprattutto se) questa Verità - ricercata nelle pieghe della Storia - va contro le opinioni e credenze diffuse; va contro il "politically correct", va contro la propaganda "mainstream" che imperversa da tanto (troppo) tempo negli ambienti "cristiani" e non; il contenuto dell'articolo è "pericoloso" perché chi si avvicina ad argomenti del genere, rischia di venir per così dire "infettato" e di essere etichettato come fondamentalista, tradizionalista, perfino sedevacantista. Ne ho già parlato qui ma "repetita iuvant" e per far sì che i luoghi comuni, i pregiudizi (dettati magari da superficialità o ignoranza), le credenze caricaturali della storia, vengano annullate dalla Verità, ci vuole un'opera paziente e perseverante di diffusione dei fatti così come si sono svolti e non come sono stati sempre raccontati. Personalmente non mi sento di essere "infettato" da niente e nessuno ma mi sento libero di "discutere" anche su argomenti che "universalmente" sono stati ritenuti dall'Intelligencija esecrabili e da relegare nell'oblio della Storia. Ma stiamo trattando di qualcosa che Fa parte della Storia: la Tradizione.




Tradidi et quod accepi: Vi ho trasmesso soltanto ciò che avevo ricevuto. Sono le parole che si possono leggere, incise su una tomba presso il seminario di Ecône, nella Svizzera francese: il seminario appartiene alla Fraternità sacerdotale san Pio X, fondato nel 1971; la tomba è quella dell’Arcivescovo cattolico Marcel Lefebvre, il più risoluto oppositore delle innovazioni dottrinali e liturgiche introdotte dal Concilio Vaticano II, opposizione che gli valse, nel 1988, la scomunica da parte del pontefice Giovanni Paolo II.

Figura scomoda, quella di monsignor Lefebvre, e quanto mai politicamente scorretta; figura controversa, quasi un segno di contraddizione, da pochi ammirata e perfino venerata, da molti criticata e condannata, dalla maggioranza, semplicemente, poco conosciuta e, pertanto, giudicata in fretta, superficialmente, per sentito dire. Monsignor Lefebvre?, si chiedeva qualcuno, ogni tanto, imbattendosi nel suo nome sulla stampa o nel corso dei telegiornali. Ah, sì, quel vecchio vescovo testardo, che rifiuta le novità del Concilio e vuol andare avanti per la sua strada, anche se è solo contro tutti. E si liquidava il discorso con un’alzata di spalle. 

Il Concilio Vaticano II – il Concilio per antonomasia -, così ci è sempre stato detto e ripetuto, è stato un momento glorioso e luminoso nella storia della Chiesa cattolica; il Concilio ha portato il progresso, la vita, l’aria fresca nelle stanze chiuse, che sapevano di muffa, della tradizione tridentina. Ha rinnovato il culto, ha rinnovato la Messa, ha rinnovato i rapporti con le altre confessioni e con le altre fedi… Insomma, ha messo la Chiesa, per la prima volta, in sintonia con le “conquiste” del mondo moderno: quelle stesse che un secolo prima, nel Sillabo, il papa Pio IX aveva elencate puntigliosamente, ma solo per condannarle tutte, una dopo l’altra. 

E allora, come si faceva a non esser favorevoli al Concilio? Come si poteva immaginare che monsignor Lefebvre avesse anche solo un pochino di ragione? Nessuno ha ragione contro il progresso, contro la modernità; anzi, chiunque pretenda di opporsi al progresso, fa inevitabilmente la figura di don Chisciotte che parte, a briglia sciolta e lancia in resta, per la sua memorabile battaglia… contro i mulini a vento.

Monsignor Lefebvre, pietra d’inciampo sulle magnifiche sorti e progressive della cattolicesimo finalmente modernizzato. Una figura addirittura incomprensibile per i tanti, troppi cattolici progressisti, per i teologi neomodernisti, per i cardinali, gli arcivescovi e i vescovi propugnatori delle ultime novità in fatto di “misericordia” del Signore: possibilisti sulla Eucarestia ai divorziati risposati, sul matrimonio omosessuale, sul perdono relativamente facile dell’aborto volontario; e, naturalmente, tutti infiammati di sacro zelo sociale e politico, tutti infervorati dalla teologia della liberazione, tutti protesi nell’opera di persuasione, per non dire di costrizione, relativamente all’accoglienza dei cosiddetti migranti, in realtà invasori islamici che si apprestano a colonizzare l’Europa e a fare quel che non seppero fare, con le armi in pugno, Arabi e  Turchi nei secoli passati: non solo sottomettere il nostro continente e convertirlo alla bandiera verde del Profeta, ma, addirittura, sostituirne la popolazione, facilitando l’eutanasia dei popoli cristiani (o post-cristiani), sempre più vecchi, e rimpiazzandoli con i giovani figli dell’Africa e del Medio Oriente, estremamente prolifici. E anche su questo terreno, cioè sul giudizio relativo alle possibilità di “coesistenza pacifica” con l’Islam, bisogna ammettere che monsignor Lefebvre (che era stato, per molti anni, missionario in Africa e poi arcivescovo di Dakar, nel Senegal, e aveva riportato successi straordinari nel convertire al cattolicesimo quelle popolazioni) aveva lanciato l’allarme assai per tempo, e, a quanto pare, aveva avuto la vista migliore di tanti inguaribili ottimisti odierni per partito preso…

Ma che cosa gli si rimproverava, alla fine? Di aver sgarrato in fatto di dottrina? Assolutamente no; al contrario… Di essersi ribellato all’autorità del papa? Sì, ma fino a un certo punto. Monsignor Lefebvre riconosceva pienamente l’autorità del Pontefice; sosteneva, però, che, al di sopra di tutto, viene l’autorità di Colui del quale il Papa è il semplice vicario sulla terra: Gesù Cristo. E sosteneva che, avendo il Concilio Vaticano II deliberato alcuni atti ufficiali, come la dichiarazione Dignitatis Humanae del 7 dicembre 1965, sulla libertà religiosa, che sono in contrasto – a suo dire – con la lettera e con lo spirito del Vangelo, non gli era possibile obbedire agli uomini piuttosto che a Dio. Ma è vero che alcune deliberazioni e alcune riforme del Concilio “tradiscono” il sacro Magistero e la Tradizione della Chiesa cattolica? Questo è il punto; questo è il nodo. Se questo è vero, o se è vero anche solo in parte, allora monsignor Lefebvre aveva ragione, per l’appunto, almeno in parte; se non lo è, aveva torto. Non è una questione accademica, e il fatto che monsignor Lefebvre sia morto da un quarto di secolo (nel 1991) non la rende meno urgente, né meno spinosa. A parte il fatto che la Fraternità sacerdotale san Pio X esiste tuttora, e, anzi, gode di buona salute, perfino migliore – quanto a vocazioni – di quanta non ne goda, mediamente, il resto della Chiesa cattolica, resta una questione di principio di enorme rilevanza, anche per i possibili sviluppi futuri: la via intrapresa dal Concilio – riforma liturgica; nuova Messa; ecumenismo; liberà religiosa e dialogo inter-religioso, collegialità episcopale – era quella giusta? E come mai, se lo era, lo stesso Paolo VI ebbe ad osservare, soltanto poco tempo dopo, che col Concilio Vaticano II ci aspettavamo una primavera, invece è venuto l’inverno?

E se non era quella giusta, o se, almeno in parte, si è rivelata sbagliata, non significa questo che monsignor Lefebvre aveva visto giusto? Ripetiamo: questa non è una questione accademica: è in ballo la dottrina, non solo la teologia; è in ballo il destino della Chiesa; è in ballo, soprattutto, la fedeltà della Chiesa al Vangelo di Cristo e, di conseguenza, è in gioco la salute delle anime. Un Magistero fedele alla parola di Dio assicura loro la salvezza; ma un Magistero sviato nell’errore – somma sciagura, finora addirittura impensabile nei duemila anni di storia della Chiesa -, lascerebbe le anime abbandonate a se stesse, o, peggio, le trascinerebbe con sé lungo delle strade che non portano a Dio.

Questioni enormi, come si vede; questioni di vita o di morte.

Per mettere a fuoco la sostanza del problema posto dallo “scisma” di monsignor Lefebvre (scriviamo scisma fra virgolette, perché qui non si è trattato di creare una nuova chiesa, in antagonismo con quella cattolica, ma, al contrario, di rivendicare la piena fedeltà ad essa, nel suo spirito autentico e cioè nella sua Tradizione), non solo e non tanto sul piano liturgico e pastorale, ma proprio sul terreno teologico e dogmatico, ci è sembrato utile citare alcuni passaggi dal libro Un vescovo cattolico, a cura della Fraternità San Pio X in Italia, beninteso tenendo conto del fatto che vi è espresso il punto di vista di monsignor Lefebvre e dei suoi seguaci (Torino, Edizioni San Francesco di Sales, 1990, pp. 146-148):

Nella Chiesa cattolica lo scisma o scissione nei confronti della legittima autorità non si realizza che per una rivolta contro l’autorità o la funzione del papa. Il Cardinal Journet nel suo trattato “L’Eglise du Verbe Incarné” (T. II) si esprime in questi termini: “La disobbedienza per quanto sia ostinata non costituisce uno scisma fino a quando non comporta una rivolta contro la funzione del papa o della Chiesa. Se, continuando a riconoscere il Sommo Pontefice come mio superiore, gli disobbedisco per interesse o passione, può esservi peccato molto grave di disobbedienza ma non è ancora lo scisma: e se rifiuto una delle sue decisioni perché è evidentemente erronea, essendo pronto ad obbedirgli per quel che riguarda le altre cose, ciò può avvenire senza che vi sia alcuna colpa”.

Da quando il modernismo è penetrato nella Chiesa l’attitudine di Mons. Lefebvre, e di molti cattolici che volevano conservare la loro fede, è stata quella della resistenza. Neppure il papa o un Concilio può cambiare l’insegnamento di Nostro Signore. “Se anche noi stessi o un Angelo dal cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che riceveste, sia anatema”, diceva S. Paolo.


Qualcuno potrebbe obiettare che la resistenza ai principi modernisti della Chiesa conciliare era del tutto lecita a Mons. Lefebvre, ma l’atto scismatico è stato proprio la consacrazione episcopale di quattro vescovi senza il permesso del papa [Fellay, Tissier de Mallerais, Williamson e de Galarreta, che fu  “illecita”, ma “valida”, secondo il Codice di Diritto Canonico]. Si risponde facilmente dimostrando che la consacrazione di vescovi senza il permesso del papa non è di per sé un atto scismatico se non c’è l’intenzione di fondare una nuova chiesa parallela con una nuova gerarchia. Il Codice di Diritto Canonico del 1917, in effetti, prevedeva per quest’atto, come pena, la semplice sospensione “a divinis” mentre il reato di scisma era punito con la scomunica. Pio XII, nel 1951 e 1958 aggravò la pena con la scomunica, ma questo fu in occasione delle consacrazioni realizzate per costituire delle chiese separate da Roma e sottomesse, come fu il caso in Cina, a degli stati comunisti.

Lo stesso cardinale Castillo Lara, presidente della pontificia commissione per l’interpretazione autentica del Codice di Diritto Canonico, in un’intervista apparsa su “Repubblica” il 10 luglio 1988 dichiarava che il solo fatto di consacrare un vescovo non è un atto di per sé scismatico”, specificando che si tratta di un delitto contro l’esercizio del proprio ministero e non contro la religione e l’unità della Chiesa. D’altra parte, Mons. Lefebvre ha dichiarato espressamente di compiere quest’atto unicamente per garantire ai fedeli la predicazione della buona dottrina e l’amministrazione dei Sacramenti con la continuità del Sacerdozio Cattolico. Mai gli è balenata l’idea di costituire una nuova chiesa. Nella lettera che aveva indirizzato ai futuri vescovi diceva loro: “Vi scongiuro di rimanere attaccati alla cattedra di Pietro, alla Chiesa Romana, Madre e Maestra di tutte le Chiese, nella Fede Cattolica integrale, espressa nei Simboli della Fede, nel Catechismo del Concilio di Trento, conformemente con quello che vi è stato insegnato nel vostro seminario. Rimanete fedeli nella trasmissione di questa Fede in modo che giunga il regno di Nostro Signore”. Nella predica, il giorno stesso delle consacrazioni (30 giugno 1988), Mons. Lefebvre ribadiva questa intenzione: Noi non siamo scismatici. Se la scomunica è stata pronunciata contro i Vescovi di Cina, che si sono separati da Roma e che si sono sottomessi al governo cinese, si comprende assai bene perché il Papa Pio XII li ha scomunicati. Non si tratta per noi di separarci da Roma e di sottometterci ad un qualche potere estraneo a Roma, né di costituire una sorta di chiesa parallela come hanno fatto per esempio i Vescovi di Palmar de Troya, Spagna, che hanno nominato un Papa, che hanno fatto un collegio di cardinali. Per noi non si tratta affatto di cose simili. Lungi da noi questo miserabile pensiero di allontanarci da Roma. Al contrario, è per manifestare il nostro attaccamento alla Chiesa di sempre, al Papa e a tutti coloro che hanno preceduto questi papi che disgraziatamente dal Concilio Vaticano II hanno creduto di dover aderire a gravi errori che stanno per demolire la Chiesa e per distruggere il sacerdozio cattolico". È necessario, perciò, ben capire in che cosa consista l’autorità e la funzione del papa poiché, come abbiamo visto, soltanto quando v’è rivolta contro di esse si può parlare di scisma. Il papa è il Vicario di Cristo. Deve rappresentare Nostro Signore sulla terra e trasmettere integralmente il suo insegnamento. Deve inoltre vegliare alla trasmissione dei mezzi di santificazione che Gesù ci ha lasciato: i sacramenti, continuando il sacerdozio Cattolico. Voler consacrare dei Vescovi, quindi, per garantire ai fedeli la predicazione della buona dottrina e l’amministrazione dei sacramenti, è totalmente in sintonia con l’autorità e la funzione del Papa. Perché il permesso ci viene negato dal papa attuale (Giovanni Paolo II?). A causa della crisi che imperversa nella Chiesa perché “Gli artigiani dell’errore non bisogna cercarli oggi fra i nemici dichiarati. Essi si nascondono… nel seno stesso della chiesa” (san Pio X) perché “il fumo di satana è penetrato nel tempio di Dio” (Paolo VI). 

Si condanna Mons. Lefebvre perché si rifiuta di accettare gli errori liberali condannati dai papi e penetrati nella Chiesa grazie all’ultimo Concilio. Questo fu il motivo per cui gli si intimò di chiudere il suo seminario nel 1976; questo è il motivo fondamentale per cui lo si condanna oggi. Giovanni Paolo II stesso afferma in “Ecclesia Dei” che “La radice di quest’atto scismatico può riconoscersi in una certa nozione di Tradizione imperfetta e contraddittoria, poiché essa non considera sufficientemente il carattere vivente della Tradizione stessa…”. Ecco cosa si rimprovera a Mons. Lefebvre: ecco il vero punto di disaccordo: una nozione di Tradizione imperfetta e contraddittoria perché non è “viva” in quanto non accetta i cambiamento sopravvenuti dal Concilio in poi. (In particolare, la libertà religiosa, l’ecumenismo,  la collegialità episcopale). Condannato perché rifiuta di cambiare la propria fede: ecco il vero motivo della scomunica. La verità non cambia col tempo. “Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno” ha detto Nostro Signore. Il carattere proprio del modernismo è quello di affermare che il dogma, essendo un frutto del sentimento religioso, cambia col tempo ed evolve. Contro di esso si sono scagliati tutti i pontefici da san Pio X a Pio XII. Se fossero vivi oggi rinnoverebbero certamente la condanna contro i modernisti penetrati all’interno della Chiesa, senza risparmiare gli errori conciliari, già denunciati nei loro scritti. Il disaccordo quindi non è con la Chiesa e la Cattedra di Pietro, ma con coloro che, imbevuti di principi liberali, stanno occupando la Chiesa insegnando dottrine già condannate dalla tradizione.

Dal punto di vista strettamente teologico, dunque – Messa in latino o no – la vera ragione del contendere è il concetto di Tradizione: dalla sua diversa interpretazione derivano le opposte conclusioni dei seguaci di monsignor Lefebvre e della Chiesa cattolica post-conciliare. Secondo il Magistero degli ultimi papi, e specialmente di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, la Tradizione va intesa come una realtà viva e, perciò, in una certa misura, anche mutevole, bisognosa di essere “aggiornata” con il trascorrere del tempo e il mutare delle situazioni: questa è la ragione per cui, nel 1962-65, venne deciso che la Tradizione cattolica, così come era stata fissata nel Concilio di Trento, e, in seguito, ulteriormente definita nel Concilio Vaticano I, non era più adeguata a reggere la sfida dei tempi moderni. Per la maggioranza dei padri conciliari (del Vaticano II), una Messa liturgicamente stabilita quattro secoli prima - quella di Pio V - e una serie di prese di posizione nei confronti della civiltà moderna, nonché le relative condanne - il Sillabo di Pio IX - risalente a cento anni prima, non erano più corrispondenti alla situazione della seconda metà del XX secolo e andavano, perciò, riformulati. Per monsignor Lefebvre, invece, la Tradizione è, sì, una realtà viva, ma di una vita perenne: per cui, se sono ammissibili taluni aggiornamenti liturgici, non lo sono delle vere e proprie innovazioni di prospettiva teologica. E, del resto, per monsignor Lefebvre, la liturgia stessa non è semplicemente la parte “variabile” del Magistero; al contrario, la liturgia è simbolo dell’infinito mistero divino, e i simboli del mistero divino non si possono cambiare a piacere, come dei vestiti vecchi, quando la sensibilità dei tempi nuovi li trova “superati”. Anche in questo campo, perciò, sono necessarie la massima prudenza e la massima ponderazione prima di modificare qualcosa: il popolo cristiano è giustamente affezionato ai simboli del rito cattolico, perché vede in essi il riflesso di una verità eterna e immutabile.

Ecco perché Giovanni Paolo II accusò monsignor Lefebvre di avere una concezione contraddittoria e imperfetta della Tradizione: furono queste le espressioni che adoperò al momento di ratificare la scomunica latae sententiae del 1988, allorché l’arcivescovo francese volle nominare i quattro nuovi vescovi, nonostante il preventivo ammonimento vaticano. È stato osservato che tale scomunica, benché tecnicamente ineccepibile, non era, tuttavia, inevitabile: consacrando i quattro nuovi vescovi, monsignor Lefebvre aveva compiuto un atto illegittimo, però canonicamente valido: il suo peccato era stato quello di procedere senza l’autorizzazione di Roma, e non, di per sé, quello di averli nominati. Pio XII aveva esteso la scomunica a simili atti di disobbedienza in ordine a un precedente ben preciso: quello di quei vescovi cinesi che si erano sottomessi al governo comunista in cambio di un “riconoscimento”, che, però, non si estendeva a tutti i cattolici cinesi, ma solo a quelli che sottoscrivevano tale sottomissione: atto che, perciò, era stato disapprovato dal Papa, appunto perché infeudava la Chiesa cinese (quella scismatica, a quel punto) al regime comunista, e lasciava del tutto “scoperti”, ed esposti a ogni persecuzione, gli altri cattolici. Il caso di monsignor Lefebvre era completamente diverso, per non dire opposto. La sua “colpa” era stata quella di voler restare fedele alla Tradizione; se aveva disobbedito al Papa, non era stato che per quel motivo, ma, in tutto il resto, riconosceva la sua autorità e si sottometteva a lui. E quanto al fatto di essersi ostinato in quelle nomine, vanificando la lunga e faticosa opera di mediazione svolta dal cardinale Ratzinger, la cosa venne presentata dalla stampa come un atto di sfida gratuita, ma la verità è ben diversa: senza procedere a nuove consacrazioni episcopali, il seminario di Ecône, e, più in generale, quella parte del clero che si riconosceva nelle posizioni di monsignor Lefebvre, non solo in Francia, ma in tutto il mondo (perché la Fraternità sacerdotale san Pio X abbraccia tutti i continenti) sarebbe rimasta senza nuovi sacerdoti e, quindi, si sarebbe spenta per mancanza di ossigeno. In pratica, rinunciare alla nomina dei vescovi (il papa gli aveva concesso, tutt’al più, di consacrarne uno solo, a una data stabilita: il 15 agosto 1988, festa dell’Assunzione di Maria) sarebbe equivalso, per monsignor Lefebvre e per tutto il “movimento” da lui creato, a una specie di eutanasia. Ritorniamo perciò alla domanda cruciale: chi ha ragione, nella interpretazione del concetto di Tradizione: monsignor Lefebvre o la Chiesa post-conciliare? Non bisogna lasciarsi sviare da questioni secondarie, per quanto cariche di significati simbolici: la vera posta in gioco non era, e non è, la Messa tridentina o il Novus Ordo Missae. Il punto centrale è la Tradizione: è da quello che deriva tutto il resto. D’altra parte, vi è un autentico corto circuito nel quale finiscono per cadere quanti condannano senza appello, anche in senso teologico e pastorale, la figura e l’opera di monsignor Lefebvre. Infatti, il solo fatto che si parli di una Chiesa post-conciliare è, teologicamente parlando, illegittimo e intollerabile: non esistono, né possono esistere, “diverse” chiese cattoliche, a seconda dei tempi; la Chiesa è una, è sempre stata una e deve restare, necessariamente, una ed una sola. San Paolo ammoniva che, se qualcuno avesse insegnato ai cristiani delle prime comunità, in Asia Minore e in Grecia, un Vangelo diverso da quello insegnato da lui e dagli altri apostoli, quello sarebbe stato da considerarsi anatema, cioè maledetto. Non ci possono essere due Vangeli; e non ci possono essere due Chiese. Pertanto, se si ammette che la Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II era una Chiesa diversa da quella preesistente, si incorre in una affermazione eretica, e si dà ragione proprio a monsignor Lefebvre.

Per superare l’impasse, oggi molti autori, e soprattutto i papi che si sono succeduti dopo Giovanni XXIII, hanno sempre preferito parlare della “continuità” fra la Chiesa di prima e quella successiva al 1962-65: così, ad esempio, si esprimeva il cardinale Ratzinger, specialmente quando venne eletto pontefice con il nome di Benedetto XVI. Egli, da giovane, era stato piuttosto favorevole ai “novatori” durante il Concilio, ma poi aveva svolto una precisa critica, che era stata anche una autocritica, e aveva riconosciuto che, in taluni aspetti, lo spirito riformista del Concilio era andato troppo oltre. Altri, come lo storico Alberto Melloni e la cosiddetta “scuola di Bologna”, evidenziano invece l’ermeneutica della discontinuità; evidentemente, non si rendono conto che, in tal modo, fanno autogol, perché, ammettendo che il Concilio Vaticano II operò una rottura con il Magistero precedente, rendono legittime le perplessità e le critiche di quanti negano che un concilio, o un papa, abbiamo la potestà di disporre del Magistero come di una cosa “loro”, che si possa modificare a piacere, oppure, nel caso dei padri conciliari – e come di fatto avvenne – che si possa modificare a colpi di maggioranza.

A questo punto, crediamo di aver delineato i tratti essenziali del problema; e lasciamo che ciascuno, in coscienza, ne tragga le sue personali conclusioni.

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Autore di questo articolo è   Francesco Lamendola  su   ilcorrieredelleregioni.it

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